DON LUIGI MELESI e il CARCERE “San Vittore” – Angelo Nocent

 IL PRETE SEMPRE  CON GLI ULTIMI

L’eredità spirituale di don Luigi Melesi può essere condensata in alcune sue celebri espressioni: «Non è possibile aiutare una persona a cambiare la sua vita in meglio, se non ci si mette dalla sua parte, se non si prende a carico la sua vita e la sua storia» oppure «Una persona, per diventare buona, deve sentirsi amata».

Due le cerimonie funebri oggi, la prima a Milano, nella basilica di Sant’Agostino, sede della Società salesiana di San Giovanni Bosco a cui apparteneva, la seconda nella sua Cortenova, nella chiesa dei Santi Gervaso e Protaso.

A Milano ha presieduto l’ispettore don Giuliano Giacomazzi con altri cinquanta concelebranti tra cui don Gino Riboldi e don Virginio Colmegna con la presenza di una quindicina di guardie del carcere di San Vittore, dei direttori dei carceri di Bollate e Opera, Massimo Parisi e Silvano Di Gregorio, del sindaco di Cortenova Valerio Benedetti e di un gruppo di ex detenuti di San Vittore.

L’Arcivescovo Mario Delpini ha fatto visita mercoledì alla camera ardente ed ha inviato ieri un messaggio letto dal celebrante. Un altro messaggio l’ha mandato a Cortenova il Cardinale Angelo Scola che sottolineando la perdita dolorosa ha invitato a seguire «la grandezza della sua testimonianza» e «l’intelligente misericordia verso tutti». Il rito funebre è stato presieduto dal Vicario episcopale monsignor Maurizio Rolla con una decina di sacerdoti della valle e non solo.

Con il Care. Carlo Mara Martini

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MARCELLINO: IL GOMMONE E’ IL MIO DESTINO? – Angelo Nocent

LA TRAMA – Una grande analogia con le storie di dolore di tanti MARCELLINO dei nostri giorni.

Nel giorno di San Marcellino, in Spagna, un frate francescano si reca in paese per andare a visitare una bambina gravemente malata, mentre tutto il paese sta salendo la collina per andare al convento sulla tomba di san Marcellino; il frate inizia a raccontare la storia del convento e di Marcellino. Finita la sanguinosa guerra combattuta tra francesi e spagnoli, tre frati francescani chiedono al sindaco, don Emilio, di poter riassestare il vecchio castello per riadattarlo a convento; il sindaco dà il consenso e tutta la popolazione aiuta i tre frati nell’intento. Dopo poco tempo il convento è costruito ed inaugurato.

Una mattina però, il frate portinaio trova alla porta un cestino con dentro un neonato che piange, poiché ha fame e sete; i frati lo battezzano e gli danno il nome di “Marcellino“, poiché è il giorno di san Marcellino. I frati vorrebbero affidarlo a qualche famiglia, ma nessuno è in grado di mantenere un altro figlio, viste le condizioni di miseria in cui viveva la popolazione spagnola. Passano gli anni e Marcellino è un bambino di sei anni robusto e forte e tratta tutti e dodici i frati come dodici padri ma sente molto la mancanza di una figura materna, infatti fa ai frati molte domande sulle madri e lasciandosi accarezzare in piena notte da tutti i frati.

Portato da un fraticello alla fiera paesana, distrugge la fiera; così il nuovo sindaco, da sempre contrario all’opera di bene fatta da don Emilio, emette uno sfratto ai danni dei frati. Un giorno Marcellino, disubbidendo a frate Tommaso (chiamato da Marcellino “fra Pappina”), trova nella vecchia soffitta un crocifisso. Vedendo il Cristo della Croce molto magro, immagina che abbia fame e decide di portargli soavemente da mangiare e da bere. Avviene il miracolo: il corpo del Cristo crocifisso si anima per ricevere il pasto offerto, rivolgendo anche la parola a Marcellino che, avendo trovato, nella fretta, solo pane e vino, lo dà comunque a Gesù, che lo soprannomina giocosamente ”Marcellino Pane e Vino“.

Pochi giorni prima dello sfratto, Marcellino va a parlare con Gesù delle madri, esprimendogli il desiderio di vedere sua madre e dopo anche la Madonna, al che Gesù fa morire Marcellino nel sorriso innocente e sereno di un bambino, mandandolo quindi in cielo a conoscere i genitori. Frate Tommaso, che aveva assistito di nascosto al miracolo, rattristato chiama tutti i frati al cospetto del Signore.

Tutta la gente del paese accorre al miracolo, e così, ogni anno, la popolazione si reca sulla tomba di ”Marcellino Pane e Vino“, in segno di devoto rispetto.

IMMIGRAZIONE: TASSSELLI DI INTELLIGENZA – Angelo Nocent

Francesco: improrogabile l’impegno per l’Africa, servono aiuti e la fine delle guerre

Il Papa lo ha detto nell’udienza alla Organization of African Instituted Churches

È improrogabile l’impegno comune nel promuovere i processi di pace nelle varie aree di conflitto. Vi è urgente necessità di forme concrete di solidarietà verso chi è nel bisogno, ed è compito dei responsabili delle Chiese aiutare le persone a raccogliere le proprie energie per porle al servizio del bene comune e, nello stesso tempo, difendere la loro dignità, la loro libertà, i loro diritti». Lo ha detto papa Francesco parlando del continente africano nell’udienza alla Organization of African Instituted Churches. 

«Molti Paesi – ha fatto presente papa Francesco – sono ancora lontani dalla pace e da uno sviluppo economico, sociale e politico che abbracci tutti i settori e offra condizioni di vita e adeguate opportunità a tutti i cittadini». L’«enorme sfida» – così l’ha definita il pontefice – è «offrire stabilità, istruzione e opportunità di lavoro ai giovani, che formano una parte cosi ampia delle società africane».

Passare dunque dallo sfruttamento alla solidarietà, perché «l’Africa di oggi è stata paragonata a quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e che cadde nelle mani dei briganti, che lo spogliarono, lo percossero e se ne andarono lasciandolo mezzo morto», ha detto il Pontefice invitando a mettere in campo piani di sostegno per i popoli del continente africano.

