Mancano le vocazioni religiose in sanità? AIUSTIAMO I LAICI A CRESCERE – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1266

Montenegro Francesco card.Il prezioso inserto della rivista, dedicato alle problematiche giovanili, riporta, fra le altre, l’intervista rilasciata dal Card. Francesco Montenegro. Parole, le sue, che fanno riflettere sui ritardi e sulle urgenze della Chiesa e della Società sul mondo delle fragilità: malati e poveri.

Vocazioni religiose IN SANITA’? AIUTAMO I LAICI A CRESCERE. E’ segno dei tempi.

Leggo su FATEBENEFRATELLI (Aprile/Giugno 2017): “In una realtà come quella della Provincia Lombardo-Veneta dove sono presenti 39 religiosi (meno 1 deceduto di recente) e 2200 dipendenti diventa ancora più importante parlare al LAICATO.

Se la laicità è una ricchezza – scrive il Card. Francesco Montenegro – siete il respiro di Dio come sosteneva Giovanni Paolo II. Siete MAGGIORANZA. Quando si farà il passaggio da collaboratori a CORRESPONSABILI” ?

Montengro ha ribadito che la PASTORALE DELLA SALUTE NON PUò NON INTEGRARSI CON IL TERRITORIO.

Sapete quante famiglie arrabbiate con Dio per la malattia non entrano mai in chiesa ma vi incontrano nella quotidianità? IL TERRITORIO E’ LA SFIDA. Se c’è una cosa che non si può delegare è l’amore.

Il servizio ai POVERI si può fare, si deve fare. Le periferie dei nostri FRATELLI A LETTO sono segni Pasquali. E se la Chiesa non si accorge di questo…VOI SIETE UNA RICCHEZZA NELLA CHIESA: sperimentate la bellezza di vivere una liturgia dove l’uomo è al centro senza chiedere il permesso“.

Io sono fresco di questa “LITURGIA PASQUALE”: Infermieri professionali con tanto di laurea, due turni giornalieri ed il notturno, una vita a somministrare terapie, ad accorrere ad ogni chiamata, a servire le vivande ma anche a smanettare pannolini, pannoloni e pappagalli a tutte le ore del giorno e della notte, molti con il sorriso sulle labbra e il cuore nelle mani come il buon San Giovanni di Dio o l’erede italiano più riuscito del secolo scorso, San Riccardo Pampuri. Ma ci sono anche quelli motivati prevalentemente dal 27 del mese e taluni – glielo si legge in faccia – che non reggono a questa fatica logorante ma sono privi si supporto psicologico e di forti motivi ideali.

Ripubblico la testimonianza di un ragazzo prossimo alla laurea, per sottolineare che i giovani sono pronti all’ adunata se qualcuno suona la tromba, fa udire la voce dello SPIRITO SANTO:

Caro Angelo, devo dire che incontrarti presso la struttura sotto la veste di apprendista infermiere e tu come assistito, mi ha fatto gran bene perché mi ha fornito un’ulteriore visione, una visione chiara, sincera e piena di voglia di raccontarsi, di come una persona vive una realtà simile, realtà difficile ma che con i giusti accorgimenti, persone e la giusta dose di Cortisone.. ?.. Forse in qualche modo possono aiutare la persona ricoverata a prendere in mano la propria situazione e ad affrontarla con la pazienza e forza necessaria affinché passi il tempo che ci vuole x poi eventualmente rientrare a casa. Ho apprezzato molto le chiacchierate avute anche se purtroppo i tempi non permettevano di farne di più, ma sicuramente in un futuro ce ne sarà la possibilità di parlarne e magari vedere che i progressi che hai fatto e la ripresa secondo me magnifica che hai avuto, siano sempre maggiori.

Un saluto dal tirocinante Elias

Montenegro Francesco in vespa

“Continuerà a girare la diocesi con la Vespa blu?” le aveva chiesto la giornalista Vittoria Prisciandaro. La risposta di mons. Montenegro è stata: «Fino a quando ce la fa a portarmi… La stazza è quella che è. Non so perché dovrei cambiare stile di vita: ho sempre fatto le cose senza volere apparire, quindi non so perché non posso utilizzare ancora la Vespa. E il casco l’ho sempre usato».

L’intervista al Card. Francesco Montenegro (La voce del popolo – Brescia 26 maggio 2917)

«Se il povero, e il malato è il povero di salute, è presenza di Gesù, anche se ciò può essere scomodo, lo debbo contemplare. Se non so contemplare non so servire» ha detto il cardinale Francesco Montenegro, presidente della Commissione episcopale della carità e della salute, che ha dialogato con gli operatori della salute del Centro patsorale della Provincia Lombardo Veneta «Fate in modo che San Giovanni di Dio non sia solo un modello, provate a superarlo. Dio ci meraviglia con la sua tenerezza e ci chiede di meravigliare con la nostra tenerezza coloro che avviciniamo».

