DON BENZI SULLA SCIA DI SAN GIOVANNI DI DIO – Angelo Nocent

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Propongo all’attenzione dei lettori questa prefazione dello Psichiatra Vittorino Andreoli che, con una piccola variazione: “Caro San Giovanni di Dio…”, andrebbe bene anche come presentazione della prima biografia del “Folle di Granada” scritta da Francesco De Castro.

andreoli - RIFLESSIONICaro don Oreste,

ho terminato di leggere HO SCOPERTO PERCHE’ DIO STA ZITTO proprio ora. Anzitutto il termine “leggere” mi appare inadeguato, perché più che leggere delle pagine mi incontravo con te, con la tua capacità di render semplici i temi dell’uomo. Semplici fino al paradosso, fino a far apparire la cultura e sapienza umana roba da idiot sauvant.

Sei un prete strano, ed è solo a questo mondo fatto di superficiali e di idioti se non ti hanno bruciato. E a me piacerebbe molto avere un amico al rogo, un Savonarola del tempo presente. Con te, don Oreste, ho compreso una distinzione sottile:

  • ci sono cose che non capisco e che sono certo trattarsi di sciocchezze,

  • altre che pure non capisco ma che però mi attirano e mi sembrano nascondere qualcosa di straordinario.

Un libro strano, ma grande. Pubblicalo subito, servirà da guida a quanti lavorano con te e hanno bisogno di te mentre sei con altri.

Sei uno dei pochi preti che conoscono il dolore e dentro il dolore vedono la gioia.

Una follia! Qualche volta mi sono arrabbiato più di Giobbe, ma tu sai vedere anche su una carrozzella la volontà del Signore. Forse perfino Giobbe sapendo del tuo “andar a puttane” si quieterebbe.

Tutti i “sapienti” ridono di te e ti considerano un coglione; io so – senza sapere il perché – che in questo tempo un prete vero non può brillare.

Non montarti la testa se te lo dico (altrimenti mi tocca ricoverarti), ma hai un destino strano: ti faranno santo. Parola di un non credente che non capisce e non sopporta gli atei.

Caro don Oreste, acquisterò due copie del tuo libro: una la lascierò in biblioteca, l’altra me la porterò all’Inferno.
Tu, comunque, mettimi dentro qualche orazione comune, non personale: non voglio toglierla ad altri.

Vittorino Andreoli.

“Il libro di don Oreste è un insieme di filosofia, psicologia, teologia, ma soprattutto la testimonianza di un uomo, un autentico carismatico che ama, appassionato del … dell’esperienza-testimonianza di un uomo preso da Dio e che vuole offrire questa scoperta innanzitutto ai giovani” (Dalla prefazione di Massimo Giustetti vescovo emerito di Bielle).

Negli ultimi anni lo si incontrava di notte, sulle strade italiane della prostituzione. La lunga tonaca scura e il rosario in mano.Do you love Jesus?, chiedeva alle ragazze, con il sorriso aperto e una gioia contaminante.
In molte scoppiavano in lacrime “Yes, I love him…”. Riusciva a farle sentire donne, dignitose e pulite. Don Oreste era in grado di rimestare nella degradazione umana senza mai sporcarsi.

Ha cambiato il destino di molte persone. Un giorno una ragazza gli disse: “Sono una schiava”. Lui le credette.
Così iniziò la sua lotta contro il traffico di esseri umani. Di fronte all’orrore della guerra, chiese a tanti giovani di condividere la vita con le popolazioni oppresse dalla violenza, “perché Gesù ha fatto questo, è venuto tra noi, ultimo tra gli ultimi”. Si potrebbero raccontare innumerevoli aneddoti.
Tratta di esseri umani, pace, vita nascente, tossicodipendenze, disabilità, infanzia maltrattata, handicap, discriminazione sociale, ovunque vedesse la negazione della dignità e dei diritti umani il “don” era lì, a condividere con le vittime.

Con la semplicità di un bambino, realizzava cose ritenute irrealizzabili. Per questo gli davano del pazzo.
Tutti quelli che l’hanno conosciuto ricordano bene il suo saper guardare al cuore delle persone, ai doni e all’unicità di ognuno.

La storia della Comunità Papa Giovanni XXIII è inevitabilmente intrecciata alla sua storia personale.

https://youtu.be/lqdFRbCO-io

2007 – 2017. Dieci anni dopo.


Sono trascorsi 10 anni da quella notte, tra il 1 e il 2 novembre 2007, in cui Don Oreste lasciava questa vita terrena. Una vita spesa con gli ultimi, instancabilmente. Sempre loro fianco, condividendone gioie e fatiche, lottando con loro, diventando voce di chi non ha voce. Ha urlato tante parole di giustizia il “don”. A volte sono rimaste inascoltate, altre volte queste parole sono state strumenti di dialogo per arrivare a conquiste importanti, leggi a tutela dei piccoli, superamento di “fabbriche di oppressi” come lui le chiamava.

  • Come mai quelle parole oggi sono più vive che mai?
  • Come mai questa figura è così attuale e rivoluzionaria?

A queste domande si vuole provare a dare una risposta, al Palacongressi di Rimini il 31 Ottobre prossimo, attraverso il convegno “Una vita per amare”, una giornata di studi e testimonianze, per approfondire la figura del “prete dalla tonaca lisa”.

Un’attenzione particolare è per i giovani.


Proprio a loro don Oreste dedicava il suo ultimo intervento pubblico, alle “Settimane sociali dei cattolici” il 19 ottobre 2007.

È arrivata l’ora dell’azione. O, meglio, della concretezza. E concludo: oggi voglio dire ancora che occorrono strategie comuni da attuare, ognuno nel dono carismatico che ha, nel dono della parrocchia in cui è, nella diocesi in cui si trova. Ma dobbiamo veder i fatti, la gente si sente tradita tutte le volte che ripetiamo le parole di speranza, ma non c’è l’azione.

Cos’hanno lasciato i cattolici, permettetemelo? Hanno lasciato la devozione. Devozione che è unione con Dio – Amore, che è validissima, ma la devozione senza la rivoluzione non basta, non basta. Soprattutto le masse giovanili non le avremo mai più con noi, se non ci mettiamo con loro per rivoluzionare il mondo e far spazio dentro. Ma il vento è favorevole, perché il cuore dei giovani, ve lo dico – e non badate alle cassandre – oggi batte per Cristo. Però ci vuole chi senta quel battito, chi li organizzi e li porti avanti in una maniera meravigliosa”.

Al convegno ci saranno video e tante testimonianze di persone impegnate sul campo, in tanti ambiti dove il Don ha portato la sua lotta contro l’ingiustizia: immigrazione, prostituzione e tratta di esseri umani, conflitti e pace, tossicodipendenza, difesa della vita, disabilità e integrazione.

Tante voci diverse per vivere la sua profezia, e più forte di tutte la voce degli ultimi.

Un’occasione per raccogliere la sfida di don Benzi: se lui ci ha messo la sua vita possiamo farlo anche noi!

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Biografia. Don Oreste Benzi, una vita per la giustizia

Lucia Bellaspiga 

Aveva sette anni il piccolo Oreste Benzi il giorno in cui la maestra Olga parlò di tre figure: lo scienziato, l’esploratore e il sacerdote. Tornò da scuola e disse a sua madre «io farò il prete»: non un’infatuazione ma un innamoramento che darà l’impronta a tutta la sua vita e farà di don Benzi – del quale si è aperto a Rimini il processo per la causa di beatificazione – una delle figure più straordinarie della Chiesa, un «infaticabile apostolo della carità», come lo definirà Benedetto XVI.

Settimo di nove figli, a 12 anni entrò in seminario e per contribuire agli studi i suoi genitori chiesero l’elemosina. Sono esperienze come questa, per nulla avvilenti, anzi dense di dignità e amore, a formare il futuro sacerdote, che del sacrificio paterno dirà: «Questo fatto mi ha aiutato molto in seguito…».

Se dalla madre Rosa apprese la forza dirompente della preghiera, dal padre Achille ereditò l’amore per i piccoli, parola che racchiudeva tutte le emarginazioni. Il primo dei piccoli era proprio quel padre: una sera tornò a casa e raccontò alla famiglia di aver aiutato un proprietario terriero a disincagliare la sua auto. Il ricco gli aveva dato una mancia di due lire e soprattutto “po u’ma stret la mena!“, diceva incredulo, «poi mi ha stretto la mano».

A suo figlio invece strinse il cuore: «Mio padre apparteneva a quella categoria di persone che reputano di non valere nulla, che chiede quasi scusa di esistere – racconterà don Oreste –. Quando io incontro il povero, l’ultimo, il disperato, quelli che sono alla stazione, sul marciapiede, in me si rifà presente quella immagine di mio papà».

Non dormiva mai più di tre ore per notte, per non perderne nemmeno uno. È stato il prete delle vere rivoluzioni sociali, tutte condotte da dentro la Chiesa, armato di tonaca e Vangelo.

Negli anni ’60 la sua battaglia perché i disabili non venissero nascosti come una vergogna ma fossero accettati negli alberghi, a scuola e al lavoro suscitò proteste e serrate. Il “suo” ’68 fu incendiario nei fatti: in quell’anno fondò la Comunità Papa Giovanni XXIII, oggi diffusa nel mondo, e divenne parroco della “Resurrezione” nel quartiere più desolato della periferia riminese, quella Grotta Rossa dove ieri si celebrava l’apertura del processo di beatificazione e che per 32 anni divenne la sua casa.

«Quanti giovani vecchi ho visto nella mia vita», diceva dell’altro ’68, quello delle ideologie senza fatti, «incendiari al liceo, ma poi al primo salario, entrati nelle stanze del comando, tutti pompieri. Il loro dorso diventava flessibile, dove si poteva fare carriera. Perché? Perché la loro rivoluzione era contro, non per».

Il dorso don Oreste non lo ha mai piegato davanti ai potenti, soltanto per chinarsi e raccogliere il povero, il barbone, la prostituta, il drogato. Contro “tutte” le guerre, ha combattuto accanto ai primi obiettori di coscienza per la nonviolenza così come al fianco di migliaia di bambini destinati all’aborto, oggi tutti suoi figli. Quando le loro madri tornavano a trovarlo col bimbo in braccio, lo guardava ridendo: “la t’è nde bin“, ti è andata bene!

«L’uomo non è il suo errore», ha rivelato ai carcerati, convincendoli che ricominciare si può. «Nessuna donna nasce prostituta», ha detto prendendone per mano 7mila e salvandole dalla schiavitù. E poi anziani soli, persone malate, zingari, immigrati, sbandati, drogati, alcolizzati…

Erano in diecimila al suo funerale nel 2007, tutti graziati dall’«incontro simpatico con Cristo» (sim-patia, in greco consonanza), tutti con la luce negli occhi e un amore palpabile nel cuore. La sua intuizione più geniale fu la famiglia come terapia contro ogni solitudine e sconfitta: «Date una famiglia a chi non ce l’ha», disse ai suoi, e centinaia di giovani sposi accanto ai propri figli oggi ne accolgono sette, otto disabili gravissimi, quelli che nessuno vuole. Ciò che colpisce è la gioia semplice con cui lo fanno. «La Papa Giovanni è una Comunità di gente che è totalmente in simpatia con Cristo, per cui ha il sorriso sul volto – spiegò –. Quando arrivano i disperati, in ognuno di loro vede Gesù, quindi viene fuori una Comunità che è una sinfonia, la sinfonia di Dio».

La notte del 25 settembre del 2007 uscì dalla sua Grotta Rossa e bussò alla Capanna di Betlemme, la prima delle strutture per senzatetto: «Eccomi, sono un barbone». Morirà poco dopo, nella notte tra i Santi e i Morti, all’improvviso, dopo una cena al ristorante con gli amici più cari (fatto mai avvenuto prima) e dopo aver vergato un’ultima profetica meditazione: «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra la gente dirà: è morto. In realtà la morte non esiste… appena chiudo gli occhi mi apro all’infinito di Dio» (sabato 27 settembre 2014)

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DON ORESTE BENZI: Nessuna donna nasce prostituta – Angelo Nocent

Non ci sarebbe bisogno di titolare con un’espressione ovvia. Solo che per troppi ovvia non è. E, se lo dice Don Oreste, c’è da credergli.

PER LA CRONACA – A Rimini in questi giorni non s’è fatto fa che parlare di lui, passato a miglior vita cinque anni fa, il 2 novembre 2007.

Iniziare la causa di beatificazione di don Oreste Benzi. E’ la richiesta avanzata Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della Comunità Giovanni XXIII e successore dello stesso don Benzi, che la fondò, al vescovo mons. Francesco Lambiasi, sabato sera, durante il convegno internazionale “Don Oreste Benzi, testimone e profeta per le sfide del nostro tempo”, in programma a Rimini il 26 e il 27 ottobre e presentato ieri a Palazzo Montecitorio.

