FRA RAIMONDO FABELLO O.H.: INSIEME PER SERVIRE – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1224

29 anni fa

LO STILE, LE CARATTERISTICHE E LE PARTICOLARITA’ DELLA NOSTRA OSPITALITA’

RELATORE:   FRA RAIMONDO  FABELLO  Priore Provinciale  

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Mi è stato affidato l’in­carico di tratteggiare le caratteristiche e lo svilup­po della Ospitalità, il Cari­sma specifico di noi Fate­benefratelli, attraverso i secoli a partire da Giovan­ni di Dio fino ai giorni no­stri. Non tratterò l’aspettoteologico della Ospitalità dei Fatebenefratelli e neppure quello del voto di religione che emettiamo all’atto del­la professione religiosa, ma cercherò di evidenziare quelle caratteristiche, quelle particolarità che possono rappresentare vorrei quasi dire lo “stile” della nostra Ospitalità..

1-Music29Ho detto che l’Ospitalità rappresenta il nostro cari­sma specifico; penso sia utile definire cosa intendia­mo per carisma e lo faccio con le parole delle nostre attuali Costituzioni: “missione di annun­ciare e di realizzare il Regno tra i poveri e gli ammala­ti; essa trasforma la nostra esistenza e fa sì che attra­verso la nostra vita si renda manifesto l’amore specia­le del Padre verso i più deboli, che noi cerchiamo di salvare secondo lo stile di Gesù. Mediante questo ca­risma manteniamo viva nel tempo la presenza miseri­cordiosa di Gesù di Nazareth: Egli, accettando la vo­lontà del Padre, con l’incarnazione si fà simile agli uo­mini suoi fratelli; assume la condizione di servo; si iden­tifica con i poveri, gli ammalati e i bisognosi, si dedica al loro servizio e dona la sua vita in riscatto per tutti”.

E’ in virtù di questo dono e cercando di realizzare questi atteggiamenti su Il’ esempio di Cristo che si è svi­luppata nei secoli la nostra Ospitalità, all’inizio in mo­do sublime in Giovanni di Dio, e poi anche nei suoi figli, mediante opere concrete, iniziando dal primo ospedale fondato dallo stesso Giovanni di Dio in Gra­nada nel 1539

S. Giovanni di Dio (1495-1550)

San giovanni di Dio (1)Giovanni Ciudad (poi  chiamato di Dio) nasce in Por­togallo, a Montemor-o-Novo nel 1495; a nove anni in modo misterioso lascia la casa paterna e lo ritroviamo in Spagna e dopo una vita avventurosa. ma anche an­siosa di capire cosa Dio vuole da lui, dopo una parti­colare illuminazione della grazia, riesce a fondare il suo primo ospedale.

E dotato sicuramente di doni di natura sui quali si sovrappongono i doni della grazia, mediante i quali di­venterà il grande riformatore dell’ospedale e dell’assi­stenza sanitaria e il grande Santo della Carità.

Gli aspetti caratteristici (preludio e inizio dell’Ospi­talità di cui stiamo trattando) che determinano e accom­pagnano la dedizione, il servizio, le attenzioni, l’amo­re di Giovanni di Dio verso i poveri e i malati si posso­no così delineare:

  • Egli operava per amore di Dio e per la sua gloria. Il Castro, il biografo più autorevole, scrive: “In tutte le opere che faceva si prefiggeva come scopo principa­le che ne risultasse gloria e onore a nostro Signore, sì che la cura del corpo fosse mezzo per la salvezza dell’anima” (Cap. XIX).

  • Egli viveva l’esperienza di essere stato per primo amato da Dio. Il Castro conferma: “Aveva l’ansia dei santi, di dare cioè se stesso in mille modi per amore di Colui che era stato tanto munifico con lui” (Cap. XIV). – Egli si immedesimava nei poveri, nei bisognosi. La sua vera e profonda umiltà lo poneva tra gli ultimi. “Tut­to il tempo che servì nostro Signore lo passò nell’an­nientare e disprezzare se stesso e mettersi al posto più basso e umile in ogni forma e maniera che gli fosse possibile” (Castro, Cap. XXI).

  • La carità di Giovanni di Dio non aveva limiti. “Il suo cuore non sopportava di vedere il povero patire ne­cessità, senza apportarvi rimedio” (Castro, Cap. XVI).

  • Giovanni di Dio confidava totalmente nella provvi­denza ma si adoperava in tutto quello che poteva fa­re. Ai suoi poveri diceva “Confidate nel Signore poi­ché Egli provvederà a tutto, come suoi fare con colo­ro che da parte loro fan quello che possono”.