AFRICA/NIGERIA

I Vescovi appoggiano la campagna del Presidente Buhari contro la corruzione

Abuja (Agenzia Fides) – I Vescovi nigeriani appoggiano la campagna contro la corruzione condotta dal Presidente attraverso alcune recenti dichiarazioni pubbliche.

La corruzione ha arrecato danni enormi alla nostra nazione ed ha compromesso la vita della maggior parte dei nigeriani. Il Presidente Buhari deve assolutamente vincere la guerra contro la corruzione come sta facendo con il terrorismo, e questo può avvenire solo se tutti noi ci impegniamo a essere individualmente liberi dalla corruzione e se coloro che in passato si sono arricchiti in maniera corrotta, restituiscano quello che hanno rubato” ha affermato Sua Ecc. Mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, nel discorso di apertura della 13esima Assemblea generale annuale dell’Arcidiocesi di Jos.

Tutti coloro che sono stati correttamente identificati come corrotti devono essere portati di fronte ‘all’altare’ della giustizia, e far sì che scontino pene severe per essere stati così insensibili e spietati nei confronti delle aspirazioni e del benessere dei nigeriani. Questo sarà senza dubbio un deterrente per altri nigeriani che dovessero contemplare di arricchirsi con la corruzione” ha affermato Mons. Kaigama, nel testo pervenuto a Fides.

Anche i Vescovi della Provincia Ecclesiastica di Ibadan (nello Stato di Oyo), sono intervenuti sulla questione al termine della loro seconda Assemblea plenaria. Facciamo appello a tutti i nostri compatrioti a cooperare con l’amministrazione per riportare il buonsenso nel nostro Paese dimostrando la comune determinazione di rifiutare la corruzione, il nepotismo, il favoritismo e per instaurare nel nostro Paese un regime di giustizia e di equità, dove il merito è rispettato e il rispetto della legge è esaltato” affermano i Vescovi in un comunicato pubblicato al termine del loro incontro.

La Nigeria è al 136esimo posto (su 176 Paesi) nell’indice di percezione della corruzione 2014 (i Paesi collocati in alto dell’indice sono ritenuti meno corrotti). L’85% dei nigeriani pensa che la corruzione nel loro Paese si è accresciuta tra il 2011 e il 2013.

La corruzione è considerata una delle maggiori cause della povertà che attanaglia il 40% dei 179 milioni di nigeriani. Secondo Global Financial Integrity, 157 miliardi di dollari sono stati trasferiti illegalmente dalla Nigeria all’estero solo nell’ultimo decennio.
Il Presidente Buhari, che ha assunto le sue funzioni il 29 maggio, ha fatto della lotta alla corruzione uno dei punti centrali della sua campagna elettorale ed ora della sua presidenza. (L,M.) (Agenzia Fides 2/9/2015)

CARLO MARIA MARTINI: governare l’immigrazione

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«Pur se dovremo sempre far fronte all’emergenza, soltanto un’accoglienza che sviluppi la vera integrazione favorirà la capacità di governare socialmente la grande sfida posta dall’immigrazione. (…)

Se l’azione pubblica si ritrae, si finisce per incentivare la marginalizzazione dell’immigrato, considerandolo come un povero da affidare alle cure del volontariato e, talora, come un soggetto pericoloso per l’ordine pubblico. Si rischia così di favorire, a volte anche in modo strumentale, una mobilitazione popolare al rifiuto, anziché all’accoglienza.

(Tuttavia) non va alimentata la mentalità che considera sempre e unicamente lo straniero come un “povero”, dimenticandosi della sua cultura, del fatto che anch’egli può sbagliare; inoltre, non si possono chiedere solo diritti, bensì è necessario rispettare i doveri. (…)

Ricordiamoci che, affrontando correttamente i problemi che quotidianamente vivono nel nostro Paese gli stranieri, contribuiremo alla soluzione di tanti problemi strutturali riguardanti pure gli italiani. Non si tratta di scatenare pericolose rivalità tra persone in stato di bisogno; si tratta piuttosto di affrontare globalmente i problemi posti sul piano sociale dall’immigrazione, con vantaggio per tutti, a partire dai più deboli e dai più sfortunati».

IL PREFETTO PER LO SVILUPPO UMANO CHIEDE ALLA UNIONE EUROPEA UNA VISIONE IN GRANDE SULL’EMERGENZA

Il cardinale , dal 31 agosto dell’anno scorso, è il prefetto del nuovo Dicastero voluto da Papa Francesco per lo sviluppo umano integrale , all’interno del quale c’è una sezione per i migranti di cui il Francesco ha mantenuto ad interim la guida.

In questa intervista ad Huffpost , alla vigilia del vertice di Tallin, parla della attuale crisi migratoria dall’Africa verso l’Europa e invita l’Europa a pensare in grande, a valutare il fenomeno con l’occhio rivolto alla storia.
Soprattutto a non prendere provvedimenti “privi di visione strategica e capacità“. perché altrimenti “Così si crea solo conflitto sociale”. E aggiunge, riferendosi al Vaticano : “Noi siamo a disposizione di tutti coloro che vorranno avere un confronto serio su questo”.
È apparsa come una dichiarazione clamorosa, in controtendenza. È così?

“No, io ho detto che in Ghana – il mio Paese – non c’è la guerra, così come la guerra non c’è in altre regioni dell’Africa. E ho detto che occorre promuovere lo sviluppo umano integrale di tutti i popoli. Un “blocco” senza sviluppo umano, senza governo serio delle cose, è un provvedimento miope e negativo.

Occorre conoscere e occorre distinguere. Il continente africano è molto diversificato. Non si può continuare a parlare di Africa come se fosse un corpo uniforme: un monolite! Così, una cosa è se le persone fuggono dalla guerra; un’altra è se le persone fuggono per perché non c’è lavoro, alla ricerca della possibilità di vivere in modo dignitoso.

  • Nel primo caso, occorre costruire una vera pace;
  • nel secondo occorre cambiare il paradigma di sviluppo.
  • Poi, l’esito finale dei due casi deve essere lo sviluppo umano integrale, cioè la centralità della dignità umana, che va sempre insieme con la libertà e la giustizia”.