Lo spettacolo e il messaggio più incredibile del convegno sono la stessa gente partecipante, quasi duemila persone. Anziani e bambini, disabili, mamma e papà, ex-prostitute ed ex-galeotti, bianchi, neri e gialli. Insieme, tutti: una splendida, ordinata, confusione. Tutto si svolge cinque anni dopo che lui, il “don” è stato chiamato per occuparsi ancora di loro ma dall’alto dei Cieli.

Numerose le testimonianze:

La TRE GIORNI di convegni titola: «Don Oreste Benzi testimone e profeta del nostro tempo».

Nella presentazione: «Don Oreste vive in tutte le persone che da lui sono state contagiate in un “trapianto vitale“. Per noi, per la Comunità Papa Giovanni XXIII, questo convegno è un momento fondamentale. Non vogliamo ricordare, ma rivivere con lo stesso slancio, la stessa passione, lo stesso entusiasmo la profezia di don Oreste. E lo vogliamo fare con il contributo di tutte quelle persone che da strade diverse e con carismi diversi si riconoscono in questa profezia».

  • Andrea Riccardi: «Mi sono emozionato entrando».
  • Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Stiamo ascoltando battere il cuore di don Oreste»
  • Paolo Ramonda, che gli è succeduto alla guida dell’”Associazione comunità Papa Giovanni XXIII”: «Morì senza un euro, povero, ma donò ai poveri la sua comunità»
  • Il cardinale Stanislaw Rylko (che presiede il Pontificio consiglio per i laici) alla Messa: «la straordinaria figura di don Oreste Benzi, che continua ad affascinarci e stupirci».
  • «Una provocazione salutare anche all’interno della Chiesa», nella quale «non mancano modelli diffusi di un cristianesimo “addolcitoe comodo».  Perciò «La Chiesa conta su voi. Tutti noi abbiamo bisogno della vostra lettura radicale del Vangelo, quella che avete imparato da don Oreste, e anche della vostra forza provocatoria per risvegliarci da una vita cristiana troppo comoda». 
  • «Per certi versi costituisce nel mondo di oggi, dominato dall’egoismo e dalla sfrenata ricerca del piacere, una forte provocazione».
  •  Il vescovo Lambiasi lo ribadisce: «Don Oreste oggi è un profeta per ogni uomo nella Chiesa e per la Chiesa»

Coloro che salgono a testimoniare: hanno, ognuno, il proprio ricordo di quel prete che notte e giorno girava senza sosta per riscattare ragazze e ragazzi. Che raccoglieva le pietre scartate (dagli uomini) e le spingeva a trasformarsi in testate d’angolo.

 Spiegano chi era don Oreste: «Un uomo, un cristiano, un prete». Ripetono tutti: un uomo, un cristiano, un prete «vero».

 Un convegno che sa più di festa ma che va dritto al cuore delle necessità,

  • discutendo su come «rendere insopportabile l’ingiustizia»
  • e di «un incontro simpatico con Cristo»,
  • ribadendo che «nessuna donna nasce prostituta»
  • e spiegando perché «correre dove la vita è ferita».
  • Così faceva il “don“, così vogliono continuare ad assomigliargli.

CHI ERA DON ORESTE ?

Una risposta difficile da formulare e, comunque, sempre riduttiva:

  • Era “un prete strano” – come lo definisce il noto psichiatra Vittorio Andreoli nella prefazione a un suo libro.
  • Nelle notti stellate o cariche di nebbia che sfocava cose e luci e persone, in quelle notti di ragazze sui marciapiedi e automobili che accostavano per caricarle, lui c’era.
  • Spesso questo prete con la tonaca stropicciata, un colbacco sulla testa e un mucchio di corone del Rosario nella mano,  lo si poteva incontrare. Aveva del “guastafeste”. Un prete che stupiva vederlo parlare con quelle ragazze sul ciglio della strada. I clienti tiravano dritto, i magnaccia da lontano lo guardavano storto.
  • Aveva una sua filosofia: a ciascuna lasciava una corona e il numero del suo cellulare e si giustificava così: «Se vogliono liberarsi, devono potermi trovare in qualunque momento».
  • Sul resto non indulgeva: «Le ragazze non vanno consolate, ma liberate».
  • E a chi proponeva di legalizzare o normare la prostituzione, ribatteva che «il male non va regolamentato, ma combattuto».
  • Era allergico ai compromessi: incontrava potenti e reietti rimanendo uguale a se stesso, strigliando chi lo meritasse o accarezzando con dolcezza chi fosse in difficoltà: qualcuno, fra i primi, lo osteggiava in pubblico e gli si rivolgeva in privato. A lui non importava: «Siamo tutti fratelli e sorelle, tutti figli di Dio». Gli importava salvare gli esseri umani per conto di Dio. E mettersi di traverso davanti a un’ingiustizia.
  • Nel fare e nel dire – a cominciare dalla televisione – diverse volte riuscì a “scandalizzare” i benpensanti a buon mercato di ogni ordine e grado perché non faceva sconti e perché la sua “merce” umana non era in saldo.

Don Benzi 1

  • – Sul panorama italiano si è rivelato per quello che era: un ciclone sorridente che interrogava le coscienze.
  • – Un prete, un celibe per vocazione, che aveva messo al centro la famiglia.
  • – Dalla prima ad oggi, se ne contano più di 500 case famiglia sparse in tutto il mondo per stare accanto ai più poveri, nel crinale della storia dove si decide il futuro dell’umanità.
  • – L’attività si svolge attraverso le Case famiglia per dare figure significative ai bambini e alle ragazze di strada: sono più di 9 mila quelle liberate, più di 2.500 persone in carcere che sono uscite per andare in comunità educative.

AL CONVEGNO

  • ci sono tante, tante carrozzelle.
  • Ci sono ragazze che portano le ferite del marciapiede sull’anima.
  • C’è chi un pezzo della propria storia l’ha trascorso dietro le sbarre.
  • Fra i seggiolini, nel palazzetto, giocano bimbetti con le pelli diverse. Sono rumorosi ma non disturbano, semmai rallegrano.

Ho letto che

  • “nella sua stanza c’era una sua foto da giovane prete, un poster con una ragazzina down, la “Preghiera semplice”, un letto, un comodino e il Crocifisso.
  • Di fianco, il suo studio era una specie di confusione indescrivibile nella quale si mischiava di tutto, dai nastri ai libri, dai giornali, alle penne.
  • Perdeva regolarmente il cellulare, le chiavi e qualsiasi altro oggetto potesse.
  • Non dava grande importanza alle cose materiali, straconvinto com’era che, ad esempio, «ci penserà Dio» a trovare i soldi per aprire una nuova casa famiglia: «Intanto noi apriamola, che c’è chi ha bisogno».

Lo ha scritto Pino Ciociola sull’Avvenire, aggiungendo:

“Non si negava mai. Spesso chiamava lui: «Dammi una mano, dobbiamo denunciare quest’ingiustizia!».

Un ciclone innescato dal Padreterno e dal quale non c’era verso di… scappare, che altrimenti la tua coscienza avrebbe ululato mesi.

«Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra – scrisse -, la gente che sarà vicino dirà:È morto“. In realtà è una bugia. Le mie mani saranno fredde, ma la morte non esiste. Perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio».

  Caro lettore, non finisce qui perché riprenderemo il discorso…

SAN GIOVANNI DI DIO SERVO E PROFETA – Angelo Nocent

San Giovanni di Dio

Discorso del Priore Generale Fra Brian O’Donnell per il 3° Centenario della canonizzazione di San Giovanni di Dio

 SERVO E PROFETA

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Ci siamo riuniti oggi qui a Granada per commemorare un evento ecclesiale con cui molto tempo addietro si è inteso riconoscere la santità eroica e l’esemplarità universale di un uomo che ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita relativamente breve in questa città.

Siamo qui per gioire, perché a Roma trecento anni fa la Chiesa ha dichiarato santo un uomo che già ai suoi tempi era noto ai suoi concittadini con il nome di Giovanni di Dio, un uomo che dal suo primo biografo Francesco de Castro venne definito il “dispensiere dei poveri” di Granada (1).

Più che un momento di gioia

Questo anniversario non deve essere soltanto un’occasio­ne per gioire e ringraziare il Signore per i numerosi doni e le molte grazie che l’Ordine ha ricevuto da quando quell’uomo che noi “riteniamo giustamente come nostro Fondatore” è stato canonizzato (Cost. 1b).

Perché questo anniversario ci offre anche un’opportunità unica per riflettere sulla figura del Santo e sul significato della sua canonizzazione

Ispiratore di un istituto religioso

Avendo ispirato il Santo la fondazione di un istituto della vita religiosa, questa ricorrenza contiene un impor­tante messaggio per i membri di tale istituto, ossia i Fra­telli di San Giovanni di Dio.

Proposto al popolo di Dio

Essendo stato poi San Giovanni di Dio proposto alla Chiesa universale quale modello ed esempio di carità, l’anniversario contiene un messaggio non meno importante per i laici, i qualisi trovano in prima linea nella vita della Chiesa” (2).

Servo e profeta

Come Gesù il nostro Santo ha riunito nella sua persona due espressioni fondamentali: quella del servo e quella del profeta. Come Gesù il nostro Santo poteva dire di se che non era venuto “per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti’ (Mt 20, 28).

Il servo serve, il profeta annuncia il Regno e dà la sua vita. Così è stato per Gesù e ugualmente per San Giovanni di Dio.

Il messaggio del Santo e della sua canonizzazione

Il Governo Generale dell’Ordine ha ritenuto opportuno presentare in occasione di questa ricorrenza un’analisi approfondita

  • sulla situazione dell’Ordine,
  • sulle sfide attuali che è chiamato ad affrontare e
  • sulle prospettive future che gli si aprono davanti. Il Definitorio Generale sta attualmente lavorando collegialmente all’elaborazione di questa analisi che sarà pubblicata più tardi nel corso dell’anno celebrativo.

Pertanto le parole che mi accingo a pronunciare non vogliono dare un quadro definitivo sulle questioni che stanno sul tappeto.

Esse riflettono semplicemente i miei pensieri, con i quali intendo contribuire al processo di consultazione e di definizione, nel quale sono attualmente impegnati tutti i membri del Definitorio Generale.

Sono molto grato per poter esporre oggi a Voi la mia lettura del messaggio di San Giovanni di Dio e del significato della sua canonizzazione.

Questo anniversario mi ha indotto a riflettere su:

  1. * il carisma dell’ospitalità;
  2. * cosa intendo io, quando parliamo dell’Ordine oggi;
  3. * lo stato fisico dell’Ordine, così come si presenta oggi;
  4. * due importanti aspetti della spiritualità di San Giovanni di Dio, ossia servizio e profezia;
  5. * la vita religiosa;
  6. * il futuro dell’Ordine.

L’ORDINE OGGI

L’uomo e il Santo a cui oggi, trecento anni dopo la sua canonizzazione, rendiamo omaggio, è tuttora presente nel mondo tramite le persone e le opere di coloro che condividono la stessa visione, gli stessi traguardi e gli stessi valori che sono stati alla base della sua vita.

San Giovanni di Dio e il suo spirito particolare continuano a manifestarsi in maniera tangibile in quella cosa che noi chiamiamo ‘l’Ordine’.

RISCOPRIRE IL CARISMA

Nel corso della sua lunga storia il nostro Ordine è passato e ripassato attraverso i vari cicli che caratterizzano la vita di un Ordine e che stando ad uno studio del gesuita francese Raymond Hostie possono assumere di volta in volta l’aspetto di fondazione, espansione e declino.

Questi cicli ricorrenti possono spingere un istituto religioso, anche più di una volta, verso un punto in cui deve decidere con la massima consapevolezza tra le tre seguenti alternative:

  1. a) estinguersi
  2. b) sopravvivere alla soglia della mera sopravvivenza
  3. c) trasformarsi.

Un fatto che ha aiutato l’Ordine in tempi recenti ad optare coscientemente per la trasformazione è stata l’atten­zione che nel corso del Capitolo Generale Straordinario si è voluto dare al nostro carisma specifico (3).

Il carisma di San Giovanni di Dio – l’ospitalità

Noi diciamo che San Giovanni di Dio ha ricevuto da Dio il dono straordinario di aprirsi nella sua vita completamente agli altri e ai loro bisogni e di rispondere a questi bisogni a qualunque costo.

Il termine cristiano con cui si designa solitamente questo dono specifico dello Spirito Santo è ‘carisma’. Noi abbiamo voluto definire

  • l’apertura del nostro Santo verso gli altri e
  • il suo sacrificarsi per loro
  • come ospitalità.

Pertanto noi affermiamo che San Giovanni di Dio ha ricevuto il carisma dell’ospitalità.