  • Giovanni di Dio è un uomo anche molto pratico e concreto: al giovane Luigi Battista che voleva entrare a far parte dei suoi aiutanti, scrive: “Se venite qui do­vrete obbedire molto e lavorare molto di più di quanto abbiate lavorato e tutto nelle cose di Dio, e consumar­vi nell’attendere ai poveri”.

  • Giovanni di Dio è un grande organizzatore, come vedremo in seguito.

Con questo spirito e con queste doti, Giovanni di Dio costruisce il suo modello di assistenza e per pri­ma cosa vuole un ospedale in cui poter ricevere e cu­rare i poveri e i pellegrini “a modo suo”, secondo le proprie intuizioni e i propri metodi fondati sull’amore, nonostante a Granada esistessero già almeno altri cin­que ospedali tra cui l’ospedale reale ove egli stesso era stato ricoverato e trattato come pazzo e dove ave­va iniziato a curare con amore quelli che erano con lui ricoverati.  

Giovanni di Dio va alla ricerca dei bisognosi e tutti quelli che trova, poveri, storpi, paralitici, pazzi, li porta nel suo ospedale: per primo nella storia da a ciascu­no il suo letto (nei primi tempi una semplice stuoia), li divide a seconda delle patologie, e per sesso. Ac­canto all’ospedale crea una grande stanza dove pos­sono essere accolti i pellegrini (che in quel tempo nu­merosi si recavano ai grandi santuari) e per tutti pro­cura il cibo necessario, mèdiante la questua e gli aiuti che gli provenivano dai benefattori.

Giovanni curava i suoi malati ma mirava alla loro salvezza spirituale e pertanto li faceva pregare, li esor­tava alla confessione e voleva che fossero riconoscenti verso i loro benefattori, pregando per loro.

Nel suo primo ospedale faceva tutto da solo an­che perché nessuno osava avvicinarlo a motivo della sua recente presunta pazzia; ma dopo breve tempo trovò alcuni aiutanti che lo coadiuvassero: di essi cer­tamente doveva molto fidarsi e sicuramente doveva averi i ben preparati se per molte ore del giorno affida­va loro l’ospedale mentre egli si prodigava per mille altre necessità oltre alla questua quotidiana che egli faceva rivolgendosi alla gente di Granada con le pa­role “Fate bene fratelli, a voi stessi per amore di Dio”.

Di una volta almeno si racconta che Giovanni di Dio rimase assente sette mesi dall’ospedale per recarsi a cercare aiuti fino a Valladolid, alla corte del Re. In que­sta occasione, tra l’altro, continuava a fare del bene a chiunque trovava nel bisogno anche se era andato a cercare aiuti per il suo ospedale, e a chi se ne la­mentava rispondeva “Darlo qui o darlo a Granada è sempre far del bene per amore di Dio, il quale sta in ogni luogo” (Castro, Cap. XVI).

Sempre oltre all’ospedale, tutti quelli che si rivol­gevano a lui “vedove e orfani onorati in segreto, per­sone coinvolte in liti giudiziarie, soldati sbandati, po­veri contadini, che… egli soccorreva secondo le loro necessità e non mandava via nessuno sconsolato”, “cominciò anche a prendersi la cura di cercare i po­veri vergognosi, ragazze ritirate, religiose e monache povere e donne sposate che pativano necessità in oc­culto”; provvedeva loro del necessario, chiedendo ele­mosina per esse e perché non stessero in ozio trova­va per esse qualche lavoro da farsi in casa e poi “si sedeva un po’ e le animava al lavoro e teneva loro un breve discorso spirituale, esortandole ad amare la vir­tù e aborrire il vizio” (Castro, Cap. XIII).

E ogni venerdì, “giorno in cui si commemora la no­stra redenzione”, Giovanni di Dio si dedicava alla re­denzione delle prostitute e per tutte quelle che riusci­va a convertire trovava i pezzi per una vita onorata, compresa la dote per quelle che volevano espiare en­trando in qualche convento sia per quelle che erano portate al matrimonio.

Si potrebbero dire molte altre cose, credo tuttavia di aver già fatto comprendere quale erano le caratte­ristiche dell’ospitalità di Giovanni di Dio. 

Affidando i suoi duecento malati ad Anton Martin e una copia del quaderno dei debiti all’arcivescovo, Giovanni di Dio morì in Granada l’a marzo 1550 dieci anni soltanto dall’inizio della sua opera ed i funerali fu­rono un autentico trionfo.  

L’Ospitalità, dopo Giovanni di Dio

Giovanni di Dio mai pensò di fondare un Ordine religioso ma solo che venissero assistiti i suoi poveri e i suoi malati e questo lasciò in testamento ai suoi po­chi discepoli (non più di una decina) nominando suo successore Anton Martin.