Papa Francesco ha rilanciato il suo appello all’Europa per una “cultura dell’accoglienza e della solidarietà” verso i migranti, ma in questi giorni l’Europa sembra lasciar sola l’Italia gestire gli sbarchi, né sta finanziando il piano Africa. La soluzione del problema migrazione è in Europa o in Africa?

È in Europa ed è in Africa. C’è un enorme ritardo su una visione culturale, e quindi poi anche politica, su questo fenomeno storico di enorme e tragica portata. Una politica comune e una visione culturale alta e storica su questo fenomeno potrà aiutare l’Europa ad alzare la testa come modello di pace, giustizia e libertà. Occorre coraggio e onestà. Ricordo i discorsi di Papa Francesco al Parlamento europeo. Un’Europa barricata in se stessa, senza afflato ideale, non è più Europa, e così non è Europa un continente che non ha una visione comunitaria e responsabile. Occorre, invece, urgentemente che l’Europa torni ad essere Europa. Adenauer, Schumann e De Gasperi cosa avrebbero fatto oggi? Avrebbero agito in base a una cultura politica alta e concreta”.

Due economisti americani hanno affermato in un lavoro scientifico recente che il Mediterraneo sarà il nuovo Rio Grande della Storia: gli africani devono essere messi in condizione di restare nella loro terra?

“In Occidente sembra che non si riesca ad andare oltre due visioni che poi alcuni politici esasperano per trarre vantaggi elettorali. La visione per la quale ognuno deve restare a casa propria e occorre costruire muri, e la visione in base alla quale occorre ricevere in modo disordinato. Sono entrambe visioni sbagliate, incomplete, non ragionate, e vecchie, figli di cascami ideologici del passato.

Noi proponiamo una via ulteriore che mette al centro la persona, cioè tutte le persone con i loro diritti e i loro doveri in vista del bene comune. Gli africani devono essere messi in condizione e devono trovare il modo di mettersi essi stessi in condizione di crescere. La domanda è: come procedere lì se imperversano la corruzione, le bande criminali, gli interessi dei Paesi esteri e molto altro? Occorre una presa di coscienza forte delle opinioni pubbliche, dei governi e degli attori economici per un’azione comune e pubblica. La Chiesa fa già molto sul campo”.

Il Washington Post nei giorni scorsi ha riferito cifre da esodo biblico, che potrebbero coinvolgere fino a cento milioni di persone.

“Persone, appunto. Parliamo di persone sia quando parliamo dei migranti e delle loro famiglie, e parliamo di persone quando ci riferiamo a cittadini costretti alla pressione migratoria da provvedimenti privi di visione strategica e capacità. Così si crea solo conflitto sociale. Il ritardo di cui parlavo è legato alla non comprensione profonda del movimento dei popoli legato al modo con cui oggi il mondo è organizzato. Non bastano visioni regionali: ci vuole una visione globale. Noi siamo a disposizione di tutti coloro che vorranno avere un confronto serio su questo. Occorre affrontare la questione in modo molto serio e concreto, così come ha detto Papa Francesco”.

Il professor Collier dell’Università di Oxford ha sottolineato che le migrazioni sono doppiamente ingiuste: privano i paesi di provenienza delle persone più giovani, togliendo il futuro al loro paese: concorda?
“Questo è uno degli aspetti più rilevanti di un’ingiustizia molto più grande che il professor Collier conosce”.

Torniamo all’Europa, cosa si sente di dire alle istituzioni Ue e agli europei?

“Di essere veramente ambiziosi: di guardare all’idea di Europa e di guardare alla storia, non al momento. È in gioco il destino dell’umanità. È in gioco l’idea stessa di essere umano”. Non bastano visioni regionali: ci vuole una visione globale.

IMMIGRAZIONE: QUANDO IL SILURO PROVENIENTE DA BOLOGNA SI CHIAMAVA BIFFI

Il tema dell’immigrazione è all’ordine del  giorno della politica nazionale, europea ed americana. Anche Teologi e Biblisti fanno a gara a chi la sa più lunga in fatto di accoglinza di stranieri e profughi. Nel mio piccolo, li seguo con attenzione, perché c’è sempre da imparare da tutti.

Ma, per il momento, sono giunto ad una constatazione AMARA, ossia che la musica è sempre quella: CON I SOLDI SI FA TUTTO.

IL MIO RAGIONAMENTO GROSSOLANO è questo: se hai un po’ di soldi,

  • puoi permetterti di attraversare il deserto su un camion gestito da strozzini,
  •  puoi imbarcarti su un gommone gestito da strozzini, naturalmenre a tuo rischio e pericolo,
  • puoi andare in cerca di fortuna sul  Continente Europa.

Se sei squattrinato, non ti resta che rassegnarti e  stare a casa tua, sotto le bombe o a morire di fame. Il problema è tuo. Se tu appartieni alla categoria degli SFORTUNATI, cosa possiamo farci? A noi non è nemmeno dato di sapere che esisti.

Chi si è imbarcato su un gommone o una  carretta, inevitabilmente in mare aperto è a rischio di naufragio. Comunque, ha il diritto di essere tratto in salvo, nutrito, curato, aiutato a raggiungere la terra ferma, a stablizzarsi, integrarsi, ad avere una fonte di sostentamento, un sussidio, possibilmente un lavoro ecc…

Chi non ha potuto imbarcarsi per mancanza di mezzi, ha il diritto di morire a casa sua, sotto le bombe o di fame e di stenti,  ecc.ecc. ecc.

I DIRITTI RICONOSCIUTI ai più fortunati  andrebbero estesi, a maggior ragione, anche a chi non ha potuto affrontare l’avventura del mare per mancanza di mezzi. In questa logica, bisognerebbe recarsi sul posto, invitare la gente ad espatriare dal paese infelice, trasportarla in sicurezza, accoglierla, ospitarla… ecc. ecc. ecc.