Lo stesso carisma di San Giovanni di Dio

Ogni Fratello di San Giovanni di Dio viene confermato dalla Chiesa nella sua convinzione di aver ricevuto lo stesso carisma di San Giovanni di Dio, quando la Chiesa accoglie pubblicamente la sua professione dei voti religiosi e di quello speciale dell’ospitalità.

Il pensiero dominante a livello dell’Ordine, fino a poco tempo fa, è stato sempre quello che questo carisma apparte­nesse esclusivamente a noi e che non lo condividessimo con nessuno, anche se abbiamo sempre accettato l’aiuto di altri nell’esercizio del nostro carisma.

Distribuendoli a ciascuno come vuole

Negli ultimi tempi la teologia emergente, in materia di carisma, ci ha invece fatto prendere consapevolezza del fatto che lo Spirito Santo quale donatore di tutti i carismi “li opera, distribuendoli a ciascuno come vuole” (1 Cor 12, 11).

Pertanto noi oggi riconosciamo che il carisma dell’ospi­talità viene donato anche ad altri e scopriamo la sua presenza in molte delle persone con cui veniamo a contatto.

Noi religiosi ospedalieri non continuiamo più a considerare il nostro carisma gelosamente come un nostro monopolio.

  • Siamo felici di aver ricevuto questo carisma particolare.
  • Siamo felici, quando vediamo che anche altri lo hanno ricevuto.
  • Siamo felici, quando ci scopriamo strumenti nelle mani dello Spirito Santo per la trasmissione di questo carisma ad altri,
  • siamo felici, quando riusciamo a incoraggiare altri ad esercitarlo.

Visione, traguardi e valori

Nel carisma dell’ospitalità si sono conservati e sviluppati ulteriormente la visione, i traguardi e i valori propri di San Giovanni di Dio.

Questa visione, questi traguardi e questi valori hanno oggi la stessa validità che avevano ai tempi di San Giovanni di Dio e della sua canonizzazione.

IL CONCETTO DI ORDINE

La visione, i traguardi e i valori di San Giovanni di Dio, essendo un dono dello Spirito, non possono essere motivo di separazione, ma debbono essere motivo di comunione.

“Unità nell’ospitalità” 

Unità nell’ospitalità” – all’insegna di questo motto si è svolta l’ultima grande assemblea dell’Ordine, ossia il 62° Capitolo Generale, nel 1988.

Questo Capitolo Generale è stato particolarmente significativo, perché “per la prima volta nella storia dell’Ordine hanno partecipato ad esso otto collaboratori laici delle varie aree linguistiche” (4).

Come è stato sottolineato dagli stessi Capitolari nelle dichiarazioni elaborate alla conclusione del Capitolo, “questo è stato il modo chiaro per manifestare la considera­zione dell’Ordine per i numerosi uomini e donne che, insieme ai Confratelli, si impegnano ad alleviare e a porre rimedio alle sofferenze e alle necessità dei destinatari della nostra missione. Questo avvenimento conferisce alle presenti dichiarazioni una dimensione più universale” (5).

Una dimensione più universale

Il Capitolo Generale ha riconosciuto che l’Ordine oggi, volendo agire come San Giovanni di Dio avrebbe voluto vedere agire un Ordine nel suo nome, deve assumere una dimensione più universale di quella di un gruppo esclusivamente composto da uomini che hanno emesso la professione dei voti religiosi a norma delle Costituzioni dell’Ordine. Giovanni di Dio stesso era un modello in materia di collaborazione, tanto che invitava tutti, dal giovane Juan Bautista alla Duchessa di Sessa e le sue dame, ad aiutarlo nella sua opera.

Il servizio alla salute

Quando oggi nella prassi comune usiamo il termine ‘Ordine’, intendiamo tutte le persone che in qualche modo contribuiscono a portare avanti l’opera di San Giovanni di Dio nel mondo della salute.

Ovviamente c’è da considerare che il termine ‘Ordine’ ha un senso più strettamente giuridico e canonico. Ma una comprensione dell’Ordine che è limitata a considerazioni giuridiche e canoniche mal si addice alla realtà in cui viviamo e non riflette fedelmente la sua storia,

L’Ordine non è un corpo che deve la sua vita a teorie espresse in regolamenti e leggi applicate a particolari situazioni. Si tratta piuttosto di un movimento che trae le sue radici dall’esperienza vissuta da San Giovanni di Dio e dai suoi primi compagni che erano uomini e donne laici.

LO STATO FISICO DELL’ORDINE

Questa “unità nell’ospitalità” che ha portato alla nascita dell’Ordine e che costituisce oggi di nuovo un tratto distintivo della sua vita, risulta oggi essere presente ed attiva in 47 paesi di tutto il mondo.

Delle 35.000 persone che fra religiosi, dipendenti, volontari e benefattori rappresentano oggi l’opera dell’Ordine su scala mondiale, 1.503 sono Fratelli di San Giovanni di Dio (1474 religiosi professi e 29 oblati).

I nostri confratelli, collaboratori, volontari e benefattori operano in complessivamente 226 centri e servizi assistenziali.

Tali centri e servizi sono composti da 43 ospedali generali, 41 ospedali psichiatrici e relativi servizi, 14 case di cura, 26 centri per anziani, 6 ospedali per lungodegenti, 32 centri e relativi servizi per handicappati mentali, 16 centri di riabilitazione per handicappati fisici e persone con disturbi sociali e 9 dispensari e consultori.

A questi si aggiungono 17 altri centri che offrono una variegata gamma di servizi e tra cui figurano 2 centri idroterapici, -3 centri per bambini con disturbi emotivi e 8 asili notturni.

Da alcuni anni l’Ordine promuove poi l’avvio e la realizzazione di “nuove forme dell’ospitalità”. In questo ambito sono state costituite sin ora 22 comunità che fuori della rete ufficiale dei servizi istituzionali si sono inserite in ambienti difficili, dove praticano uno stile di vita e operano in maniera tale che si può parlare giustamente di una presenza religiosa significativa e di un aiuto prezioso alla popolazione del luogo. In quattro casi un confratello vive da solo per portare avanti questa presenza e questo aiuto nel nome dell’Ordine.

Quotidianamente circa 40.000 persone ricevono assistenza nelle diverse strutture assistenziali e sociali dell’Ordine. Credo che si può affermare tranquillamente che l’attività caritativa dell’Ordine non è mai stata così intensa come oggi.

San Giovanni di Dio - san juan de dios novena para graves enfermedades

SERVO E PROFETA

Come ho già accennato nell’introduzione, San Giovanni di Dio ha saputo plasmare e modellare, sotto la spinta della figura e degli insegnamenti di Gesù, la sua carità in una duplice direzione, vale a dire come servo e come profeta.

A seconda dei tempi è emerso di volta in volta con maggiore incisività o l’uno o l’altro di questi due aspetti della figura e dello spirito di San Giovanni di Dio.

San Giovanni di Dio non era soltanto l’umile e fedele servo dei poveri e degli ammalati. L’uomo povero di Granada sapeva anche mostrarsi quale profeta impavido della carità nella città e nel paese che aveva adottato come suo.

La sua vita rispecchiava tutti i tratti distintivi del profeta.

I tratti distintivi del profeta

  1. Era posseduto e guidato dallo Spirito, “desiderando la salvezza di tutti come la sua stessa” (1GL, 12).
  2. Era messaggero della Parola, portandola persino alle prostitute di Granada e predicando “più con opere vive che a parole” (Castro cap. XIX).
  3. Era critico di fronte alle realtà umane trascurate e trovandosi egli stesso immerso in una di queste drammatiche realtà decise di aprire “un ospedale, dove raccogliere i poveri abbandonati e privi della ragione” (Castro cap. IX).
  4. Annunciava ai poveri la loro dignità dando una casa a loro;
  5. nello stesso tempo aiutava altri a trovare lavoro
  6. e per altri ancora provvedeva a tutto il necessario mantenendo sempre la massima riservatezza (castro cap. XII).
  7. Denunciava lo stato d’abbandono in cui versavano i poveri e gli ammalati e quando uno di questi moriva, non temette di ricordare ai ricchi i loro obblighi di carità in virtù del loro comune essere cristiani (O’Grady) (6).
  8. Esortava sulle strade di Granada i cittadini della città a “fare del bene a loro stessi facendo del bene agli altri per amore di Dio” (Castro cap. XII).
  9. Si dedicava con passione all’assistenza dei poveri. “Li cercava di notte, buttati giù per quei portici, intirizziti e nudi, piagati ed infermi.” E ancora: ‘Vedendone la moltitudine, mosso da grande compassione decise di procurar loro con maggiore impegno il rimedio” (Castro cap. XI).
  10. Metteva di fronte i potenti, i ricchi e i nobili ai disagi e ai bisogni patiti dai poveri (Castro).
  11. Difendeva i deboli. Agli infermieri dell’ospedale reale disse infatti: “Perché trattate così male e con tanta crudeltà questi poveri infelici e fratelli miei… Non sarebbe meglio che aveste compassione di essi e delle loro sofferenze, e li puliste e deste loro di mangiare con più carità ed amore…” (Castro cap. VIII).
  12. Patì molti disagi per la fame, il freddo e la nudità… e doveva mendicare per mangiare e andava scalzo” (Castro cap.X).
  13. Venne perseguitato, allorché percorreva le strade di Granada, da “ragazzi e una numerosa plebaglia, che gridando e schiamazzando e tirandogli sassi e fango ed altre molte immondizie cominciarono a seguirlo” (Castro cap. VIII).
  14. Anche altri lo perseguivano e “lo motteggiavano o mormoravano di lui, dicendo che tutto era un ramo di pazzia, che gli era rimasto.., e che presto sarebbe crollato, perché non aveva fondamento. E oltre a ciò, gli tenevano gli occhi addosso, osservando le case nelle quali entrava ed informandosi di quanto ivi diceva e faceva, ed anche appostandosi in luoghi occulti” (Castro cap. XII).
  15. Era il più disonorato tra i suoi, perlomeno secondo il suo giudizio, e quando alcuni si lamentarono per il tipo di gente che accoglieva e assisteva nella sua casa, rispose: “Io solo sono il cattivo, l’incorreggibile ed inutile, che merito di essere scacciato dalla casa di Dio” (Castro cap. XX).
  16. Ancor’una volta intervenne a difesa dei più deboli dicendo: “I poveri che stanno nell’ospedale sono buoni, e di nessuno di essi io conosco alcun vizio”.
  17. Sacrificava la sua vita, allorché, già molto malato e provato da terribili sofferenze, si gettò nel fiume Genil per salvare la vita ad un povero ragazzo che vi era caduto dentro e trascinato via dalla corrente. Questo tentativo di salvataggio gli sarebbe costato più tardi la vita (Castro cap. XX).

Così come in determinati periodi ci dobbiamo far guidare da San Giovanni di Dio nel servizio umile all’umanità sofferente, dobbiamo farci dimostrare da lui in altri periodi come essere profeti impavidi e attuali della carità.

A questo proposito mi posso soltanto associare a quanto detto da T.F.O’Meara: “Dobbiamo riscoprire il passato cercando di captare i suoi molti significati, affinché, partendo dal passato, possiamo attingere la forza per affrontare con coraggio il presente e proiettarci con slancio nel futuro. Qui sta la differenza tra la speranza cristiana intesa come dinamismo e la religiosità statica.

Questo è stato anche il messaggio di un grande profeta del Vecchio Testamento, il quale ebbe a dire: “Fermatevi ai bivi e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le anime vostre” (“Ger 6, 16).

Quale migliore profeta ci può aiutare a scrutare i sentieri del passato e a individuare la strada buona verso il futuro, se non Giovanni di Dio?

LA VITA RELIGIOSA

In questo momento storico noi Fatebenefratelli, rivolgendo lo sguardo indietro ai sentieri che abbiamo percorso e alle opere che abbiamo compiuto e stiamo continuando a compiere per il Signore come servi e profeti, avremmo forse voluto sentire le seguenti parole indirizzate dal padrone al suo servo: “Bene, servo buono e fedele… prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25, 21).

Ma il terzo centenario della canonizzazione del nostro santo Fondatore vede molti confratelli e molti dei nostri amici laici assaliti da un grande senso di confusione riguardo la vita religiosa, dato che la situazione in cui si trova, e il suo futuro non sembrano indurre all’entusiasmo.

Parte dell’edificio della Chiesa

Come fenomeno umano che fa parte dell’esperienza cristiana, non credo che vi possano essere dei dubbi sul fatto che la vita religiosa continuerà anche in futuro ad essere parte integrante dell’edificio della Chiesa. Se come guida ci affidiamo al passato, appare certo che ci saranno sempre degli uomini e delle donne il cui rapporto personale con Dio si può esprimere in maniera adeguata soltanto attraverso la vita consacrata vissuta in comunione con altri e posta al servizio del Regno,

Assodato ciò rimane ovviamente un ampio margine per discutere le forme, gli stili e le espressioni che la vita religiosa potrà o dovrà assumere. La vita religiosa nella Chiesa si è trovata sempre in un costante processo di evoluzione con i suoi alti e bassi.