Egli faceva ogni cosa come l’aveva imparata dal maestro e dopo tre anni soltanto passò il testamento come l’aveva avuto da Giovanni di Dio al suo succes­sore. Nel frattempo tuttavia aveva trasferito l’ospeda­le in un ambiente più ampio e fondato un nuovo ospedale a Madrid. Iniziava la diffusione; il picolo seme in breve tempo divenrerà un albero rigoglioso.

Questi ospedali e quelli che vennero più tardi pro­vengono direttamente dallo spirito e dalla organizza­zione del fondatore e, nei primi secoli furono copia fe­dele di quello di Granada. Era una organizzazione completa e capiIlare, con personale religioso e laico numeroso e ispirata a tale larghezza di vedute che po­trebbe far onore anche ai nostri attuali ospedali.

Ciò ha facilitato la diffusione stessa dell’Ordine, ar­gomento che oggi non possiamo trattare, ma rappre­senta anche quello stile di ospitalità che ha caratteriz­zato l’Ordine nei primi secoli, praticamente fino alla sua soppressione iniziata a partire dagli anni 1730 e fino alla fine del 1800. Quando S. Pio V approvò l’Istituto, nel 1572, si dice abbia esclamato: “Questo è il fiore che mancava nel giardino della Chiesa di Dio!”.

Vale la pena di riportare alcuni aspetti di quella or­ganizzazione, come li troviamo nelle prime Regole e Costituzioni, stese per l’ospedale di Granada. Queste note sono anche una dimostrazione delle capacità or­ganizzative di Giovanni di Dio.

Leggiamo: “Essendo questo un ospedale realmen­te generale, dove concorrono tanti poveri infermi sia uomini che donne quasi tutti mantenuti con le elemo­sine date dai fedeli, conviene che vi siano molti mini­stri, sia fratelli per raccogliere dette elemosine, che al­tri officiali necessari per il governo della casa, per l’am­ministrazione dell’azienda, per la cura e il sollievo dei poveri” .

E ancora, dopo aver detto che l’ospedale deve avere un sacerdote per la cura delle anime, si dice “Si avrà una avere una speziera che forniva fratello maggiore (superiore) e 23 fratelli professi e dell’abito, una donna che sia madre e prefetta delle dsale delle donne inferme, un infermiere maggiore e altri minori in ciascuna sala, un refettoriere, un cantiniere, un dispensiere, un guardarobiere, un cuoco, un sacrestano, un medico, un chirurgo, un barbiere, tre portieri, un maggiordomo (economo, amministratore).
E ancora: l’ospedale doveva avere una speziera che forniva medicinali e droghe ai ricoverati e vendeva anche agli esterni.

 Lo spirito che doveva animare i fratelli lo possiamo dedurre da quanto viene scritto per il Fratello maggiore: “Poiché lo scopo principale dell’ospe­dale è la cura e il conforto dei poveri di Gesù Cristo, ordiniamo al fratello maggiore di essere mite, pio, ca­ritatevole con i poveri; di compenetrarsi molto delle loro infermità, di non impazientirsi e di non riguardare co­me un peso la loro importunità, ma piuttosto li conforti e consoli con parole amorevoli e con opere caritate­voli e procuri che si dia loro il necessario sostentamento di giorno e di notte, secondo la qualità delle malattie, come pure la biancheria dei letti, che dev’essere lim­pida, in modo che, mediante il conforto ad essi arre­cato, possano recuperare la salute più facilmente.

E perché ciò possa conseguirsi meglio avrà premura di recarsi ogni giorno in tutte e singole le corsie dei ma­lati, uomini e donne, chiedendo a ciascuno di essi se ha bisogno di qualche cosa, …se gli infermieri lo tratti­no male o non gli diano il necessario, onde possa ri­mediare a tutto con discrezione e prudenza in modo che le necessità siano sollevate e le colpe punite, …co­me pure deve recarsi abitualmente nei vari uffici… per vedere e rendersi conto se vi sia la pulizia necessaria e la regolarità e diligenza degli officiali in detti uffici”.

Per quanto riguarda i fratelli infermieri viene stabi­lito “che gli infermieri siano fratelli dell’abito e non aven­done a sufficienza, il Fratello maggiore procurerà di trovare uomini di buona vita e buon esempio e carita­tevoli che disimpegnino l’ufficio con amore e carità”.

Per la cura dei malati viene prescritto: “Quando si riceve il malato povero, prima di metterlo a letto, se possibile, gli si lavino il viso e le mani, gli si taglino i capelli e le unghie e se non si pregiudica la salute gli lavino i piedi in modo che stia con molta limpidezza; dopo di che lo mettano a letto assestato bene, con len­zuoli e biancheria limpida, cuscini, berrettino e cami­cia dell’ospedale, se l’infermo non la portasse; tutto ciò si dovrà cambiare ogni otto giorni”.