Si conclude con questo invito il dialogo presso l’Irccs di Brescia tra il card. Francesco Montenegro e alcuni operatori della salute. L’occasione del confronto è stata offerta dall’anniversario (il 25°) del Centro astorale provinciale dei Fatebenefratelli. La Provincia Lombardo Veneta dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio è «tornata a vivere – ha sottolineato il superiore provinciale fra Massimo Villa – quello che 500 anni fa viveva San Giovanni di Dio». Si prendono cura della fragilità sia essa quella di natura psichica sia essa quella dei richiedenti asilo. Le parole di Montenegro hanno l’effetto di una boccata d’ossigeno in un tempo in cui troppo spesso corriamo il rischio dell’asfissa.

Don Franco, così come vuole essere chiamato, ha esordito con una premessa: «Il malato è il luogo dove incontro Dio, i malati sono segnali di Dio. Quando vado in Ospedale, non vedo dei malati ma Cristo. Devo, però, avere una buona vista per saperlo riconoscere. L’unico modo è la contemplazione».

Il presidente della commissione episcopale della carità e della salute ha insistito sulla necessità che l’operatore pastorale ospedaliero recuperi la dimensione contemplativa: se «quando entro in ospedale incontro Cristo, il modo corretto di pormi dinnanzi al sofferente non è diverso da quello che mi porta a incontrare Gesù nell’Eucarestia. Il servizio al malato non esaurisce dunque la vostra missione, ma deve partire dalla contemplazione. Se il povero – e il malato è il povero di salute – è presenza di Gesù, anche se ciò può essere scomodo, lo debbo contemplare. Se no so contemplare non so servire» ha detto il Cardinale. Se quell’uomo è Gesù… «Quello che fa la differenza è il nostro modo di guardare il malato».

Vita concreta.

«Le corsie sono la continuazione della via di Emmaus. Anche oggi possiamo trovare uomini senza speranza. Dobbiamo riuscire a tradurre con i gesti il mistero della tenerezza di Dio. Chi sa usare gli occhi mette in funzione il cuore e quando occhi e cuore funzionano, le mani si allargano».

Montenegro Francesco 2Montenegro ha fornito anche alcuni esempi di come si possa contemplare Cristo nel volto dell’altro. Perché non pensare, in Quaresima ad esempio, a un gruppo che una settimana fa l’ora di adorazione in chiesa e a un gruppo che contemporaneamente si reca dai malati; poi la settimana successiva si scambiano i ruoli. «L’eucaristia, l’amore e il malato coincidono. Se ho fame di pane e non sento fame del fratello che ha bisogno di amore, l’eucaristia non l’ho ancora incontrata. Quando mangio Gesù, poi torno tra gli altri con Gesù nel cuore. Alla fine della Messa sarebbe più corretto che dicessimo: Va’ e anche tu fa lo stesso».

Frères de la Charité - ParisCharité.jpg

Nel suo confronto, ha incoraggiato gli operatori a essere «Chiesa accanto ai malati. Dobbiamo darci da fare per essere Chiesa, per fare Chiesa. Voi quello che fate, lo fate nella Chiesa e per la Chiesa». Serve una maturazione anche delle comunità. «Nei nostri consigli pastorali non ci sono i malati. Anche noi consideriamo di serie B quelli che la società considera di serie B».

Laici fatebenefratelli

In una realtà come quella della Provincia Lombardo Veneta dove sono presenti 39 religiosi e 2.200 dipendenti diventa ancora più importante parlare al laicato. «Se la laicità è una ricchezza, siete il respiro di Dio come sosteneva Giovanni Paolo II. Siete maggioranza. Quando si fa à il passaggio da collaboratori a corresponsabili» anche all’interno delle nostre comunità? Ha ribadito che «la pastorale della salute non può non integrarsi con il territorio. Sapete quante famiglie arrabbiate con Dio per la malattia non entreranno mai in Chiesa ma vi incontrano nella quotidianità? Il territorio è la sfida. Se c’è una cosa che non si può delegare è l’amore. Il servizio ai poveri si può fare, si deve fare. Le periferie dei nostri fratelli a letto sono segni pasquali. E se la Chiesa non si accorge di questo… Voi siete una ricchezza nella Chiesa: sperimentate la bellezza di vivere una liturgia dove l’uomo è al centro senza chiedere permesso». E così «I care diventa I cure, mi prendo cura.

Non siamo cristiani se non ci interessiamo delle cose dell’uomo. Ogni atto di carità è un atto di fede. Non sempre ogni atto di fede è un atto di carità», basti pensare al sacerdote e al levita che passarono diritti… «Controllate i 10 verbi della parabola del Samaritano. Se salto un verbo, non amo completamente. Basta prendere il Vangelo, se togliamo i poveri (imalati), nella Chiesa non c’è più Gesù. Un operatore sanitario/pastorale o un Vescovo che non si sporca le mani, non ha ancora finito di vivere il Vangelo». Con uno sguardo sul mondo. «Noi, sacerdoti e laici, dobbiamo tenere le porte aperte per permettere ai rumori di fuori di entrare e alle preghiere di dentro di uscire».