Dopo il Secondo Concilio Vaticano

Coloro fra noi che hanno potuto sperimentare la vita nella Chiesa prima del Secondo Concilio Vaticano, sanno che la Chiesa e con essa la vita religiosa sono cambiate in una maniera che nessuno osava immaginare.

Accettazione, coinvolgimento e solidarietà

La Chiesa oggi non si considera più come qualcosa che sta sulla difensiva o addirittura in opposizione al mondo. Il suo atteggiamento si è andato sempre più improntando all’accettazione, al coinvolgimento e alla solidarietà. Pertanto non considera più il mondo come proprio nemico, ma come “la materia grezza del Regno di Dio” (S.M. Schneiders).

Questo sviluppo ha avuto ripercussioni drammatiche e di vasta portata per la vita religiosa. Esso ha provocato lo sgretolamento delle strutture istituzionali che spesso hanno permesso alla vita religiosa di funzionare come ‘un sistema chiuso’, come qualcosa di separato e non intaccato dalla società in cui era inserita.

Fino a poco tempo fa “i religiosi, nelle loro istituzioni e comunità, erano in grado di definire la realtà secondo i propri desideri e tali definizioni non venivano messe in questione. Così i religiosi potevano per esempio affermare che la povertà significava innanzitutto la dipendenza dai relativi permessi e che era perfettamente compatibile con la – ricchezza corporativa e le comodità personali. I religiosi potevano decidere liberamente, quale opera apostolica intraprendere, e nessuno esaminava le loro priorità” (7).

La sottocultura della vita religiosa intesa come ‘sistema chiuso’ va rapidamente disintegrandosi. Oggi le parole e le azioni dei religiosi sono sottoposte costantemente all’esame e alla critica della società.

Le circostanze cambiate, così come le ho appena descritte, dimostrano chiaramente che:

  1. noi religiosi dobbiamo imparare a distinguere le strutture e le tradizioni, che conservano e trasmet­tono dei valori, da quelle che sono mere reminiscenze del vecchio sistema chiuso
  1. noi religiosi dobbiamo comunicare al mondo che la nostra vita ha un preciso significato e valore attuale che va oltre il mantenimento dello “status quo” o il rimpianto del passato;
  1. noi religiosi dobbiamo instaurare un nuovo rapporto con il mondo che non deve portare nè all’assimilazio­ne nè alla prosecuzione del nostro vecchio atteggia­mento di opposizione e di distacco.

La vita religiosa, di nuovo nelle mani del vasaio

In un’era come la nostra in cui il mondo intero è investito da trasformazioni sempre più rapide in campo sociale, demografico ed ecologico, tutto sembra indicare che la vita religiosa, così com’è stata vissuta dalla cristianità, debba tornare di nuovo nelle mani del vasaio, affinché egli rifaccia con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pare giusto (Ger. 18, 4).

Alcuni aspetti salienti della vita religiosa oggi (8)

I fattori predominanti che caratterizzano oggi la vita religiosa e che sono comuni alla maggior parte degli istituti della vita consacrata, tra cui appunto anche al nostro Ordine, debbono essere letti come segni del tempo. Essi sono:

1)   un calo numerico significativo dei religiosi;

2)     riduzione delle attività e espansione stagnante;

3)    la nascita di nuovi gruppi ecclesiali;

4)     sfiducia verso la vita religiosa da parte degli stessi religiosi.

Calo numerico

Negli ultimi venticinque anni, tra decessi, abbandoni e una perseveranza diminuita delle nuove vocazioni, i ranghi dei religiosi sono andati via via sfoltendosi. Nello stesso tempo i religiosi e le religiose che sono rimasti nei ranghi sono invecchiati.

  • Nel 1965 l’Ordine contava ancora 2.176 membri professi.
  • Nell’arco di venticinque anni questo numero è sceso a 1.474. Ciò equivale a un calo di circa un terzo.

Riduzione delle attività e dell’espansione

E’ vero che la crescita e la diffusione dei servizi sanitari a livello generale e l’avvento di un rapporto di collaborazione più stretto tra religiosi e laici permettono oggi all’Ordine di aiutare tante persone come non era successo mai prima nella storia. Tale attività è rimasta tuttavia circoscritta alle nostre istituzioni esistenti.

Le strutture presenti dell’Ordine che dipendono in larga misura dalla presenza e dall’influenza dei confratelli rendono difficile l’avvio di nuove iniziative.

Difatti se una tale iniziativa richiede la presenza di un numero, seppure minimo, di confratelli, siamo costretti o a declinare gli inviti che ci vengono rivolti ad espandere la nostra opera o a chiudere e/o a affidare alcuni dei nostri centri assistenziali ad altre organizzazioni.

La nascita di nuovi gruppi ecclesiali

Oggi molte persone, invece di indirizzarsi verso la vita religiosa, si sentono attratte da nuovi gruppi ecclesiali che come gli istituti religiosi offrono loro un determinato programma di preghiera e di servizio nonché i mezzi necessari per la propria crescita sul piano spirituale.

Queste persone hanno evidentemente la sensazione che all’interno di questi gruppi possano trovare più facilmente, che nelle comunità religiose, i due elementi essenziali dell’ideale comunitario che cercano, e cioè: il senso del proprio valore e il senso di essere parte integrante del gruppo (9).

Sfiducia nella vita religiosa dei religiosi stessi

Oggi fra i religiosi si nota un diffuso senso di scoraggiamento. Molti di loro si chiedono, perché la forma di vita che essi amano e hanno scelto esercita un’attrazione così debole sugli uomini e sulle donne di questo tempo.

Alcuni credono addirittura che per l’antichità delle nostre istituzioni e per la perdita del nostro entusiasmo carismatico iniziale non siamo più in grado di mettere a disposizione dei nostri membri mezzi adeguati per la loro santificazione, credono che siamo mal equipaggiati per affrontare le nuove sfide apostoliche e che le nostre strutture non facilitano un impegno radicale evangelico in povertà e in fedeltà ai segni del tempo” (José Cristo Rey Garcia Paredes).

Nei convegni in cui ci si interroga sulla situazione attuale della vita religiosa, si sente spesso dire che è più facile fondare un nuovo istituto religioso, che rinnovare uno vecchio. Le cause dell’attuale crisi vengono attribuite in generale al fatto che i sentieri di una volta non sono più percorribili, mentre quelli nuovi non sono ancora sufficien­temente chiari.

Segni di estinzione o segni del tempo?

Alcuni tendono a interpretare i fatti che ho appena delineato come segni inequivocabili che la vita religiosa va estinguendosi e che altri gruppi prenderanno il suo posto all’interno della Chiesa e nel servizio al popolo di Dio.

Quello che sta succedendo, in realtà è che noi religiosi siamo chiamati a ricollocarci all’interno di una Chiesa che guarda sempre di più all’esterno (José Cristo Rey Garcia Paredes).

E in questo contesto siamo soprattutto chiamati a entrare in un nuovo rapporto con gli altri membri della Chiesa, in particolar modo con i laici.

Vedendo cessare noi religiosi il nostro ruolo di figure di comando nella missione della Chiesa, abbiamo preso coscienza come il Signore della messe, in una maniera che noi non ci saremmo mai immaginato, abbia già risposto tutto questo tempo alla nostra preghiera “perché mandi operai per la sua messe” (Lc. 10, 2).

Il calo numerico dei religiosi e la riduzione delle nostre attività insieme alla nascita di altri gruppi ecclesiali e la necessità che i religiosi riacquistino la fiducia nella vita religiosa ci mettono di fronte ad una realtà che ci aiuta a riconoscere una verità che altrimenti forse non saremmo riusciti a riconoscere. Questa verità è:

  • Il carisma della vita religiosa non è determinato nè dal numero dei religiosi, nè dal prestigio e dall’efficienza delle sue istituzioni e dei suoi servizi e nè dalle alte cariche che i suoi membri raggiungono nella società o nella Chiesa.
  • Ma se la vita religiosa non è più determinata dai criteri, ai quali ci siamo abituati, da che cosa sarà determinata in futuro?

IL FUTURO

Mentre nessuno può rivendicare la facoltà di prevedere il futuro della vita religiosa, in tutto il mondo i religiosi stanno identificando alcuni movimenti che sembrano di grande importanza per ciò che concerne lo sviluppo futuro della vita religiosa.

  1. Testimonianza profetica

Una cosa che sembra abbastanza chiara è che i religiosi in futuro saranno chiamati sempre di più a giocare un ruolo profetico nella Chiesa e nella società.

Questo è anche il motivo per cui, all’inizio di questo discorso, ho dedicato tanto spazio alla dimensione profetica della vita e dell’opera di San Giovanni di Dio.

Mediante il suo essere profeta chiamò sia la Chiesa che la società, che ambedue si perdono volentieri nei propri piani, ad attendere prima di tutto al disegno di Dio.

Animati dallo stesso spirito noi Fatebenefratelli non permetteremo mai che il nostro servizio ai poveri e agli ammalati diventi un tranquillante per la società, ma faremo di tutto, affinché il nostro servire, in qualunque forma esso venga attuato, serva “per la loro promozione, impegnandoci evangelicamente contro ogni forma di ingiustizia e manipolazione umana e collaborando al dovere di risvegliare le coscienze di fronte al dramma della miseria” (Cost. l2c).

2 Atteggiamento contemplativo verso la vita

La dimensione contemplativa assumerà una valenza sempre più importante nella vita religiosa. Il modo in cui San Giovanni di Dio ha contemplato il mondo lo ha portato a vederlo sempre di più come lo vede Dio e a comprendere sempre più in profondità il significato della sofferenza e del dolore.

Noi saremo portati a vedere le nostre comunità sempre di più come centri di spiritualità, come luoghi in cui si speri­menta Dio e in cui anche i laici potranno pregare e interrogarsi sul significato della loro vita.

  1. I poveri e gli emarginati al centro del nostro servizio

I religiosi concentreranno le loro risorse spirituali, materiali e umane sul servizio ai poveri.

Il nostro orientamento di fondo è già quello di rispondere ai bisogni dei poveri, qualunque essi siano. La risposta a questi bisogni potrà anche portare a cambiamenti nelle strutture a favore dei poveri, degli ammalati e degli emarginati.

Facendo così ci faremo carico delle implicazioni che derivano dalla nostra chiamata di “essere voce di coloro che non hanno voce” e di fungere come loro interpreti nella società.

Scopriremo sempre di più la libertà derivante dai nostri voti di poter servire là dove altri non vogliono o non possono andare.

  1. Spiritualità dell’intregalità e dell’interconnessione globale

La contemplazione farà crescere nei religiosi la convinzione come la creazione formi un tutt’uno indivisibile.

Non ci batteremo soltanto per promuovere l’armonia tra i popoli, ma ci batteremo anche per promuoverla all’interno della creazione stessa. Dimostreremo più sensibilità per la questione ecologica e più responsabilità nell’uso delle risorse della terra.

Nel nostro campo specifico, vale a dire della salute, ci sforzeremo sempre di più a integrare all’insegna del Vangelo spiritualità e tecnologia.

  1. Vivere con poco

I religiosi continueranno a indirizzarsi verso uno stile di vita sempre più semplice rinunciando a tutte le cose non essenziali e accontentandosi del necessario.

Saremo sempre più coscienti che non siamo “padroni dei (nostri) beni temporali, ma solo rappresentanti e amministratori” (Cost. l00c).

Come religiosi il nostro ruolo nella missione della Chiesa sarà condizionato in maniera crescente dal fatto che potremo contare su sempre meno risorse materiali. Lo stile di vita e la configurazione delle comunità saranno determinati dalle esigenze della missione e non viceversa.

  1. Collaborazione con altri religiosi e i laici

I religiosi non vedono più l’antica dicotomia tra l’essere religioso e l’essere laico.

Il nostro Ordine ha già riconosciuto che le “numerose migliaia di uomini e donne che, come sacerdoti, religiosi o religiose, collaboratori laici, volontari e benefattori, partecipano con i confratelli nell’assistenza ai malati e ai bisognosi… manifestano l’amore di Dio per i deboli” (Capitolo Generale 1988).

Il Secondo Convegno Internazionale dei Collaboratori Laici dell’Ordine svoltosi nel 1988 ha permesso all’Ordine di raggiungere una nuova e più profonda dimensione nel rapporto tra laici e confratelli.

CONCLUSIONE

All’inizio del mio discorso ho detto che avrei tentato di mettere in risalto il messaggio che a mio avviso San Giovanni di Dio e la sua canonizzazione possono e vogliono trasmetterci oggi.