Ma di  quante persone si tratta?  Di mezzo continente africano o forse più…

Con i primi, i cristiani di serie A sono, almeno a parole, molto SOLIDALI e si vergognano dei cristiani di serie B, dal cuore duro, gretto, razzista, populista… e che oppongono resistenza al flusso incontrollato.
Epperò, i secondi, ossia gli SFIGATI, per i cristiani di serie A non sono un problema che li riguarda, né, tantomeno, li tocca la maledizione: ero straniero e non mi avete accolto…”

Infatti, dispongono di una valida giustificazione: è gente mai vista nè  incontrata. Pertanto,  niente geenna eterna… E VISSERO FELICI E CONTENTI.

Il  CARD.  GIACOMO BIFFI SULL’ IMMIGRAZIONE 

Intervento dell’arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 Settembre 2000

Premessa

Dovrebbe essere evidente a tutti quanto sia rilevante il tema dell’immigrazione nell’Italia di oggi; ma credo sia altrettanto innegabile l’inadeguata attenzione pastorale e lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato. Il fenomeno appare imponente e grave; e i problemi che ne derivano – tanto per la società civile quanto per la comunità cristiana – sono per molti aspetti nuovi, contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni.

I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell’emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita prolungate preoccupazioni.

A una interpellanza della storia come questa si deve dunque rispondere – come, del resto, davanti a tutti gli eventi imprevisti e non eludibili della vicenda umana – senza panico e senza superficialità. Vanno studiate le cause e va accuratamente indagata l’indole multiforme dell’accadimento; ma non si può neanche attardarsi troppo nelle ricerche e nelle analisi, senza mai arrivare a qualche provvedimento mirato e, per quel che è possibile, efficace, perché i turbamenti e le sofferenze derivanti dall’immigrazione sono già in atto.

Un fenomeno che ha sorpreso lo Stato

Dobbiamo riconoscere – e può essere un’attenuante – che siamo stati tutti colti di sorpresa.

E’ stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l’impressione di smarrimento; e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri dell’ordinata convivenza civile. I provvedimenti, che via via vengono predisposti, sono eterogenei e spesso appaiono contradditori: denunciano la mancanza di una qualche progettualità e, più profondamente, denotano l’assenza di una corretta e disincantata interpretazione di ciò che sta avvenendo. Non vediamo che ci sia una “lettura” abbastanza penetrante dei fatti, tale che sia poi in grado di suggerire, sviluppare e sorreggere un indirizzo coerente e saggio di comportamento.

Ha sorpreso anche la comunità ecclesiale

Sono state colte di sorpresa anche le comunità cristiane, ammirevoli in molti casi nel prodigarsi prontamente ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste finora di una visione non astratta, non settoriale e abbastanza concorde, in grado di ispirare valutazioni e intenti operativi che tengano conto di tutte le implicazioni degli avvenimenti e di tutti gli aspetti della questione. Le generiche esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica – che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose – si dimostrano più generose e ben intenzionate che utili, se rifuggono dal commisurarsi con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà effettuale.

Anche nella nostra esplicita consapevolezza di pastori, non si ha l’impressione che il fenomeno dell’immigrazione negli ultimi quindici anni – nel corso dei quali esso si è amplificato e acutizzato – sia stato vivo e pungente a misura della sua oggettiva gravità.

Abbiamo avuto in merito due estesi documenti: nel 1990 la Nota pastorale della Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” dal titolo: Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà; e nel 1993 gli Orientamenti pastorali della Commissione ecclesiale per le migrazioni dal titolo: Ero forestiero e mi avete ospitato. Ambedue i testi, molto estesi e analitici, sono più che altro (e doverosamente) tesi a costruire e a diffondere nella cristianità una “cultura dell’accoglienza“. Manca invece un po’ di realismo nel vaglio delle difficoltà e dei problemi; e soprattutto appare insufficiente il risalto dato alla missione evangelizzatrice della Chiesa nei confronti di tutti gli uomini, e quindi anche di coloro che vengono a dimorare da noi.

Gli auspici del pastore

Vorrei adesso dare consistenza al mio cordiale saluto ai partecipanti di questo seminario, esprimendo semplicemente alcuni auspici: nascono dalla riflessione e dal cuore di un vescovo, rivelano più che altro le sue sollecitudini apostoliche e sono formulati nel rispetto di quanti – studiosi, operatori sociali, pubbliche autorità – sono chiamati in causa dalla necessità di dare rapida e sufficiente risposta all’emergenza che qui prende il nostro interesse.

Non dovrebbe essere inutile che agli esami e alle considerazioni di natura politica, economica, antropologica, culturale dei competenti (e prestando ad essi la dovuta attenzione) si aggiunga anche la prospettiva di chi – essendo a tutti gli effetti cittadino italiano e avendo l’originale presunzione di poter esporre anche in quanto tale il proprio parere – si sente soprattutto responsabile del presente e dell’avvenire del gregge di Cristo che gli è stato affidato; e, tra l’altro, non può mai dimenticare l’inquietante domanda che il Signore Gesù ha lasciato senza risposta: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

Gli auspici per lo Stato e la società civile

L’auspicio sostanziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa.

E’ incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa mèta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati.

Ma non se ne può dedurre – se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.

Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.

Progetti realistici complessivi

Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare a un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi.

Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.

Criteri attuativi

La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione.

A questo proposito, dovrebbero essere tutti ormai persuasi di quanto sia stata insipiente la linea perseguita negli ultimi quarant’anni, con l’ossessivo terrorismo culturale antidemografico e con l’assenza di ogni correttivo legislativo e politico che ponesse qualche rimedio all’egoistica e stolta denatalità, da molto tempo ai vertici delle statistiche mondiali. Tutto questo nonostante l’esempio contrario delle nazioni d’Europa più accorte, più lungimiranti, più civili, che non hanno esitato a prendere in questo campo intelligenti e realistici provvedimenti.

La salvaguardia dell’identità nazionale

Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.

Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.

Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” – che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia, ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro – dovrebbe avere tra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato nell’incontro tra le popolazioni latine e quelle germaniche sopravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.

Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte.

A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione.

In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.

Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobìa, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.

Il caso dei musulmani

Se non si vuol eludere o censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo a occhi aperti e senza illusioni.
Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.

Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.

Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (tra cui quella religiosa) e nei princìpi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi, accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quello della richiesta che venga data una “reciprocità” non puramente verbale da parte degli stati di origine degli immigrati.

Scrive a questo proposito la Nota Cei del 1993: ‘In diversi paesi islamici è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo. Non esistono luoghi di culto, non sono consentite manifestazioni religiose fuori dell’islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime. Si pone così il difficile problema della reciprocità. E’ questo un problema che non interessa solo la Chiesa, ma anche la società civile e politica, il mondo della cultura e delle stesse relazioni internazionali. Da parte sua il papa è instancabile nel chiedere a tutti il rispetto del diritto fondamentale della libertà religiosa’ (n. 34). Ma – diciamo noi – chiedere serve a poco, anche se il papa non può fare di più.
Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.

Cattolicesimo “religione nazionale storica”

Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’immigrazione, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo – che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze.

Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.
Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alcuni di altre fedi.

Alle comunità ecclesiali

Che cosa diremo di illuminante e di pratico alle comunità cristiane, che di questi tempi sono per la verità afflitte da poca chiarezza di idee e da molte incertezze comportamentali?

In primo luogo, deve essere manifesto a tutti che non è per sé compito della Chiesa come tale risolvere ogni problema sociale che la storia di volta in volta ci presenta. Le nostre comunità e i nostri fedeli non devono perciò nutrire complessi di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che essi con le loro forze non riescono ad appianare. Sarebbe un implicito, ma comunque intollerabile e grave “integralismo” il credere che le aggregazioni ecclesiali e i cattolici possano essere responsabilizzati di tutto.

Qualche volta i malintesi sono involontariamente propiziati dalle pubbliche autorità che, quando non sanno che pesci pigliare, fanno appello alle nostre supplenze e fatalmente ci coinvolgono (dando in tal modo implicito riconoscimento che le organizzazioni ecclesiali sono tra quelle che in Italia riescono ancora a funzionare).

L’annuncio del Vangelo e l’osservanza della carità

Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.

Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell’ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile. Su questo però – sarà bene che nessuno se lo dimentichi – noi siamo tenuti a rispondere non ad altri, ma solo al Signore.

Non surrogabilità dell’evangelizzazione

Dovere statutario della Chiesa Cattolica e compito di ogni battezzato è di far conoscere esplicitamente Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi vivo e Signore dell’universo, unico Salvatore di tutti.

Tale missione può essere coadiuvata ma non surrogata dall’attività assistenziale che riusciremo a offrire ai nostri fratelli. Suppone la nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può risolversi nel solo dialogo. E’ favorita dalla conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto nella conoscenza di Cristo cui noi riusciamo a portare i nostri fratelli, che sventuratamente ancora non ne sono gratificati.

noltre l’azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Il Signore non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama” (cf Mc 16,15). Chi ci contestasse la legittimità o anche solo l’opportunità di questo annuncio illimitato e inderogabile, peccherebbe di intolleranza nei nostri confronti: ci proibirebbe infatti di essere quello che siamo, vale a dire “cristiani”; cioè obbedienti alla chiara ed esplicita volontà di Cristo.

E’ molto importante che tutti i cattolici si rendano conto di questa loro indeclinabile responsabilità. E per essere buoni evangelizzatori, persuasi dentro di sé e persuasivi nei confronti degli altri, essi devono crescere sempre più nella intelligenza e nella gioiosa ammirazione degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è una effusione sovrumana, anzi divinizzante di luce, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall’Islam; e noi siamo chiamati a proporla appassionatamente e instancabilmente a tutti i figli di Adamo.

Approccio realisticamente differenziato

Le comunità cristiane – in funzione di un approccio sapiente e realistico al fenomeno dell’immigrazione – non possono non valutare attentamente i singoli e i gruppi, in modo da assumere poi gli atteggiamenti più pertinenti e più opportuni.

Agli immigrati cattolici – quale che sia la loro lingua e il colore della loro pelle – bisogna far sentire nella maniera più efficace che all’interno della Chiesa non ci sono “stranieri”: essi a pieno titolo entrano a far parte della nostra famiglia di credenti, e vanno accolti con schietto spirito di fraternità.
Quando sono presenti in numero rilevante e in aggregazioni omogenee consistenti, andranno sinceramente incoraggiati a conservare la loro tipica tradizione cattolica, che sarà oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti. La compresenza di queste diverse “forme” di vita ecclesiale e di culto autentico costituirà senza dubbio un arricchimento spirituale per lintera cristianità.

Ai cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono ancora nella piena comunione con la Sede di Pietro, esprimeremo simpatia e rispetto. E, in conformità agli eventuali accordi generali e secondo l’opportunità, potremo favorirli anche dell’uso di qualche nostra chiesa per le loro celebrazioni.

Gli appartenenti alle religioni non cristiane vanno amati e, quanto è possibile, aiutati nelle loro necessità. Da alcuni di loro – segnatamente dai musulmani – possiamo tutti imparare la fedeltà ai loro esercizi rituali e ai loro momenti di preghiera, ma non tocca a noi prestare positive collaborazioni alla loro pratica religiosa.

A questo proposito, è utile richiamare quanto è disposto dalla Nota CEI del 1993, già citata: “Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali” (n. 34).

Come si può capire dalla complessità di questa problematica, non è ammissibile che essa sia affrontata ‘in toto’ dalla “Caritas italiana”, che ha un ben delimitato campo di valutazione e di interesse. Sui temi della evangelizzazione, della identità cristiana del nostro popolo, delle concrete difficoltà pastorali – e dunque sulla questione della immigrazione globalmente intesa – non dovrebbero esserci deleghe a nessun particolare organismo ecclesiale.

Conclusione

In un’intervista di una decina d’anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: “Ritiene anche Lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento di oggi.

Io penso – dicevo – che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità.

Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.

Purtroppo né i “laici” né i “cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione. La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede.


E’ il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.
__________27.10.2000

DIFFERENZA TRA PROFUGHI E RIFUGIATI – RAVASI: un siluro evangelico – Angelo Nocent

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Il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato. Ma che differenza c’è tra essere un immigrato, un rifugiato o un profugo?