Gli infermieri dormiranno nelle corsie dei malati per accorrere subito alle loro necessità e a tal fine veglie­ranno nei rispettivi turni e nelle ore della notte, affin­ché per loro disattenzione o negligenza nessuno muoia senza qualcuno vicino, o si scopra, o caschi dal letto o faccia qualche altra cosa non decente, che possa essere evitata con l’aiuto e l’assistenza di detti infer­mieri”, i quali devono “trovarsi presenti alla visita del medico, perché ssano poi eseguire meglio quanto sarà prescritto”.

E ancora, l’infermiere maggiore che nelle corsie ha ogni autorità “su tutti gli infermieri, anche se siano pro­fessi, e ministri e officiali” e che deve far loro compie­re quanto è prescritto “comandandoli e aiutandoli”, “se necessario accompagnerà il medico nella visita e farà eseguire con diligenza tutto quello che prescriverà; do­vrà essere presente alla distribuzione del vitto e darà disposizione sul modo di ammanirlo bene e limpida­mente”.

Non meno chiare sono le disposizioni per i medici. “Il medico verrà molto presto al mattino, e il chirurgo dopo sorto il sole, perché possano isitare in tempo i malati e si possa in tempo provvedere il necessario sia per quello che riguarda il vitto come per quello che riguarda i medicinali, e cosi anche ritorneranno la se­ra, quando fosse necessario, e di questo noi faccia­mo un obbligo di coscienza”, e viene aggiunto “Fac­ciamo obbligo ai detti medico e chirurgo di avere pa­zienza nel curare gli infermi, visitandoli con calma, se­renità e tempo, informandosi delle loro malattie con af­fabilità e carità, per applicare meglio il rimedio e la me­dicina che conviene, ponendosi dinanzi agli occhi della mente il pensiero che è Gesù Cristo, loro Redentore, colui che cura l’infermo e, così facendo, Egli li illumi­nerà perché quelle e altre cure riescano bene e pa­gherà loro il cento per uno come ha promesso”.

Vì sono ancora molte altre raccomandazioni e pre­scrizioni, ma credo che quelle menzionate siano già molto chiarificatrici e non credo abbiano bisogno di particolari commenti.

Siamo nell’anno 1585. Questo stile, questo spirito di progresso, tipici dell’Ospitalità di Granada vengo­no riportati sebbene in termini diversi in tutte le Costi­tuzioni dell’Ordine fino ai giorni nostri.

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L’Ospitalità e la diffusione dell’Ordine

 La diffusione dell’Istituto fu rapida e estesa se si pensa che nel 1685 contava già 224 opere nei cinque continenti. Questo sviluppo è stato possibile anche per il lar­go spazio libero che i Fatebenefratelli hanno trovato. In effetti le Religiose fino alla metà del secolo XVII si dedicavano raramente ai malati e l’assistenza laica de­gli infermieri era assai deficitaria. Inoltre il loro servizio nell’armata spagnola e poi in quella portoghese li ha portati in ogni parte del mondo e spesso, ove giunge­vano, viste le necessità delle popolazioni incontrate, si operavano per farsi affidare ospedali già esistenti o per erigere un loro ospedale. I mezzi venivano offerti spesso dagli stessi governi.

Soriano-Pietro . jpgI religiosi che invece ritor­navano dalle campagne militari rientravano con la mas­sima semplicità alle primitive occupazioni. In questo modo l’Ordine iniziò anche la sua presenza in Italia. Infatti, anche se non tutte le notizie storiche sono state verificate completamente, i Padri Soriano e Arias, che erano imbarcati con le truppe spagnole per la Batta­glia di Lepanto (1571) contro i Turchi, passando per Napoli, decisero di fondarvi il primo ospedale.

Nello scorrere dei tempi, l’assistenza ospedaliera si qualificava sempre più e iniziavano a delinearsi le specializzazioni. Anche in questi momenti l’Ordine fu spesso anticipatore. Soltanto a titolo di esempio. ricor­do che già nelle Costituzioni del 1587 venivano previsti i convalescenziari per il consolidamento della salu­te, il recupero delle forze per un buon ritorno al lavoro. Leggiamo infatti: “Nessun infermo sarà dimesso fi­no a quando non abbia passato alcuni giorni di con­valescenza e quando negli ospedali dei nostri fratelli non si avesse la comodità di fare la convalescenza l’in­fermo venga trasferito in altri ospedali in cui si possa fare”.