Per fare ciò ho parlato:

  1. * del carisma dell’ospitalità;
  2. * del nuovo concetto di Ordine;
  3. * della situazione dell’Ordine;
  4. * di San Giovanni di Dio come servo e profeta;
  5. * della vita religiosa e
  6. * del futuro.

IL CARISMA DELL’OSPITALITA’

Avrete notato che ho parlato del carisma dell’ospitalità come di una cosa che ci unisce come confratelli, e come cristiani collegando le nostre vite attraverso una visione comune, traguardi comuni e valori comuni.

La nostra visione è quella di un mondo trasformato dal “Cristo compassionevole e misericordioso del Vangelo” (Cost. 2a) la cui “presenza manteniamo viva nel tempo” (Cost. 2c).

Il nostro traguardo è di entrare nelle vite dei poveri, degli ammalati e degli emarginati, affinché “la nostra vita (diventi per loro) segno e annuncio della venuta del regno di Dio” (Cost. 3b).

I nostri valori comuni sono numerosi, ma questo non è certo il momento più adatto per dilungarsi su di essi. E’ sufficiente dire che i più importanti di essi sono:

  1. FEDE centrata sull’amore e sulla misericordia di Dio;
  2. OSPITALITA’ manifestata attraverso un profondo affetto e una dedizione senza risparmio all’intera famiglia umana,
  3. SENZA DISCRIMINAZIONE ALCUNA e con
  4. RISPETTO PER I DIRITTI UMANI e la
  5. DIGNITA’ E IL VALORE DELLA VITA.
  6. ATTENZIONE VERSO I POVERI e i loro bisogni, attenzione che non mira soltanto ad alleviare la sofferenza, ma anche e soprattutto a promuovere.
  7. LO SVILUPPO E LA CRESCITA PERSONALE di tutti.
  8. COLLABORAZIONE che si esprime
  9. NELL’APERTURA VERSO I LAICI e nel
  10. DESIDERIO DI COLTIVARE IL DIALOGO E LA COMPRENSIONE MUTUA.
  11. GIUSTIZIA che si manifesta attraverso
  12. L’ALTRUISMO e
  13. IL SERVIZIO EFFICIENTE che a sua volta promuove
  14. L’INIZIATIVA E LA CREATIVITA’.
  15. SPIRITUALITA’ che implica il
  16. RISPETTO PER LE CONVINZIONI ALTRUI.

Tutti questi valori possono essere riassunti nel valore-chiave che noi abbiamo chiamato UMANIZZAZIONE.

Valori ‘come stelle’

Questi sono, a mio modo di vedere, alcuni dei valori più significativi dell’Ordine. Essi costituiscono i principi e gli ideali che contrassegnano il nostro cammino. Naturalmente non pretendo che l’Ordine onori questi valori o dia loro il peso che meritano in ogni circostanza e in ogni luogo.

A questo proposito mi sembra opportuno più che mai ricordare il famoso detto di Montaigne: “Gli ideali sono come le stelle. Non li raggiungiamo mai. Ma come i marinai in alto mare tracciamo la nostra rotta con il loro aiuto.”

All’inizio del mio discorso ho detto che desideravo illustrare il messaggio che la figura di San Giovanni di Dio e la sua canonizzazione contengono per me. Secondo me questo messaggio può essere letto in diverse direzioni:

CARISMA

  1. Il carisma dell’ospitalità è un dono che lo Spirito Santo distribuisce generosamente tra il popolo di Dio per il suo bene.
  2. San Giovanni di Dio ha ricevuto questo dono. Collabo­rando pienamente con esso la sua vita è stata trasformata da esso facendolo diventare guaritore e evangelizzatore di coloro che avevano più bisogno dell’amore misericordioso di Dio.
  3. Noi abbiamo ricevuto lo stesso dono e siamo chiamati a lasciarci trasformare da esso.
  4. Il carisma è un dono che unisce coloro che lo ricevono.
  5. L’effetto unificante del carisma dell’ospitalità è uno dei mezzi che Dio ci ha voluto offrire per affrontare il futuro.

L’ORDINE

L’Ordine è un corpo all’interno della Chiesa che incarna la visione, i traguardi e i valori di San Giovanni di Dio.

Come tale l’ordine si sta avvicinando ad una visione di se stesso che non è più ristretta al nucleo dei suoi membri professi, ma assume sempre di più una dimensione universale.

Secondo questa visione l’Ordine è presente e, attivo nelle persone e nelle azioni di tutti coloro che contribui­scono a portare avanti l’opera di San Giovanni di Dio nell’assistenza e nella cura dei poveri, degli ammalati e degli emarginati.

LA SITUAZIONE ATTUALE DELL’ORDINE

Oggi l’Ordine attraverso 35.000 tra religiosi e laici sta assistendo e aiutando quotidianamente migliaia di persone, probabilmente tante persone come mai prima nella sua storia.

E’ in atto un movimento chiaramente tangibile che mira ad aggiornare le nostre modalità tradizionali di realizzare l’ospitalità e l’Ordine si sta impegnando attivamente in nuove forme dell’ospitalità.

L’esercizio dell’ospitalità ovviamente non può essere ristretto al numero dei religiosi che hanno seguito una precisa vocazione a questo titolo.

SERVO E PROFETA

  1. Come Gesù San Giovanni di Dio ha agito sia come servo sia come profeta e anche noi siamo chiamati ad operare in questa duplice direzione.
  2. Il nostro tempo sembra chiamarci con particolare insistenza a farci profeti della carità.
  3. Come profeti della carità abbiamo il compito di ricordare, attraverso l’azione e la parola, alle strutture della Chiesa e del mondo che i poveri, i deboli e gli emarginati hanno indelebili diritti umani che derivano dalla loro umanità e che non possono essere cancellati adducendo come pretesto la loro “improduttività”.
  4. Dovendo l’Ordine come la Chiesa essere costantemente in atteggiamento di rinnovamento e di conversione, deve ascolta­re e seguire le voci profetiche che si levano dalle proprie file, anche se tali voci ci dicono delle cose sul nostro modo di vivere e di agire che noi preferiremmo non sentire.

LA VITA RELIGIOSA

  1. Le profonde trasformazioni che stanno sconvolgendo numerosi aspetti della vita religiosa non debbono essere interpretate come un disastro inspiegabile.
  2. Se consideriamo i fatti con gli occhi della fede, ci rendiamo conto che la vita religiosa è di nuovo tornata nelle mani del vasaio, affinché egli la rimodelli, come pare giusto a lui.
  3. Il carisma della vita religiosa non è determinato dal numero dei religiosi,  dal prestigio che godono o dall’efficienza delle loro istituzioni e dei loro servizi.
  4. E’ determinato invece dal valore della testimonianza evangelica che i religiosi offrono al mondo e in particolare ai poveri, agli ammalati e agli emarginati di questo mondo.

IL FUTURO

  1. La visione, i traguardi e i valori di San Giovanni di Dio e del suo Ordine non hanno perso nulla della loro validità e freschezza. Essi trovano espressione nel carisma dell’ospitalità, un dono di cui Dio non vorrà             mai privare il suo popolo.
  2. Formando questo dono parte intima del patrimonio del popolo di Dio, esso continuerà ad essere esercitato. Nel futuro dell’ospitalità ci sarà anche spazio per noi. Ma non è uno spazio assicurato.
  3. Si tratta piuttosto di uno spazio che vuole essere conquistato mediante una cooperazione instancabile con il dono dell’ospitalità e il suo donatore, una cooperazione che è stata vissuta e realizzata in maniera esemplare da San Giovanni di Dio.
  4. Egli è stato fatto santo, perché ha saputo attingere a piene mani a questo dono trasmettendo la sua forza a tutti coloro che ne avevano bisogno e ai quali era destinato.
  5. Questo anniversario ci ricorda e i costi e le glorie che comporta l’accettazione e la trasmissione di questo dono.
  6. Come per San Giovanni di Dio il futuro per noi non è nè una promessa nè un avvenire dall’esito scontato, ma una sfida.

RIFERIMENTI

  1. Castro, Francesco, cap. 7.
  2. Pio XII, Discorso ai nuovi Cardinali, 20 febbraio 1946.
  3. Vedi le Dichiarazioni del Capitolo Generale Straordinario, 1979.
  4. 4. Dichiarazioni del 62° Capitolo Generale, 1988, Introduzione.
  5. Ibid.
  6. 6. O’Grady, Benedict, “Sulle tracce di San Giovanni di Dio”, Roma, 1988.
  7. S.M. Schneiders 11114, “New Wineskins”, 1986, Paulist Press, New York.
  8. Questa sezione si basa in larga misura su un discorso tenuto da Padre José Cristo Rey Garcia Paredes dinanzi all’unione dei Superiori Generali sul tema “Laici e Religiosi nella Chiesa” il 23 maggio 1990.
  9. Cfr. Clark, David, “The Liberation of the Church”, 1984, Birmingham, NACCAN.

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VOCAZIONE: UN FRATE SI CONFESSA- Angelo Nocent

Aggiornato di recente1638

Vocazione: un FRATE si confessa

raniero-cantalamessaOra va, io ti mando, fa uscire dall’Egitto il mio popolo” questo è uno dei più belli invii della Bibbia, ma in essa troviamo tutta una serie di questi “va” creativi di Dio. Quando gli uomini vengono eletti per qualche compito importante occorrono firme e controfirme, documenti, atti.

A Dio basta una parola: “va” e viene creata una nuova situazione, viene aperto un capitolo nuovo nella storia della salvezza, una realtà immensa segue a questo “va” di Dio che ricorda un po’ quello iniziale di “sia la luce”.

Vogliamo passare in rassegna alcuni di questi grandi “va” di Dio agli uomini. Il primo è proprio questo che abbiamo ascoltato nella lettura dell’Esodo, il “va” rivolto a Mosé, ma qui è interessante, come sempre, vedere cosa precede. “Va” non è mai la prima parola di Dio, è quasi sempre la conclusione di un dialogo. Prima c’è questo misterioso incontro di Dio nel roveto ardente, un’esperienza bruciante della vivente realtà di Dio.

Questa pagina del roveto ardente è, essa stessa, un roveto ardente. Ogni volta che la apriamo ha questo potere di bruciare, di illuminare, di far quasi sentire sulla propria pelle la presenza di Dio. E’ un momento che cambia completamente la persona di Mosè. Fino a quel momento abbiamo sentito che Mosè è un uomo che guida lui gli eventi: “voglio vedere perché” si pone domande, vuole spiegazioni perché il roveto non brucia; poi dopo che ha sentito il suo nome pronunciato due volte, cambia completamente, si vela gli occhi, diventa sottomesso, remissivo, diventa la creatura che si trova alla presenza del Creatore.

Questo è importante perché, prima di ogni invio, Dio ha bisogno di far fare un’esperienza di se stesso. L’invio, la missione nasce da un incontro per cui quello che poi questo inviato dirà non sarà per sentito dire, non annuncerà una dottrina, non porterà un messaggio scritto, ma parlerà di una persona. Nella sua voce si sentirà l’eco di un incontro personale con Dio.

Troviamo un’analogia con la chiamata di Saulo. Tra l’altro sentiamo che anche qui Dio pronuncia due volte il nome. Quando Dio pronuncia due volte il nome nella Bibbia c’è sempre qualcosa di importante che segue. Dunque la chiamata di Saulo ha qualcosa di analogo, anche questa si conclude con “Vai, io ti mando, egli sarà per me un inviato, un apostolo davanti ai re e alle genti” ma prima c’è stato l’incontro sulla via di Damasco. “Saulo! Saulo!“, Chi sei tu? Qui c’è un nome: “Io sono Gesù“.

Che cosa è avvenuto in quel momento nel profondo dell’essere di quest’uomo Dio solo lo sa, se anche oggi noi viviamo della luce che sprigionò da quell’incontro. Perché le Lettere di Paolo, tutta la sua opera, è l’effetto di questo incontro bruciante con la vivente persona del Risorto.

Un’altra cosa importante che notiamo in questa chiamata di Mosè è che il profeta deve farsi partecipe, deve essere quasi contagiato dal patos di Dio per la salvezza del popolo. Dio comunica a Mosè la sua passione: “Ho visto la sofferenza del mio popolo, ho sentito il suo grido” e sarà proprio questa passione che farà di Mosè non un mestierante in mezzo al popolo ma uno, come una madre, che porta il bambino sulle braccia perché Dio gli ha messo nel cuore un po’ di quello che è nel suo cuore, questa misteriosa passione d’amore di cui già parlava Origene.

Diceva che Dio ha sofferto una passione d’amore per gli uomini prima ancora della passione di Cristo, anzi la passione di Cristo è l’effetto di questa passione invisibile di Dio per il popolo.