Il vescovo di Agrigento sa bene anche qual è il livello di parcellizzazione delle comunità. «Io non devo formare catechisti o altri, io devo formare operatori pastorali a 360 gradi. Poi a seconda delle qualità ti indirizzo. La nostra formazione deve essere integrale. Non possiamo essere cristiani a settori. Ci dobbiamo sentire tutti professionisti della vita. Ci sono persone che dicono ‘Io mi interesso dei poveri ma non mi interessa la Bibbia…’ Non aspettate i poveri,cercateli». Di fronte alle complessità, non dobbiamo dimenticarci che «siamo ricchi di un amore più grande di noi».

Non vuole sentire parlare di come umanizzare l’ospedale, perché «se c’è un luogo umanizzante e umanizzato questo è proprio l’ospedale. È il luogo dove l’incontro è umanizzazione. Anche la Chiesa tante volte non è umanizzante. Le nostre Messe sembrano fabbriche di frigoriferi. Non guardiamo neppure il volto di chi ci sta vicino». Tutti possiamo e dobbiamo essere protagonisti. «Il cristiano è colui che quando lo incontro mi lascia con il desiderio di Dio. Un cristiano che non riesce a contagiare gli altri non è un cristiano».

Di fronte alle nuove proposte di legge (Dat), spiega che anche a livello normativo «quando si tocca il fondo, poi si risale. Sappiamo il significato della vita. Anche gli ultimi giorni possono diventare giorni di ricchezza. In un mondo che va a rotoli, noi cerchiamo di tener fermo il valore della vita. Pratichiamo la speranza. Gesù non ha curato tutti, ma ha dato la speranza a tutti. E noi che siamo la sua continuazione dobbiamo dare speranza. Siamo chiamati a essere testimoni in un mondo che crede di poter fare a meno di Dio e ha altri profeti. Accanto al malato possiamo dire: ‘Io ci sono’. Il nostro dovere è quello di accompagnare le persone. È diverso morire con qualcuno che ti tende la mano. Un giorno un povero mi ha detto: io invidio i cani, perché non ho nessuno che pensa a me». Del resto «ogni uomo vuole essere semplicemente uomo».

don Carmine AriceIn conclusione don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale della salute, ha lanciato una proposta a tutti gli operatori della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli: «Se 25 anni fa vi siete regalati il Centro pastorale, perché non vi regalate un Centro culturale dove si possa promuovere una cultura umanizzante. Può essere il regalo della famiglia religiosa dei Fatebenefratelli alla Chiesa».

E i Fatebenefratelli che, per carisma, non curano solo il corpo ma la dimensione totale della persona, hanno tutte le carte in regola per accettare la sfida.
D
a “La voce del popolo” Brescia 26 maggio 2017

fra-Armando-Lombardi

Fra Armando Lombardi festeggia i 100 anni

La comunità dei Fatebenefratelli del Centro San Giovanni di Dio – Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di Brescia, ha festeggiato i 100 anni del confratello Fra Armando Lombardi. Quella in programma l’6 agosto presso l’Irccs bresciano è stats al contempo una festa semplice e grande, per il traguardo del secolo di Fra Armando, il quale ha vissuto 80 anni come testimone di Ospitalità nell’Ordine Ospedaliero fondato da San Giovanni di Dio.
Nato a Lodi l’8 agosto 1917, Fra Armando ha emesso la prima professione religiosa come fratello ospedaliero il 20 febbraio 1938 e la professione solenne il 26 ottobre 1941. Dopo gli studi infermieristici richiesti dall’Ordine, ha svolto la sua missione a Milano presso l’Ospedale San Giuseppe, a Roma presso l’Ospedale dell’Isola Tiberina, a Gorizia presso la Casa di riposo San Giusto e a Varese presso l’Ospedale del Ponte, quindi, dal 1966 al 1972, presso l’Ospedale Sacra Famiglia di Nazareth, in Terra Santa (Israele), dal 1972 al 1975 presso l’Ospedale missionario di Afagnan (Togo), dal 1975 al 2006 nuovamente a Nazareth e infine in Italia a San Colombano al Lambro, a Brescia, come quiescente. Ovunque è sempre stato un attivo religioso ospedaliero, come capo reparto nelle varie corsie di medicina, chirurgia, traumatologia e nelle sale operatorie.

San Giovanni di Dio

San Giovanni di Dio, un laico ispirato, uomo misericordioso, nei secoli padre di una moltitudine di discepoli suoi imitatori.

CARLO CARRETTO in Lettere dal deserto scriveva: “La chiamata di Dio è cosa misteriosa, perché avviene nel buio della fede.
In più essa ha una voce sì tenue e sì discreta, che impegna tutto il silenzio interiore per essere captata.
Eppure nulla è così decisivo e sconvolgente per un uomo sulla terra, nulla più sicuro e più forte.
Tale chiamata è continua: Dio chiama sempre! Ma ci sono dei momenti caratteristici di questo appello divino, momenti che noi segnamo sul nostro taccuino e che non dimentichiamo più.”
IL LIBRO CHE MI HA CAMBIATO LA VITA PERCHE’ MI HA MESSO SUL BINARIO DEL VANGELO  e lì fai un incontro bellissimo: con GESU’.

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