Fra Jean-de-Dieu de Magallon..jpgI primi ospedali italiani sono sorti quasi tutti per as­sistere i convalescenti. Fin dal 1600, soprattutto in   Francia, si sviluppò una specializzazione psichiatrica. Il Ce­lebre Pinel, nel suo “Traité de la manie”, fa un elogio dell’ospedale di Charenton, ospedale psichiatrico e maison de force (manicomio criminale). In questo ospe­dale sarà più tardi rinchiuso il tristemente famoso De Sade. E anche dopo la restaurazione dell’Ordine in Francia, la legge sugli alienati del 30 giugno 1838 ha raccolto numerosi suggerimenti e consigli del P. Gio­vanni di Dio de Magallon.

Per l’Italia è interessante rileggere un passo del Re­golamento dell’ospedale di Ancona (1840) in cui eb­be rinomanza il P. Vernò. Vi si legge:

  • I pazzi entrati in convalescenza saranno tolti dalla divisione in cui han­no dimorato nel tempo della malattia e verranno collo­cati nelle stanze del convalescenziario dove resteran­no per tre mesi divisi interamente da tutti gli alienati”.
  • Nessuno dovrà essere ozioso, ma la loro occupazio­ne deve essere scelta secondo le disposizioni naturali degli individui, secondo la loro professione e la spe­cie di alienazione che soffersero”.
  • Nel corso della con­valescenza saranno gli uomini qualche volta chiamati a pranzo dal rev.do Priore dell’ospedale e le donne dal medico direttore. L’ospedale presterà i mezzi per questi convitti di prova”.

Altre opere si specializzarono per le forme derma­tologiche e soprattutto celtiche, altre per l’assistenza ai bambini rachitici e scrofolosi, altre per la cura e la rieducazione di handicappati fisici e psichici.

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L’Ospitalità e la formazione professionale

Un ulteriore aspetto che ha caratterizzato l’ospita­lità dei Fatebenefratelli durante i secoli è certamente quello della formazione professionale. Per il suo fine specifico di assistere gli infermi, l’Or­dine ha coltivato con impegno, secondo il livello del progresso culturale e tecnico dei tempi, gli studi me­dici, chirurgici, farmaceutici e infermieristici per la for­mazione dei suoi religiosi e non loro soltanto.

All’inizio la formazione avveniva con “esercizio pra­tico e con le lezioni al letto del malato, impartite man mano che ne capitava l’occasione, dal medico, dal Fra­tello maggiore e dai fratelli più anziani e più esperti.

I Novizi stessi dovevano essere istruiti dal Maestro non solo per quanto riguardava la vita ascetica e religiosa ma anche sull’assistenza ai malati, “servendo nelle sale degli infermi e nei vari uffici e altri ministeri della ca­sa”.

Alcuni Padri Generali ordinano di far scuola di filosofia ai novizi e ai Neoprofessi per avviare  poi alcu­ni allo studio della medicina e di istruirli in modo che “imparino a cavar sangue, di chirurgia e di spezieria”.

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Tutto ciò è stato certamente facilitato fin dall’inizio dalla presenza e dall’attività di alcuni valorosi medici, chirurghi, speziali (farmacisti) che entrarono nell’ordi­ne e per la collaborazione di laici preparati. La prima scuola di chirurgia risale al 1553 presso l’ospedale di Anton Martin di Madrid. In essa si istruivano i religiosi che poi ottenevano “la convalidazione dinanzi al tribu­nale del protomedico”. Alla scuola partecipavano an­che religiosi di altri Ordini e, giovani che avevano ini­ziato il tirocinio pratico presso qualche medico. Era de­stinata alla preparazione di chirurghi minori (non sa­pevano il latino), barbieri, flebotomi e infermieri e in se­guito (dopo il 1556) anche allo studio delle malattie del­la pelle (soprattutto celtiche), odontoiatria, ORL e uro­logia. Chi voleva diventare chirurgo maggiore o me­dico, dopo un corso preparatorio di latino, grammati­ca e matematica, si iscriveva alla università.

Per modestia religiosa i fratelli addottorati erano esentati dalla cerimonia di investitura.

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Anche in Italia questo aspetto fu molto curato, non sto ad elencare le scuole qui sviluppatesi. Certamen­te il livello professionale dei religiosi ed il numero dei laureati doveva essere alto se (ancora oggi sembra esagerato) il Capitolo provinciale del 1785 prescrive­va che “Non si dovessero accettare all’abito se non persone dotate di speciale vocazione al nostro Istitu­to, e atti agli studi allo stesso propri tanto di medicina, chirurgia e farmacia quanto di conteggio per le cose amministrative”.