Adesso Mosè può andare e sarà un’altra persona. Mosè, abbiamo sentito in questo momento sperimenta la sua fragilità la sua inadeguatezza. Il Faraone, l’Egitto erano le cose che in quel tempo evocavano la massima potenza, il massimo prestigio e Mosè, quest’uomo che era lì a pascolare le pecore, deve sfidare il Faraone e l’Egitto e la risposta di Dio non gli toglie la sua balbuzie, la sua incapacità di parlare, gliela lascia ma gli dice una cosa: “Io sarò con te” ed è la parola che Dio dice costantemente a quelli che manda.

Quando sarà Gesù, il Verbo fatto carne, Dio reso visibile a inviare, questa stessa idea è espressa nel verbo che non sarà più “va” ma “seguimi” come dire “Io sono qui, non ti mando da solo”. Questa è l’anima della missione, la missione sarà andare verso il popolo non asetticamente ma portando la passione di Dio, facendosi eco della passione di Dio per la salvezza degli uomini, per la miseria del popolo.

Passiamo ad un’altra chiamata, anch’essa molto nota, che abbiamo nella mente: la chiamata di Isaia. Anche qui troviamo in conclusione questo verbo così breve “va”. “Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò, chi andrà per noi?” ed io risposi “Eccomi, manda me”. Egli disse “Va e parla a questo popolo”. Anche qui è importante vedere cosa precede questa missione di Isaia. Una esperienza bruciante della santità di Dio nel tempio. La santità di Dio si manifesta con i segni comuni, abituali di una teofania: il fumo, il fuoco, il terremoto e Isaia, senza bisogno di esami di coscienza, senza nulla si scopre come un peccatore in mezzo a peccatori. A questo punto c’è come una specie di liturgia silenziosa, qualcuno come un angelo, come un accolito prende del fuoco da un altare, tocca misteriosamente le labbra di Isaia e lui si sente purificato e può andare perché adesso sa che lui è un uomo dalle labbra pure che abita in mezzo ad un popolo dalle labbra impure. Questo non è solo uno stato d’animo necessario che si verifica al momento della chiamata ma deve diventare lo stato d’animo permanente degli inviati. L’inviato deve sentirsi non un privilegiato, uno che dall’alto giudica, deve sempre sentirsi un peccatore tra gli altri peccatori come Paolo che diceva che Cristo è venuto a chiamare i peccatori e con tutta umiltà aggiungeva: “E io sono il primo di essi”.

Se oggi stiamo assistendo a una specie di sollevazione silenziosa di ostilità contro il clero c’è dietro tanta parte misteriosa che fa parte del mistero dell’iniquità. C’è anche tanta speculazione ma forse un elemento di spiegazione è anche questo: che il mondo è contento e felice di prendere in fallo coloro che si ritengono giusti moralisti degli altri. Questo va evitato e noi dobbiamo aiutare a dissipare questo equivoco. Sempre gli inviati, a qualsiasi titolo, andranno con questo spirito di essere uomini come gli altri. Dice la lettera agli ebrei: “Ogni sacerdote è scelto in mezzo al popolo e inviato al popolo. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore essendo anche egli rivestito di debolezza”. Questa è una provvidenza di Dio e noi dobbiamo assecondarla assumendo sempre questo stile come chi parla sempre e sente che la parola lo ferisce, come chi brandisce la spada a doppio taglio ma nel senso che taglia davanti e dietro, verso chi la impugna e verso chi è protesa. Quindi anche quando dobbiamo puntare il dito, che si senta che prima lo abbiamo puntato contro di noi. Se Pietro il giorno di Pentecoste potrà dire: “Voi avete crocifisso Gesù di Nazaret” senza che alcuno reagisse, era perché prima aveva detto a se stesso “Tu hai tradito il sangue innocente, tu hai tradito il giusto” e si sentiva, nella voce di Pietro, che lui era uno dei convinti di peccato che adesso aiutava i fratelli a fare lo stesso.

Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e debole per confondere i forti e perché si veda che la potenza della parola di Dio, la potenza della luce che accompagna la missione viene da lui, non da noi. Diceva uno scrittore scozzese: “Gesù, da buon falegname che era, nella sua vita ha messo insieme dei pezzetti di legno i più bitorzoluti e sgangherati che ha trovato e con essi ha fabbricato una barca che tiene il mare da duemila anni”. Ma noi siamo questi pezzetti di legno bitorzoluti e nient’altro e si deve sentire. E tanto più la nostra voce di inviati sarà dentro questa fiamma dell’esperienza di Dio, sarà caratterizzata dall’esperienza del roveto ardente o di Isaia nel tempio, tanto più oggi riusciremo a convincere il mondo di peccato. Il mondo d’oggi è diventato così tetragono, così corazzato, così disincantato che non bastano le parole, non bastano i ragionamenti, non bastano i mass media, non basta che gli allestiamo la parola di Dio su un piatto attraente. Bisogna che si senta dentro un’altra parola e questa la dobbiamo recuperare sempre dall’origine della missione, dalla voce da cui è venuta la missione.

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Accenno anche ad un terzo “va” anche questo di un profeta: Ezechiele. La chiamata di Ezechiele si trova nel capitolo 2° e 3° del suo libro ed è accompagnata da un’immagine. Come sempre la Bibbia è potente soprattutto nelle immagini.

Tu figlio dell’uomo ascolta ciò che ti dico, non essere ribelle come questa genia di ribelli. Apri la bocca e mangia ciò che io ti dico, non essere ribelle come questa genia di ribelli“.

Io guardai, ed ecco una mano tesa verso di me che teneva un rotolo, lo spiegò davanti a me e all’interno e all’esterno vi erano scritti lamenti, pianti e guai. Mi disse: “Figlio dell’uomo mangia ciò che hai davanti“. Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo dicendomi: “Figlio dell’uomo nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse “Figlio dell’uomo va, recati dagli israeliti e riferisci loro le mie parole”.

Anche qui prima del “va” c’è un’esperienza, ma diversa, il profeta deve mangiare il rotolo che simbolicamente contiene la parola di Dio che deve annunciare. Questa immagine vale più di trattati interi sulla pastorale dell’annuncio perché dice che prima di proclamare la parola, la dobbiamo mangiare, ce ne dobbiamo riempire le viscere.

Giovanni riprenderà queste immagini nell’Apocalisse con un dettaglio nuovo dicendo che quella parola, quel rotolo mangiato era dolce sulle labbra ma amaro come il fiele nelle viscere. C’è una differenza enorme tra un libro letto, studiato, sviscerato e un libro mangiato, digerito, di cui ci si riempite le viscere. Questo vuol dire che la parola prima deve incarnarsi in chi la deve proclamare. Deve diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue, deve poter aver ferito dentro, poter tagliato dentro. Questo spiega l’amarezza, perché la parola prima deve essere dolce come il miele sulle labbra perché la parola di Dio è dolce.

Prima però bisogna aver sentito l’amarezza, cioè bisogna essersi lasciati giudicare dalla parola. Quante volte questo l’ho sperimentato sulle mie spalle. Quando venni a predicare la prima volta alla casa Pontificia, ero a Milano e venivo emozionato per tenere la prima predica davanti al Papa, sul treno aprii il Breviario e cominciato a leggere trovai un certo salmo di cui non ricordo il numero ma che diceva: “Perché tu vai proclamando le mie parole e hai sempre in bocca la mia alleanza mentre la mia disciplina te la getti alle spalle“.

Era una predica tremenda perché era proprio per me e prima che io andassi a predicare la parola di Dio. Lo dice anche Paolo nella prima lettera ai romani: “Tu che predichi agli altri perché non predichi prima per te stesso?”

Madre del Buon Consiglio

Nella Bibbia abbiamo un modello unico di una persona che ha mangiato il rotolo e se ne è riempite le viscere: Maria. Non ha letto la parola di Dio, non l’ha studiata, l’ha accolta nel cuore, se ne è riempita le viscere e l’ha data al mondo, in silenzio, senza parole di accompagnamento. Lei dunque può essere davvero la stella dell’evangelizzazione perché ci presenta la caratteristica essenziale dell’annuncio: aver prima mangiato, digerita la parola, averla incarnata nella propria vita.

Aveva ragione Paolo VI di dire che il mondo non ha bisogno solo di maestri ma soprattutto di testimoni. Testimone è colui che prima laparola l’ha vissuta, si è sforzato di viverla. Nessuno riuscirà mai a vivere prima tutta la parola di Dio, altrimenti dovremmo tacere tutti e nessuno dovrebbe mai predicare perché mai nessuno può dire di avere già messo in pratica. Però ci sforziamo, ci lasciamo giudicare, sappiamo che quello è il nostro punto, il nostro metro di giudizio, e per il Signore è sufficiente questo, che non ci riteniamo già come degli inviati, dei mestieranti che esportano una parola che non hanno prima vissuto.

Nella Bibbia c’è un altro “va” al plurale che voglio leggere. Non è quello solito che aspettiamo noi alla fine (Matteo 28) “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Si trova alcuni versetti prima: “Ma l’angelo disse alle donne: non abbiate paura voi, so che cercate Gesù il crocefisso. Non è qui, è risorto come aveva detto. Venite a vedere dove era deposto. Presto andate e dite ai suoi discepoli che è resuscitato dai morti“.

Anche qui come si fa ad andare avanti come se fosse una parola, una riga di un libro come un’altra? La prima volta che questo verbo è risuonato nel mondo, al passato “è risorto” il mondo cambiava, quella parola spalancava un mondo nuovo. Non è difficile immaginare quello che segue: queste donne che dopo essersi guardate l’un l’altra capiscono che è vero e si slanciano per la collina a raggiungere il Cenacolo e quando arrivano, non ci vuole fantasia, prima che le donne dicano quello che è successo, i loro occhi avevano già proclamato la resurrezione di Cristo.

Questa sera c’è un dettaglio che deve essere precisato: tutti i “va” che abbiamo menzionato e molti altri ancora sono rivolti agli uomini. Questo “va” o “andate” viene rivolto a delle donne, ed è fondamentale. E’ rivolto a delle donne perché vadano dagli apostoli. Questo è un “va” che costituisce le donne evangelizzatrici degli evangelizzatori.

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Questo ci spinge a vedere la missione in un orizzonte più ampio. Non come una scelta di alcune persone di un sesso solo, per alcune mansioni di uno stato unico. Ci aiuta a vedere che la missione di Dio anche quando è rivolta ad una sola persona è rivolta a tutta la comunità, a tutto un popolo. E’ il corpo che è mandato, è la Chiesa che è mandata, forse anche per questo Gesù dirà agli apostoli “Andate in tutto il mondo” ma è chiaro che quell’andate si rivolge a tutta la Chiesa perché tutta la Chiesa è inviata.

Dice Paolo che nel corpo ci sono varie membra: gli occhi, le mani, i piedi. Ma gli occhi non vedono solo per loro vedono anche per la mano, la mano non agisce solo per se, agisce anche per gli occhi infatti se gli occhi vedono arrivare un sasso la mano si alza a difenderli. Questo è vero, diceva Agostino, a livello dei carismi. Il carisma di uno è il carisma di tutti. Se tu bandisci l’invidia, sarà tuo il carisma mio. La chiamata mia sarà tua e se io bandisco l’invidia, il dono tuo, la chiamata tua sarà mia perché apparteniamo allo stesso corpo.

Aggiungeva Agostino che a volte un pagano può incontrare un cristiano e dirgli perché, dato che ha ricevuto lo spirito Santo, non parla tutte le lingue. E il cristiano può rispondere che certamente parla tutte le lingue perché appartiene a quel corpo che in tutte le lingue proclama il messaggio di salvezza.

La missione dunque è di tutti, ci coinvolge tutti e abbiamo bisogno delle donne. Questa sera mi sento spinto a dire “Donne Gesù ha bisogno di voi oggi. Che siate come l’elemento portante di tutti gli invii, di tutte le chiamate“. Diceva Claudel: “Non è permesso alla donna di diventare sacerdote ma non le è proibito di essere vittima” io aggiungerei ma non è proibito di essere evangelizzatrici, e Gesù le ha costituite così. Lui fa delle donne le messaggere dei futuri apostoli. Questo ha un senso, gli apostoli dovranno andare in tutto il mondo ma hanno bisogno di qualcuno che prima dia loro l’annuncio e che sempre richiami questo annuncio.

1-Santa Teresa fi Gesù Bambino1

Il Signore ha bisogno di voi” diceva Teresa di Gesù Bambino che un giorno era presa da quest’ansia di avere tutti i carismi e anche dal dispiacere e dalla frustrazione di non potere avere tutto e avrebbe voluto essere il missionario che cammina, la suora di carità che cura i malati. Poi di colpo la parola di Dio le rivela, ma nel corpo della Chiesa c’è il cuore, se si ferma il cuore si ferma tutto. “Nel corpo della Chiesa io sarò il cuore“. Questa è la missione universale della donna che nessuno può togliervi ed è la missione fondamentale.