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Apolide

L’apolide è una persona che non ha la cittadinanza di nessun paese (convenzione di New York del 1954 relativa allo status degli apolidi).

Migrante/immigrato

Chi decide di lasciare volontariamente il proprio paese d’origine per cercare un lavoro e condizioni di vita migliori. A differenza del rifugiato, un migrante non è un perseguitato nel proprio paese e può far ritorno a casa in condizioni di sicurezza.

Immigrato regolare/irregolare

L’immigrato regolare risiede in uno stato con un permesso di soggiorno rilasciato dall’autorità competente. Il migrante irregolare è una persona che:

  • è entrato in un paese evitando i controlli di frontiera;

  • è entrato regolarmente in un paese, per esempio con un visto turistico, ma ci è rimasto anche quando il visto è scaduto;

  • non ha lasciato il paese di arrivo anche dopo che questo ha ordinato il suo allontanamento dal territorio nazionale.

Clandestino

In Italia si è clandestini quando pur avendo ricevuto un ordine di espulsione si rimane nel paese. Dal 2009 la clandestinità è un reato penale.

Profugo/profugo interno

Profugo è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di guerre, invasioni, rivolte o catastrofi naturali. Un profugo interno non oltrepassa il confine nazionale, restando all’interno del proprio paese.

Rifugiato

La condizione di rifugiato è definita dalla convenzione di Ginevra del 1951, un trattato delle Nazioni Unite firmato da 147 paesi. Nell’articolo 1 della convenzione si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.

Dal punto di vista giuridico-amministrativo è una persona cui è riconosciuto lo status di rifugiato perché se tornasse nel proprio paese d’origine potrebbe essere vittima di persecuzioni. Per persecuzioni s’intendono azioni che, per la loro natura o per la frequenza, sono una violazione grave dei diritti umani fondamentali, e sono commesse per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale. L’Italia ha ripreso la definizione della convenzione nella legge numero 722 del 1954.

L’anno scorso nel mondo ci sono stati più di 45,2 milioni di rifugiati.

Richiedente asilo

Un richiedente asilo è una persona che, avendo lasciato il proprio paese, chiede il riconoscimento dello status di rifugiato o altre forme di protezione internazionale. Fino a quando non viene presa una decisione definitiva dalle autorità competenti di quel paese (in Italia è la Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato), la persona è un richiedente asilo e ha diritto di soggiornare regolarmente nel paese, anche se è arrivato senza documenti d’identità o in maniera irregolare.

Beneficiario di protezione umanitaria

Chi beneficia della protezione umanitaria non è riconosciuto come rifugiato, perché non è vittima di persecuzione individuale nel suo paese ma ha comunque bisogno di di protezione e/o assistenza perché particolarmente vulnerabile sotto il profilo medico, psichico o sociale o perché se fosse rimpratriato potrebbe subire violenze o maltrattamenti. Le norme europee definiscono questo tipo di protezione “sussidiaria”.

Protezione sussidiaria

La protezione sussidiaria è una forma di protezione internazionale prevista dall’Unione europea riconosciuta a chi rischia di subire un danno grave se rimpatriato, a causa di una situazione di violenza generalizzata e di conflitto. Inoltre può ottenere la protezione sussidiaria chi corre il pericolo di subire tortura, condanna a morte o trattamenti inumani o degradanti per motivi diversi da quelli previsti dalla convenzione di Ginevra.

(Anna Franchin)

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La Chiesa vive ogni giorno questo paradosso: da un lato, la parola del Vangelo la spinge ad aprirsi, ad essere accogliente e ospitale; dall’altro, la Chiesa è tentata di contraddire sempre ciò che afferma, ponendo barriere e limitazioni, chiusure e tentativi di difendere la propria identità. Così i “buoni” sono quelli dentro, i “cattivi” quelli fuori; e allora nascono gli eretici, gli oppositori della Chiesa, i nemici della fede…”

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Nè stranieri né ospiti… Lectio magistralis di Luca Mazzinghi Festival Biblico VI edizione: “L’ospitalità delle Scritture” Bassano del Grappa (28 maggio 2010).

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 Don Luca MazzinghiVoi non siete più né stranieri né ospiti...”. Il titolo di questo incontro l’ho preso dal testo della lettera agli Efesini (Ef 2,13), che dice, parlando ai cristiani convertiti dal paganesimo: “così dunque voi non siete più né stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio…”. Ma su questo testo ritorneremo sopra tra breve.

In questi giorni, a Vicenza e dintorni, avete avuto la possibilità concreta, nel corso di questo Festival biblico, di riflettere in molti modi sul tema dell’ospitalità letto alla luce della Bibbia. Con un certo coraggio, perché parlare oggi di ospitalità – specie se il discorso scivola sull’ospitalità nei confronti del diverso, dello straniero… – non è un argomento politicamente pagante ed è certamente qualcosa che va controcorrente. Io non pretendo di dire nulla di nuovo, stasera, rispetto a quello che forse avete sentito, o che sentirete. Vorrei sottolineare soltanto alcuni aspetti tra i tanti che la Bibbia ci propone in relazione a questo tema: l’ospitalità.