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Questi religiosi inoltre dovevano essere molto sti­mati e richiesti se la Santa Sede è intervenuta per vie­tare la loro opera fuori dagli Ospedali. Nel Capitolo ge­nerale del 1738, per cercare di superare questo divie­to, viene fatta notare l’impossibilità di adeguarvisi “per­ché ne segue disaffezione da parte di coloro che so­no devoti ai nostri conventi, sospensione di elemosi­ne e grande mancanza da parte dell’Ordine verso per­sone di ogni classe, che sollecitano il conforto di es­sere curate nei loro mali da un religioso chirurgo, ri­ponendo in questa loro buona opinione il consegui­mento della guarigione. Per tale motivo non si può ne­gare a essi ciò che specificamente appartiene alla no­stra professione e al nostro Istituto”.

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Molti fratelli, oltre che per l’amoroso servizio pre­stato ai più poveri, furono in effetti insignì per aver cu­rato principi, re e Papi e per vari contributi dati alla scienza alcuni figurano negli annuali; uno, il Beato Ric­cardo Pampuri è anche annoverato tra i Santi.

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L’Ospitalità nelle Missioni dell’Ordine

Giovanni di Dio ebbe un animo altamente missio­nario, anche secondo la terminologia moderna, non prefiggendosi altro fine che la gloria di Dio e la salvez­za delle anime.

Lo stesso spirito missionario passò ai suoi primi di­scepoli e si diffuse rapidamente, sempre inquadrato nell’ambito del suo fine specifico, cioè all’assistenza degli infermi soprattutto negli ospedali. Tra i missiona­ri troviamo parecchi martiri. Oggi l’ordine annovera ol­tre 20 opere missionarie ove i religiosi manifestano e dimostrano con fatti concreti quanto altri missionari in­segnano con la predicazione e la catechesi.

L’Ospitalità nelle guerre, nelle epidemie e altre necessità.

L‘Ospedale per i Fatebenefratelli è sempre stato il punto di riferimento privilegiato, tuttavia essi hanno realizzato l’Ospitalità anche in molte altre occasioni in cui la loro opera è stata ritenuta necessaria o utile. Durante le guerre, come abbiamo visto anche all’inizio della diffusione dell’Ordine, i religiosi hanno par­tecipato come medici e infermieri al seguito degli eser­citi, talora come responsabili della organizzazione sa­nitaria militare; altre volte hanno trasformato i loro ospe­dali in ospedali militari, altre ancora sono stati chiama­ti a organizzare e dirigere ospedali militari. Sono nu­merose le attestazioni di benemerenza ricevute sia per l’organizzazione che hanno saputo realizzare sia so­prattutto per la loro dedizione e i loro servizi a favore dei feriti dell’uno e dell’altro fronte.

1-Anton MartinoDurante le epidemie (P. Gabriele Russotto nella sua opera “S. Giovanni di Dio e il suo Ordine Ospedalie­ro” ne elenca 75 in cui sono intervenuti i Fatebenefra­telli) sono parecchi i religiosi che hanno lasciato la vita per assistere i malati. Tra questi lo stesso Anton Mar­tin, tre anni dopo la morte del Fondatore come abbia­mo già visto e il Beato Giovanni Grande (1600). Per restare a noi, nella peste di Milano del 1630, siamo certi della morte di almeno 14 religiosi.

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Nella calamità naturali e in caso di disastri ugual­mente l’Ospitalità ha spinto i religiosi a intervenire con la loro dedizione. Accenno soltanto a titolo di esem­pio agli ultimi in ordine di tempo: lo scontro ferroviario di Benevento nel 1953, il terremoto di Agadir (Maroc­co) del marzo 1960, i terremoti del Friuli e dell’lrpinia.

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L’Ospitalità  oggi.

Le leggi repressive che erano quasi riuscite a sop­primere l’Ordine Ospedaliero, ovviamente non pote­vano sopprimere “Ospitalità, carisma, dono dello Spi­rito alla sua Chiesa, e, verso la fine del secolo scorso, l’Ordine ospedaliero inizia in modo molto intenso la sua restaurazione per opera di santi e coraggiosi religiosi, tra i quali spicca la figura del Beato Benedetto Menni. Peggiorano soltanto la loro situazione le opere oltre la cosiddetta “cortina di ferro”.

Intensa si manifesta l’o­pera dei Fatebenefratelli durante le due guerre mon­diali. In Italia si caratterizzano con le loro case di cura aperte a tutti, tra le poche convenzionate con tutti gli Enti assistenziali, e i loro istituti psichiatrici.

Con una scelta coraggiosa entrano nel servizio sanitario nazionale mediante la classificazione delle loro Case di cura e in occasione della attuazione della leg­ge 180 del 1978, si rifiutano di abbandonare al loro destino i malati psichiatrici che erano affidati alle loro cure, nonostante disagi economici notevoli e contesta­zioni varie.

Il Concilio Vaticano Il richiama tutti gli Istituti religiosi a rinnovarsi e a riformulare le proprie Costituzioni.

Anche la società civile, e con essa il mondo sani­tario, vivono una profonda trasformazione.