La grande piccola parola che Dio si aspetta da coloro che chiama, da colui a cui ha rivolto questo suo invito “va” “andate“, in ebraico suona “ineni“(?) “Eccomi“. La sentiamo sulle labbra di Abramo, sulle labbra di Mosè, sentiremo Samuele, Isaia, ecc. E’ come quando si fa un appello ed ognuno scatta in piedi dicendo “presente!“.

Cosa ha di misterioso questa parolina che sembra aprire il cuore di Dio, che sembra la risposta sufficiente a Dio? Per il resto ci pensa Lui ma ha bisogno prima di sentire questo “eccomi“. Vuol dire “Signore sono qui, non fuggo dalla tua presenza, sono disponibile, ti ascolto, il mio cuore è pronto” come dice un Salmo: “Il mio cuore è pronto per te Signore“.

Nella storia della salvezza mancano due “eccomi” e questa assenza è così tragica che ne portiamo ancora le conseguenze. Quando Dio chiamò Adamo ed Eva non sentì l’”eccomi” ma vide della gente che si nascondeva e fuggiva dietro i cespugli. Se ci fosse stato un eccomi la storia sarebbe diversa.

Non abbiamo nulla da rimpiangere perché nella notte di Pasqua la Chiesa dice che quella fu una felice colpa perché ci ha meritato Gesù che ha detto un altro “eccomi”, universale eterno: “Eccomi Signore, io vengo a fare la tua volontà”. L’”eccomi” mancante di Eva anch’esso è stato redento da quello di Maria: “Eccomi, sono la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola”.

Ogni “eccomi” è un miracolo della grazia di Dio, è la libertà che misteriosamente si apre alla grazia e oggi questo miracolo è più che mai evidente. Che oggi il Signore chiami con modi più che mai tenui, misteriosi, rispettosi, e che un giovane o una ragazza abbiano il coraggio di chiudere le orecchie a tutte le attrattive del mondo e rispondere “eccomi” è un miracolo.

Quando mi capita di vedere una vocazione o di sentire il racconto di una vocazione, dentro di me dico “Complimenti Gesù, sei forte oggi come quando sulla sponda del lago di Tiberiade dicevi “eccomi” e la gente veniva”. Questo dei chiamati deve essere, e dunque anche il nostro, un “eccomi” gioioso, entusiastico, stupito perché dentro ci deve essere il senso di essere scelti, di essere stati individuati da Dio, oggetto di una predilezione di Dio e quindi un privilegio personale che rende più preziosa la risposta. Ma vorrei esortare questi giovani a non avere paura.

Spesso quando si profila una vocazione la prima reazione è di spavento. Bisogna ascoltare la grazia. Qui sta la differenza tra la vocazione sacerdotale, religiosa, a speciali stadi di consacrazione e quella vocazione anch’essa degnissima, mobilissima al matrimonio. La differenza è che nella chiamata al matrimonio si coniugano due appelli: la natura e la grazia. La grazia è potenziata ed ampliata dalla natura perché nel cuore umano c’è il desiderio naturale di trovare nel matrimonio un compimento con l’altro sesso. La chiamata a questi stadi invece è solo grazia e bisogna stare attenti a non sbagliarsi, a non richiedere la stessa intensità, lo stesso entusiasmo, lo stesso trasporto che si ha in chi è chiamato al matrimonio. Sarebbe un errore aspettarsi di avere questo trasporto perché qui c’è la grazia. Allora un grammo di questo tipo di chiamata vale un quintale di altre evidenze.

Levi _ Caravaggio

Caravaggio, Chiamata di San Matteo, Roma San Luigi dei Francesi.

Un “eccomi” gioioso stupito. Nel frontespizio del libretto delle preghiere di questa sera c’è riprodotta la chiamata di Matteo del Caravaggio e forse il dettagli più geniale di questo quadro è quel dito puntato di Matteo sul petto che vuole dire “Me Signore?“. Lui sta trattando soldi, lui che nella sua vita non ha pensato ad altro che a fare il pubblicano è pieno di stupore ma sappiamo che lascia tutto e segue il Signore. Dunque questo “eccomi” deve essere accompagnato da senso di stupore, di gioia, di predilezione di Dio.

C’è un canto molto bello di origine spagnola: “Signore mi hai guardato negli occhi sorridendo hai pronunciato il mio nome, sulla spiaggia ho lasciato la barca e insieme con te ora navigherò verso altri mari”. Anche le strofe sono bellissime:Tu sei venuto alla spiaggia, non hai cercato sapienti e ricchi, hai cercato solo che io ti dica eccomi. Tu lo sai che cosa ho, nella mia barca non c’è né oro né spade, solo le reti e il mio lavoro”.

La chiamata è questa: Dio che ti guarda negli occhi come fece Gesù quel giorno con il giovane ricco. Sarebbe strano parlare di vocazione e non menzionare la propria vocazione.

Ricordo sempre il giorno in cui anch’io sono stato chiamato e, cosa strana e necessaria a dirsi oggi, all’età tra i 12 e i 13 anni. Ero in un collegio, senza ancora avere deciso cosa fare nella vita, quando ascoltai il primo ritiro spirituale della mia vita, la prima volta che ero esposto alle verità eterne di Dio, dell’amore di Dio, dell’eternità, del Paradiso e, ricordo benissimo, dell’Inferno. Il sentire queste verità e, misteriosamente, sentire che ero stato chiamato allo stato religioso, fu una cosa sola di una chiarezza tale che non ho potuto più, con tutta la teologia recuperare. Così chiara che io dicevo che questa è la grazia più grande dopo il battesimo. Ma ne ero così convinto come oggi non si penserebbe possibile all’età di 13 anni.

Un giorno che eravamo a passeggio, ragazzi di Ginnasio e portavamo l’abitino a quel tempo, e si passava su una collina della città di Fano, ricordo che con un mio compagno, guardando la città che era sotto di noi diceva, convinto però: “Il Signore ci ha chiamato a camminare al di sopra del mondo”.

Dunque non bisogna essere timidi, non bisogna avere paura, le vocazioni sbocciano se c’è qualcuno che presta la voce Gesù che dice “seguimi”. Sono stato nei giorni scorsi a predicare a Vancouver in Canada e un sacerdote mi ha detto che in una parrocchia c’era un sacerdote, suo predecessore morto, che aveva lasciato alla Diocesi 21 vocazioni sacerdotali tutte in atto. Lui quasi regolarmente diceva ai giovani se avevano fatto un pensiero sulla sua chiamata, se avevano pensato a che cosa il Signore li chiamava e a forza di stimolare aveva scovato, individuato, permesso di sbocciare a 21 chiamate del Signore. Bisogna dire ai giovani di oggi che questa è una chiamata per la gioia, non è una chiamata per la rinuncia.

  • Guai a noi se nelle giornate vocazionali dessimo l’impressione che abbiamo bisogno di aiuto, che c’è un lavoro da fare nella chiesa, che abbiamo bisogno di collaboratori, dobbiamo dare la certezza che è un grande privilegio lavorare per il Signore del cielo e della terra.
  • Guai anche a dire di abbracciare lo stato religioso sacerdotale perché, nonostante ci sia la rinuncia alla famiglia, al celibato c’è la possibilità di coscientizzare le masse, di lavorare per la promozione umana, ecc.
  • Non bisogna dire “nonostante il celibato” ma proprio perché c’è il celibato. Questo è uno degli elementi che rendono bella e attraente la chiamata e la risposta e dobbiamo avere il coraggio di dirlo.
  • Dobbiamo anche dire che è una chiamata per la fecondità. Paolo poteva dire “Sono io che vi ho generato mediante l’annuncio del Vangelo“. Annunciando il Vangelo si diventa padri e madri in un senso più vero, perché eterno, del senso biologico. Paolo aveva questa coscienza di aver generato dei figli, anzi alle volte si sentiva una madre perché diceva “io sono adesso per voi come una madre nelle doglie del parto perché vi devo dare alla luce di nuovo”. Se i chiamati avessero questa certezza, questa percezione della loro fecondità forse ci sarebbe meno crisi di identità, meno problemi, meno sproloqui sul celibato dei preti e ci sarebbe più certezza che fierezza.

Voglio leggere il testo di un chiamato, un domenicano: Lacordaire “.

Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma 3-6 Giugno 2002
testo di Padre Raniero Cantalamessa

IL FUOCO TRA LE MANI – Angelo Nocent

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IL FUOCO TRA MANI

Padre Massimo ha una grande fortuna per le mani: ogni giorno celebra la Messa, che è Pasqua e anche Petecoste: fuoco ardente.  Così infatti aveva detto un giorno Geù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! (Lc 12,49).

Questo fuoco è l’Amore fatto Persona che non tradisce, ossia ha a che fare con un Uomo che non bara perché è nientemeno che il Figlio Dio, nato da donna, vissuto nella fragilità della carne, persona della concretezza: “prendete e mangiate…prendete e bevete…questo è il corpo mio, lo dò a voi…è mio sangue versato…fate questo come memoriale”. 

Gesù non dice la mia mente, il mio spirito o la mia anima ma esprime la corporeità. Così ci permette di comprendere che possiamo abitare in un corpo perché siamo spirito che abita in un corpo. E il cuore del cristianesimo è la santità dei nostri corpi abitati dal Divino Spirito. 

Perciò, Massimo, quando parla o scrive la sua dichiarazione d’intenti che ho letto e riletto sul blog, è lodevole: a lui sta a cuore la realtà che gli è stata affidata e che è fatta di nomi e cognomi, di persone che si esprimono nel lavoro quotidiano. Lui che ogni giorno consacra pane e vino prestando la voce allo Spirito, sa che non può, non deve barare.

Ma anche lui è un uomo e, data la complessità, deve servirsi di esperti nelle varie discipline, ad esempio, persone che sappiano fare i bilanci di previsione ed i conseguenti consuntivi, secondo scienza e coscienza.

Ma deve metterci del suo. E’ nel farsi carico di quel corpo pesante che sono le 1200 persone sulle quali grava ogni giorno l’onere e la fatica di garantire al meglio l’assistenza socio-sanitaria di opere plurisecolari. Egli non può mai dimenticare che il patrimonio creatosi è frutto di carità generosa: 
– lauta beneficenza dei possidenti,
– misere elemosine della povera gente. 

Ha ereditato. Ma non per sé, solo per garantire la continuità nella stabilità, per poi passare un giorno il testimonio ad altri.
A lui è chiesto di affrontare l’OGGI da “pater familias” , ossia con occhi che scrutano l’orizzonte come sentinella del mattino e che guarda lontano. Quel DOMANI che puntualmente si presenta alla porta ogni mattina, carico di incognite.

I debiti sono sempre stati l’assillo di San Giovanni di Dio, fin sul letto di morte e tante volte non se l’è sentita di uscire di casa per via delle legittime pretese dei creditori. Sembra quasi abbia voluto lasciare una profezia in codice. Perché sarà poi sempre così in ogni angolo del pianeta, vigilante la Provvidenza.

Ma la Provincia è una nave carica di passeggeri e di maestranze. Fra Massimo ne è l’ammiraglio di turno e deve garantire l’incolumità dell’equipaggio perché la rotta sia corretta e sicuro il viaggio. Per reggere ha bisogno della verità, non di pietose bugie ed ancor meno di interessati “laudatores” che non mancano mai e che, nelle cortesi parole elogiative, nascondono veleno mortale.

Carlo Maria Martini stemma arcivescovoL’eredità del Card. Carlo Maria Martini è sintetizzata nel suo stemma episcopale: “PRO VERITATE ADVERSA DILIGERE”: per la verità amare le avversità (ed essere cauti e guardinghi di fronte al successo). 

Dirsi la verità è somma carità. Anche se costa e mette in gioco perfino la reputazione. La squadra dei religiosi, da sempre “spina dorsale” che ha permesso alle istituzioni di reggere, è destinata ad assottigliarsi ulteriormente. In passato si sarebbe dovuto fare di più e meglio. Ma piangere sul latte versato non serve. Meglio la mobilitazione delle idee che lo Spirito, invocato, non farà mancare.

Questo blog cade al momento giusto. E’ solo uno strumento ma può sollecitare la riflessione, renderci PENSANTI e permettere a chi vuole di dire la sua con sincerità e carità. 

Se, come è scritto, “L’Ordine è aperto a nuovi approcci professionali e sociali, a nuovi interventi, alle culture e alle peculiarità di ogni realtà”, il Priore Provinciale ne è il garante. E dichiara apertamente il suo obiettivo: “Efficienza assistenziale che richiede un impegno costante per offrire una struttura lavorativa e di responsabilità trasparente, onesta e seria”. 

Ma tutto ciò non basta. Se l’attenzione alla professionalità degli addetti ai lavori è fuori discussione, Fra Massimo in questo momento è il rappresentante delegato per il MINISTERO SANANTE DELLA CHIESA. Perciò, bene “la gestione carismatica” ma non può essere che un aspetto del TUTTO. E c’è anche la Pastorale Sanitaria. E quella vocazionale.