Ora, per chi crede che la Bibbia è Parola di Dio, si tratta di aspetti che ci richiamano a ciò che il Signore stesso chiede a ciascuno di noi. Per chi crede invece che la Bibbia sia soltanto parola umana, pur se una parola comunque altissima e degna di essere letta, si tratta in ogni caso di un messaggio che sta alle radici del nostro Occidente. Ma credo che già da questa rapida presentazione biblica vi accorgerete di una cosa, di cui forse vi siete già accorti: che la Bibbia cioè è un testo estremamente realistico, un libro che affronta situazioni e problemi molto concreti; e d’altra parte la Bibbia è un testo che non pretende di aver trovato la soluzione a tutto, ma piuttosto che cerca di tracciare un cammino, di provocare chi lo ascolta, di spingerlo a un cambiamento, di aprire un futuro nuovo e diverso. In sintesi: un segno di contraddizione che ci provoca e, insieme, una luce che indica una strada da seguire. Mi permetto, prima di iniziare a presentare qualche testo biblico relativo al tema dell’ospitalità, di partire con un ricordo personale. Sono stato molte volte in America Latina spesso con i ragazzi della mia parrocchia; nel corso di un viaggio in Brasile un prete italiano che lavorava allora nello stato della Bahia mi portò in un luogo sperduto nella foresta per incontrare una comunità dei cosiddetti “senza terra”, di quei contadini rimasti senza terra e quindi senza lavoro che, in base a una legge relativa al latifondo, occupavano terre di ricchi latifondisti sui quali costruivano i loro insediamenti. In uno di questi insediamenti, appena invaso dai contadini, in capanne fatte di frasche coperte da teli neri ricavati dai sacchi dell’immondizia, senza luce né acqua né altro, un gruppo di abitanti di quella specie di villaggio improvvisato mi offrì quello che aveva: riso e fagioli ben cotti, perché non facessero male al mio stomaco occidentale, e caffé accuramente bollito nelle scatole vuote dei fagioli; il tutto con una semplicità e una generosità davvero disarmanti. Non perché ero un prete o perché ero venuto insieme al loro prete, ma semplicemente perché ero loro ospite. E’ una esperienza che, ritornando più volte in America Latina, ho sempre avuto modo di rivivere.

L’ospitalità ricevuta proprio da parte dei più poveri, l’esperienza di essere accolto là dove apparentemente non c’è nulla da offrire. Ma entriamo subito in tema, riprendendo in mano la Scrittura e in particolare il testo della lettera agli Efesini che ho appena ricordato. Non siete più né stranieri né ospiti… Il testo di Paolo non è facilissimo e richiede un po’ d’attenzione; cerchiamo di leggerlo inserito nel suo contesto, a partire dal v. 11 del capitolo 2 della lettera agli Efesini: 11 Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita (…) 12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. 13 Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.

Paolo si rivolge qui ai pagani che si sono convertiti al Vangelo e ricorda loro che – dal punto di vista ebraico – essi erano da considerarsi come persone senza speranza e senza Dio, uomini estranei alla salvezza e, in particolare, estranei alla vita stessa di Israele. Ma, in Cristo, i lontani sono divenuti vicini; Paolo sta qui citando un testo del profeta Isaia (Is 57,19).

Nella comunità cristiana, dunque, non ci sono più “lontani”; tutti sono vicini, vicni tra loro perché vicini a Dio, grazie al sangue, cioè alla croce di Cristo che ha dato la sua vita per tutti gli uomini. Subito dopo Paolo aggiunge: 14 Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo del suo corpo. Egli, cioè Cristo, è la nostra pace: è colui che ha buttato giù ogni muro di separazione che esisteva tra gli uomini. Qui Paolo allude in modo particolare alla separazione esistente tra ebrei e pagani; Cristo ha unito così nella sua morte in croce (“nel suo corpo”, nel linguaggio di Paolo) due realtà che sembravano inconciliabili; ha permesso di superare l’inimicizia tra due categorie di persone che non avrebbero mai pensato di poter essere messe assieme. E Paolo continua: 17 Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. 18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Grazie all’azione di Dio (qui ricordato nella sua dimensione trinitaria, come il Padre, il Figlio, lo Spirito) i cristiani costituiscono una sola realtà, un segno di pace tra gli uomini, dove ognuno si sente accolto, dove i lontani diventano vicini. E per questo motivo che Paolo dice – ed ecco il nostro testo con il quale abbiamo iniziato questo incontro: 19 Così dunque voi non siete più né stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20 edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù.

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Il termine “straniero”, in greco xenos, indica qui l’estraneo in modo assoluto, colui che non fa parte del nostro popolo. “Ospite” traduce invece un’altra parola greca (paroikos) che indica di per sé lo straniero residente, senza la pienezza dei diritti – più o meno il nostro “extracomunitario”, uno straniero molto spesso scomodo, perché vive o pretende di vivere con noi. Ma su questa parola ritorneremo tra poco con qualche ulteriore riflessione. Il cristiano, dice Paolo, è piuttosto “concittadino dei santi”, fa parte cioè di una stessa città ideale insieme a tutti gli altri cristiani, una città in cui nessuno è o si sente straniero; è poi chiamato “familiare di Dio”, cioè membro di una famiglia che è la famiglia stessa di Dio, della quale, in realtà, fa parte l’umanità intera. Qui si comprende molto bene come la vera novità della vita cristiana, prima ancora che l’abbattimento dei muri di separazione tra gli uomini di cui Paolo ci ha appena parlato, il rifiuto di ogni senso di estraneità, è piuttosto l’abbattimento dei muri di separazione che esistono tra gli uomini e Dio, il raggiungimento cioè di una vera pace con lui, di una familiarità inattesa con un Dio che non deve più metterci paura.

In altre parole, la radice della nostra ospitalità nasce dall’immagine di Dio che noi abbiamo. Ciò crea una comunità nuova, fraterna, per descrivere la quale Paolo utilizza l’immagine della famiglia e insieme quella della casa. Uno spazio di accoglienza nel quale poter vivere una vita diversa, senza inimicizie. Per chiudere su questo testo della lettera agli Efesini osserviamo come l’affermazione della lettera agli Efesini è davvero nuova e per molti aspetti sorprendente, specialmente se la collochiamo sullo sfondo dell’Antico Testamento, ma anche, come vedremo, di molti testi del Nuovo Testamento.

Ancor più sorprendenti ci appaiono queste parole della lettera agli Efesini se le collochiamo sullo sfondo del nostro mondo, di un mondo che sembra oggi non aver davvero più bisogno di Dio e che, anzi, considera molto spesso la fede come un’ostacolo alla crescita dell’umanità; nella mentalità più comune, ciò che è possibile fare, è giusto farlo; se una qualunque fede ce lo impedisce, automaticamente consideriamo la fede come un ostacolo al progresso dell’umanità.

Eppure le parole di Paolo continuano, nonostante tutto, a disegnare la possibilità di una vita alternativa, allora come adesso, nella quale l’uomo è realmente al centro, proprio perché Dio è al centro di tutto.

Lo straniero nell’AT.