In questo contesto, per quanto riguarda il mondo sanitario, si possono sottolineare alcuni aspetti positi­vi, quali:

  • una profonda evoluzione delle strutture sani­tarie e ospedaliere,
  • una più adeguata preparazione professionale degli operatori sanitari,
  • una maggior par­tecipazione nella gestione della salute e del volonta­riato,

e altri negativi, quali:

  • una tecnologia esagerata e disumanizzante,
  • una burocratizzazione e una politi­cizzazione eccessiva del mondo sanitario,
  • l’emargina­zione di alcune categorie di pazienti (malati cronici, an­ziani, tossicodipendenti, ecc.)
  • e la progressiva assimi­lazione di una cultura di morte rappresentata dall’a­borto e dalla eutanasia.

Per quanto riguarda l’Ordine Ospedaliero si riscon­trano alcuni elementi preoccupanti, tra i quali:

  • il calo nelle vocazioni e l’età media dei religiosi,

  • la preparazione culturale e professionale non più ade­guata ai tempi,

  •  la scarsa incisività apostolica all’inter­no delle proprie Opere,

  • la difficoltà a gestire strutture divenute complesse,

  • la difficoltà a realizzare rapporti cordiali di collaborazione e di fiducia con i collabora­tori laici,

  • una certa incapacità a influire sulla umanizzazione delle strutture ed a stimolare i nostri collabo­ratori.

In questi contesti sono state riformulate le nostre  Costituzioni e Statuti Generali in cui vengono ripresi ritrascritti in termini conciliari gli aspetti legati al Carisma dell’Ordine, si rinnovano i criteri per la formazio­ne dei religiosi, si riformulano i criteri di amministrazione e governo delle Comunità e delle Opere assistenziali e si identificano i criteri che danno lo stile della nostra Ospitalità. Per questo nostro convegno ritengo utile soffermarmi su questa parte, elencandone qualche  aspetto.

    • Nella realizzazione della nostra missione occorre collaborare con altri organismi della Chiesa e dello Stato (C45).

    • Occorre ricercare e accettare la collaborazione di altre persone, professionisti e no, volontari e collaboratori, ai quali ci sforzeremo di partecipare il nostro spirito nella realizzazione della nostra missione (C.46).

    • Occorre inserirsi individualmente e come comuni­tà, nei centri e negli organismi dello Stato per svolge­re una missione di evangelizzazione e di servizio nel mondo della salute (C.47). 

    •  Nella pastorale ospedaliera dobbiamo sensibilizza­re i nostri collaboratori affinché esercitando le loro ca­pacità umane e professionali, agiscano sempre con il massimo rispetto per i diritti dei malati, inoltre dobbiamo invitare a partecipare direttamente alla pastorale coloro che si sentono motivati dalla fede (C.51).   

 Gli statuti  Generali, inoltre, dichiarano i nostri centri assistenziali come confessionali e cattolici (S.53), e definiscono i principi fondamentali che orientano e ca­ratterizzano l’assistenza nelle nostre opere, nel modo seguente (S. 54):   

  • Avere come centro di interesse di quanti viviamo e lavoriamo nell’ospedale o in qualsiasi altra  opera as­sistenziale il malato.

  • Promuovere e difendere i diritti del malato, dell’an­ziano e dell’invalido, tenendo conto della loro dignità personale.

  • Riconoscere il diritto della persona assistita a es­sere informata del suo stato di salute.

  • Osservare le esigenze del segreto professionale… – Difendere il diritto a morire con dignità…

  • Rispettare la libertà di coscienza delle persone che assistiamo e dei collaboratori, fermi nell’esigere che si rispetti l’identità dei nostri centri ospedalieri.

  • Rifiutare la ricerca di lucro osservando e esigendo che non si ledano le norme economiche giuste.

E poiché questi principi devono essere accettati e rispettati da tutte le persone che collaborano con noi, “si ponga la massima attenzione nella scelta del per­sonale tecnico, amministrativo e ausiliario…, tenendo presente non solo la loro preparazione e la loro com­petenza professionale, ma anche la loro sensibilità di fronte ai valori umani e ai diritti dei malati, conforme agli orientamenti della Chiesa e degli organismi che proteggono i diritti dei malati” (S. 55).

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L’Ordine Ospedaliero intero è impegnato ad assi­milare e vivere gli impegni derivanti dalle nuove Co­stituzioni e Statuti Generali. Alcuni religiosi sono diso­rientati e talvolta restii al cambiamento. Per recare mag­gior impulso e più energia a tutto ciò e per cercare di superare le resistenze, il Superiore Generale ha offer­to a tutti tre grandi riflessioni, che ci stanno ancora im­pegnando:

  • Il Rinnovamento (1978), mediante il quale abbia­mo cercato di riscoprire le radici della vocazione ospe­daliera per viverla e testimoniarla secondo le esigen­ze dei tempi.