Ma esistono anche coloro che Pierre Riches definiva gli “IGNORANTI COLTI” che di certe cose sanno poco e nulla. Il teologo francese si era accorto infatti che sono rari i cattolici capaci di enunciare con chiarezza i princìpi fondamentali della propria fede, o che sappiano dire come e perché essa sia diversa, per esempio, dall’islamismo. 

Con le sue NOTE DI CATECHISMO egli invita i non-credenti a conoscere meglio quello in cui dicono di non credere; e i credenti a scoprire quello che – pur considerandosi colti – in realtà non sanno, o non sanno argomentare. A cominciare dalla domanda delle domande: la vita ha un senso?

Sta bene l’auspicata scuola di Ospitalità. Ma nessuno pensi di sopperire a certe grosse lacune di cultura religiosa con tre o quattro incontri periodici, magari in piacevolissimi luoghi ameni.

In altra parte ho motivato il perché della necessità che si dia vita ad un SINODO PROVINCIALE di pari passo con quello Ambrosiano in corso. Mi auguro e prego perché avvenga.

Per il momento è tutto.
Angelo Nocent

TOTADESSO

Proposta di UN SINODO MINORE Fatebenefratelli PLV – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1629

SINODO MINORE – FBF PROVINCIA LOMBARDO-VENETA – PROPOSTA:

Un Sinodo:

  • non per costruire un progetto migliore,
  • non per sviluppare chissà quali grandi piani strategici,
  • quanto piuttosto per migliorare la nostra disponibilità all’ascolto,
  • al riconoscimento dell’azione dello Spirito;
  • per ammorbidire le rigidità e le dinamiche inerziali di una istituzione che può vantare secoli di tradizione appassionata del Vangelo, ma che sperimenta le paure paralizzanti del nuovo contesto culturale e sociale.

UN SINODO? Si un’assemblea generale per esprime l’unità di tutte le CASE-FRATERNITA’ che intendono agire nell’obbedienza alla Parola di Dio, come famiglia di credenti che ricerca la guida dello Spirito Santo.

Saremo tutti radunati e attratti dall’unica forza in grado di vincere le resistenze e le paure, anche le più pervicaci, degli uomini e della storia: la forza della croce di Gesù, il Cristo di Dio. «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

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Te ne sei accorto? È questo che ti va chiedendo LA FAMIGLIA OSPEDALIERA con i tanti suoi impacciati “MI PIACE” sul blog, che vorrebbe dire di più ma non osa.

San Giovanni di Dio e il CrocifissoUna FAMIGLIA-CHIESA fatta di persone attratte dal miracolo di un Dio che ci ama sino alla croce.

E di un umile Giovanni di Dio che con il suo esempio non ha ancora smesso di far parlare di sé e di coinvolgere.

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Nessuno mancherà a un simile appuntamento per gustare e condividere la gioia di essere convocati dallo Spirito di Gesù per una Pentecoste trasformante: da timidi in coraggiosi discepoli del Signore nelle diverse Chiese locali.

TOTADESSO

9159-Spirito di Dio

Aggiornato di recente1632-001

VITA CONSACRATA – DONNE E UOMINI in sintonia – Angelo Nocent

Pictures1975 LA musica è finita, il Capitolo Provinciale si è concluso con una bella foto di gruppo e con significativi gesti: consegna dell’olio per le lampade votive al Fondatore e la lavanda delle mani da parte del Priore provinciale ai confratelli, con brocca e catino. La VITA CONSACRATA continua con uno spirito coinvolgente anche i laici. Si vedrà. Ma intanto, il Papa manda a dire…

Capitolo Provinciale 2018 3

La vita consacrata come luogo di frontiera e le attese di papa Francesco

Luogo di frontiera: così mi piacerebbe definire la vita consacrata.

  • Luogo dell’imprevisto,
  • dell’inedito,
  • dell’originale;
  • fuori dalle consuetudini scontate e rassicuranti;
  • laboratorio attrezzato per la costruzione dell’uomo nuovo, sempre in attesa di futuro;
  • spazio d’inclusione, senza chiusure, senza pregiudizi,
  • ove le diversità sono accolte e riconciliate tra di loro in un’armonia non perfetta ma reale e comunionale.
  • Luogo dove è spezzato il pane della carità per i tanti affamati di Dio.

Sono certo che, in occasione dell’Anno dedicato alla Vita consacrata, alla luce delle esortazioni di papa Francesco, non mancheranno proposte concrete da parte di tutti gli Ordini religiosi e delle Congregazioni e degli Istituti di Vita consacrata per favorire la crescita di questa profezia nella vita della Chiesa per il bene del mondo. 

1. Servire Dio nell’uomo

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La vita consacrata, nonostante ombre e difficoltà, è un’esperienza intensa di fede e di relazione con il Signore; ed è tutt’altro che disinteresse per la storia e per il destino degli uomini. È servitium Dei et hominis, testimonianza di coerenza e di responsabilità. Ancora oggi, sembra dire papa Francesco nella Lettera a tutti i consacrati, è

  • un prezioso spaccato di vita evangelica,
  • uno spazio di servizio e di profezia,
  • una riserva di coraggio e sapiente follia.

La missione dei consacrati è al servizio del bene comune, delle città, delle famiglie: non mera distribuzione del benessere materiale, ma promozione del valore della persona, di ogni uomo e donna.

I consacrati aiutano a superare la crisi antropologia in atto, il vuoto di tante esistenze, catturate da una falsa idea di autonomia, rinchiuse nella propria individualità. Il mondo ha bisogno dei consacrati e non solo la Chiesa. I cittadini di tutto il mondo pensano ai consacrati con simpatia e riconoscenza per tutto il bene che da essi hanno ricevuto, per le numerose istituzioni cartitative ed educative di cui è ricca la storia dei religiosi. Ogni comunità ecclesiale li immagina al proprio fianco nel difficile compito di formare le coscienze a una fede vigile e operosa, immersa nella concretezza delle difficili situazioni in cui versano le famiglie. Si tratta di una preziosa risorsa, insostituibile per la nuova evangelizzazione. La vocazione a una vita integrale può essere di grande stimolo per una città e un mondo dove regna spesso il pressapochismo, l’arte di arrangiarsi, la cultura dell’effimero, giocando al ribasso ed elevando la furbizia a regola di vita.

2. Cinque grandi impegni

Per questo anno di grazia dedicato alla Vita consacrata, papa Francesco si attende almeno cinque impegni dai consacrati.

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a) La gioia

Il primo è di essere persone felici, contente, realizzate, gioiose, perché «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Il papa non ha parlato della santità bensì della gioia. Siamo chiamati a «sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa cattolica, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita. Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché “una sequela triste è una triste sequela”». Il senso della gioia cristiana è il Cristo crocifisso e risorto. Egli ci educa al valore autentico della perfetta letizia, sull’esempio di san Francesco, il Poverello. La vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono persone felici! Perché la Chiesa cresce per attrazione e non per proslitismo!

Sentinelle del Mattino di Pasqua

b) Svegliare il mondo

Il secondo impegno è relativo alla profezia: «Mi attendo che “svegliate il mondo”, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia». Il profeta è la coscienza critica d’Israele, il vento nuovo, colui che sa discernere i segni dei tempi e leggere anche le azioni o gli interventi di Dio nella storia. «Il profeta riceve da Dio la capacità di scrutare la storia nella quale vive e di interpretare gli avvenimenti: è come una sentinella che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cf. Is 21,11-12). Conosce Dio e conosce gli uomini e le donne suoi fratelli e sorelle. È capace di discernimento e anche di denunciare il male del peccato e le ingiustizie, perché è libero, non deve rispondere ad altri padroni se non a Dio, non ha altri interessi che quelli di Dio. Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perché sa che Dio stesso è dalla loro parte […].

image0A volte, come accadde a Elia e a Giona, può venire la tentazione di fuggire, di sottrarsi al compito di profeta, perché troppo esigente, perché si è stanchi, delusi dai risultati. Ma il profeta sa di non essere mai solo. Anche a noi, come a Geremia, Dio assicura: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Siamo piccoli profeti, ciascuno con il nostro cono d’ombra. Quello che conta è, però, il fatto che siamo in grado di lasciarci irradiare dalla luce, di stivare dentro di noi la luce. Non siamo testimoni dei comandi del Signore o della sua forza o dei suoi castighi, neanche del suo giudizio, bensì della sua luce.

  • Siamo luce di quel Dio liberatore che è venuto in Cristo Gesù a salvare e a sanare, a consolare e a guarire.
  • Il Precursore prepara la strada a uno che è venuto e ha fatto risplendere la vita (cf. 2Tm 1,10). Come il Battista, noi siamo la voce di un Dio appassionato, innamorato dell’uomo.
  • Noi siamo voce abitata da un altro, dall’Altissimo.
  • Solo Dio è la Parola, noi siamo l’eco della Parola.
  • Io sono voce quando sono profeta, quando trasmetto parole lucenti e parlo del sole, del bene, del bello, dell’amore, gridando nel deserto delle nostre comunità e città come Giovanni, o sussurrando al cuore ferito dei nostri fratelli come il profeta Isaia.
  • Svegliare il mondo è possibile se anzitutto ridestiamo noi stessi, se con la preghiera e la fiducia nel Signore sappiamo muovere il bene e diffonderlo nelle comunità.
  • La forza del male è nel nascondimento.
  • La forza del bene è nella luce, nella rivelazione.
  • Il male si diffonde con le chiacchiere, con i cattivi pensieri, con le gelosie, le invidie, la pigrizia.
  • Il bene si muove con lo zelo, con la passione, con la forza di chi è innamorato e attratto dall’amore di Dio.
  • Il Battista sembra dirci che il mondo si regge su un principio di lue e non sulla prevalenza del male, che vale molto di più accendere la nostra lampada nella notte che imprecare e denunciare il buio.
  • Al  Capitolo Provinciale Suore Ospedaliere del Sacro Cuore, fondte da San Benedetto Menni non si sono viste. E dire che avrebbero tante cose da suggerire ai Fratelli Ospedalieri.

c) Uomini e donne del dialogo, di comunione

Il papa ci chiede ancora di essere “esperti di comunione”, ossia persone che vivono concretamente la “spiritualità della comunione”, indicata da san Giovanni Paolo II. In quest’ottica, la fraternità

  • è dono e compito,
  • progetto e missione,
  • sfida e sacrificio da compiere.

Papa Francesco s’appella a un principio caro alla tradizione spirituale cristiana: il principio veritativo della fede – dell’amore per Dio – è l’amore per il prossimo, per chi vive con noi.

  • L’amore per Dio,
  • la contemplazione delle Scritture
  • e la vera fede

aprono a una comunione orizzontale che ci rende estroversi, ossia rivolti verso gli altri e non ripiegati su noi stessi per accogliere le attese dell’umanità. Ci sono, infatti, scrive il papa,

  • «persone che hanno perduto ogni speranza,
  • famiglie in difficoltà,
  • bambini abbandonati,
  • giovani ai quali è precluso ogni futuro,
  • ammalati e vecchi abbandonati,
  • ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore,
  • uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino…

Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi. Questi si risolveranno SE ANDRETE FUORI ad aiutare gli altri a risolvere i loro problemi e ad annunciare la buona novella. Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando».

d) Gesti concreti di carità

Il quarto impegno riguarda la carità: il papa si aspetta dai consacrati

  • «gesti concreti di accoglienza dei rifugiati,
  • di vicinanza ai poveri,
  • di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera.

Di conseguenza auspico

  • lo snellimento delle strutture,
  • il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità,
  • l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni».

Martini

e)Persone che si interrogano

Punto InterrogativoNel quinto impegno il papa chiede che ogni forma di vita consacrata s’interroghi su quello che Dio e l’umanità di oggi domandano. Occorre dare spazio alla fantasia dello Spirito che ha generato modi di vita e opere diversi per andare verso le periferie esistenziali dell’umanità.

  • Siamo pronti, personalmente e come comunità, a vivere queste sfide e a prendere tali impegni per l’anno della Vita consacrata?
  • Quali i segni di carità e di impegno sociale da portare avanti?
  • Siamo in grado di prendere parte alle nuove forme di evangelizzazione?
  • In che cosa stiamo dormendo? Sentiamo la passione per il Vangelo?
  • Non è forse vero che la prima forma di annuncio è da vivere in fraternità?
  • Non è forse altrettanto vero che tante volte siamo dei rassegnati?
  • Chiediamoci anche: siamo persone felici, soddisfatte, che hanno trovato un’armonia interiore e sanno trasmettere gioia e pace al mondo?

(EDOARDO SCOGNAMIGLIO)

Aggiornato di recente16151