  • L’Umanizzazione (1981), mediante la quale e uma­nizzando noi stessi e le nostre strutture, cerchiamo ri­pristinare “la nostra alleanza con l’uomo che soffre” e di infondere un impulso più stimolante alla nostra co­munità e ai nostri collaboratori per una assistenza che si centra sull’uomo e che lo serve con dignità e effi­cienza.

  • L’Ospitalità verso il 2000 (1986), che facendoci toc­care con mano l’attualità e l’urgenza del nostro Carisma, ci sospinge, in questo mondo che si  trasforma tanto velocemente, a una continua verifica e adatta­mento dei nostri atteggiamenti, e alla ricerca di even­tuali nuovi ruoli apostolici che meglio realizzano la no­stra Ospitalità.

In questa prospettiva, per taluni aspetti carica di ansietà e per altri capace di entusiasmi, cerchiamo di vivere oggi la nostra Ospitalità, orientata verso il mil­lennio. Ci accompagna uno slogan: “Non avere pau­ra di avere coraggio” e un programma forse ancora non ben delineato per essere sempre più autentica­mente “testimoni”, “guide morali”, “coscienza critica”, “anticipatori” e “ricercatori” anche ai nostri giorni co­me lo fu all’inizio S. Giovanni di Dio.

Laici fatebenefratelli

L’Ospitalità insieme con i Fatebenefratelli

Un ampio movimento si è sviluppato all’interno di tutto l’Ordine per realizzare quella che è stata definita “la nuova alleanza con i laici”, dopo che cause più di­verse hanno portato ad una condizione di disagio che fanno soffrire tutti, religiosi e laici, cappellani e suore, e che soprattutto si ripercuotono negativamente nella qualità del servizio che assieme dobbiamo dare al ma­lato. Anche semplicemente come cristiani credo che dobbiamo reciprocamente chiederci perdono e assie­me chiedere perdono ai nostri malati e a Dio per la poca carità qualche volta esercitata.

Aggiornato di recente1237

Abbiamo visto precedentemente come le Costitu­zioni impegnano i religiosi a trasmettere le caratteristi­che del carisma del!’ ospitalità ai nostri collaboratori e ad invitarli a partecipare alle attività pastorali. Nelle nostre opere ci sono laici cristiani impegna­ti e non. Per i primi vale il comandamento di amare Dio e amare il prossimo, allo stesso modo di come è richiesto per i religiosi; per essi operare in una struttu­ra religiosa e nello stile della ospitalità di Giovanni di Dio rappresenta inoltre una nuova o maggiore oppor­tunità per esercitare il suo apostolato specifico, “par­tecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa” (LG .33) tra i malati che assiste e tra i colleghi con i quali opera.

Se necessario, anche per effetto della collabora­zione che i religiosi affidano, i laici cristiani impegnati, ma non solo loro, saranno in grado, e talora anche mo­ralmente impegnati, di dare consigli ai religiosi e di esercitare verso di essi la correzione fraterna.

1-Aggiornato di recente122All’interno dell’Ordine si ipotizza anche la possibi­lità di istituzionalizzare sotto la bandiera dell’ospitalità qualche movimento laicale.

Altri coinvolgimenti sono già stati iniziati, quali ad esempio “La fondazione internazionale Fatebenefra­telli” costituita per la formazione medica, infermieristi­ca e tecnica e per la ricerca in campo sanitario, “as­sociazioni di volontariato ospedaliero”, l’associazione “Con i fatebenefratelli per i malati lontani”, costituita per promuovere l’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo.

1-Aggiornato di recente1217Nei secoli scorsi, a partire dal primo ospedale di Granada sono sorte anche associazioni religiose e veri istituti religiosi che si sono ispirati alla Ospitalità dei Fatebenefratelli; ne cito due tuttora esistenti: le “Piccole suore dei poveri” che professano gli stessi nostri quat­tro voti, e le “Suore ospedaliere del S. Cuore di Ge­sù”, fondate dal nostro Beato Benedetto Menni e che possono essere considerate il ramo femminile dell’Or­dine Ospedaliero.

Conclusione

Non so se sono riuscito a esprimere chiaramente l’essenza, la grandezza e nello stesso tempo l’impe­gno della nostra Ospitalità. Mi auguro che questo convegno ci aiuti a parteci­parne lo spirito, ci renda capaci di assimilarlo ancora di più e a trovare nuove soluzioni o proposte perché lo possiamo diffondere a tutti i collaboratori e testimo­niarlo, assieme, ciascuno secondo il proprio stato, a gloria di Dio e a beneficio dei nostri malati e dei nostri poveri. 

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