Per compredere meglio il discorso paolino è necessario fare un passo indietro, verso la storia di Israele e verso l’Antico Testamento, che è lo poi sfondo sul quale Paolo si muove. Iniziamo con il ricordare come nell’Antico Testamento l’atteggiamento verso l’altro, verso l’ospite, verso lo straniero in modo particolare, è senz’altro un atteggiamento ambivalente. In questo stesso momento a Vicenza, nella chiesa di s. Michele ai Servi, sta parlando un mio collega, Federico Giuntoli sull’atteggiamento che il diritto di Israele ha nei confronti dello straniero – questo mi permette di poter dire anche qualcosa che sicuramente sta dicendo lui; domani, sempre a Vicenza, parlerà Carmine Di Sante ancora sul tema dello straniero nella Bibbia. Ma qualcosa dobbiamo dire anche stasera, per comprendere meglio il nostro tema.

E’ facilmente dimostrabile che nei testi del Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia che nell’ebraismo sono chiamati la Torah, la Legge, esiste un vero e proprio “diritto dello straniero”, una legislazione particolare a difesa dello straniero – già qui si misura la distanza abissale che esiste tra la parola di Dio e noi; per noi lo straniero è prima di tutto un problema di sicurezza, non una opportunità da valorizzare e difendere, come avviene invece nel diritto biblico. Se affrontassimo in dettaglio l’argomento scoprireste che il diritto israelita, nelle sue varie epoche, emerge per la sua grande attenzione ai diritti del povero e dello straniero. Quando si parla, spesso in modo banalmente ideologico, di difesa delle radici cristiane dovremmo meditare di più su questi testi; ma mi limito qui ad alcune osservazioni di fondo.

Come sempre è accaduto anche ai tempi della Bibbia, l’ospitalità e l’accoglienza non sono cosa facile. Una cosa infatti è la teoria, una cosa è la pratica. L’ospite – specie se esso è straniero, diverso – mette infatti in crisi chi lo ospita e richiede un esercizio intelligente dell’ospitalità stessa che non può mai diventare accoglienza indiscriminata; i pericoli di un’ospitalità scriteriata e superficialmente buonista, animata solo da buone intenzioni, o spesso fondata su motivi soltanto ideologici, spingono infatti, quasi naturalmente, verso la chiusura e il rifiuto.

Questo accadeva anche nell’antico Israele. L’esperienza dell’esilio ha condotto infatti Israele alla tentazione di una maggior chiusura nei confronti dello straniero. Tra il V e il IV secolo a.C. la legislazione di Neemia e di Esdra, che si può leggere nella Bibbia nei libri omonimi, si caratterizza per una politica rigorista nei confronti di coloro che non sono puri ebrei, una politica che oggi molti non esiterebbero a definire xenofoba e persino razzista, anche se le motivazioni addotte nei testi biblici non sono soltanto di natura economica o etnica, ma anche e soprattutto di natura religiosa. Si pensi a quei passi dei libri di Esdra e Neemia nei quali i due legislatori si scagliano con forza (e in qualche caso anche persino con la violenza fisica) contro il problema dei matrimoni misti tra ebrei e donne non ebree, visti come un pericolo contro la purezza della fede.

Israele, da poco tornato dall’esilio e bruciato dall’esperienza della persecuzione e dell’estraneità è tentato – così come avviene oggi – di cercare la propria identità contro l’altro e in opposizione all’altro. Non a caso un’accusa tipica della propaganda antigiudaica sarà quella relativa al fatto che gli ebrei sono nemici dell’umanità, che odiano gli uomini, come scriverà Tacito in epoca romana: adversus omnes ostile odium habent. Nello stesso periodo, tuttavia, emerge nella Scrittura come forse già sapete, una tendenza opposta; lo straniero non è il cattivo per definizione, colui che non dev’essere né accolto né ospitato proprio perché straniero.

Andrebbero riletti con molta attenzione i due piccoli libretti di Rut e di Giona, nei quali emerge in positivo la figura dello straniero. In Rut l’eroina del libro è una donna, una moabita – un popolo acerrimo nemico di Israele, una pagana che tuttavia è accolta da Israele. Sposando il betlemmita Booz, Rut diventerà niente di meno che la nonna del grande re David. In Giona, il profeta recalcitrante non sopporta l’idea che i cattivissimi abitanti di Ninive possano convertirsi e che il Dio di Israele addirittura li perdoni, invece di distruggerli. Giona scopre come il Dio biblico è un Dio accogliente e misericordioso, il nostro primo ospite, che ci chiede di essere ospitato persino nei pagani e nei nemici.

Quando Paolo, nella lettera agli Efesini, parla di accoglienza dei pagani all’interno della chiesa si colloca dunque all’interno di un dibattito molto vivo nell’ebraismo del tempo, oscillante tra ospitalità e rifiuto.

Nell’ottica paolina l’essere in Cristo rende le differenze tra Israele e i pagani non fonte di contrasti, ma piuttosto radice di comunione e di unità. Israele come straniero e il comportamento verso lo straniero. C’è di più: in questa relazione, prima di passare a un esempio biblico piuttosto famoso, quello di Abramo, vorrei mettere in luce un aspetto davvero singolare del discorso che il Nuovo Testamento fa in relazione al tema dell’ospitalità, ovvero la coscienza del cristiano di essere lui stesso un ospite e uno straniero, un tema che a prima vista sembra il contrario di quanto abbiamo appena udito da Paolo.

E’ un’idea che già l’Antico Testamento ben conosce. Quando papa Giovanni Paolo II proclamò il giubileo del 2000, si basò in gran parte sul testo del capitolo 25 del libro del Levitico – vi ricordate? Il giubileo nell’antico Israele ha come primo effetto la remissione di ogni debito nei confronti dei poveri e la liberazione degli schiavi. A noi interessa quel passo nel quale leggiamo che nessuno potrà considerare la propria terra come una proprietà inalienabile; si tratta di un testo molto suggestivo, ma che oggi ci sembra addirittura utopico e irrealizzabile: “le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia, e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” (Lev 25,23).

Israele possiede la coscienza di essere straniero sulla sua stessa terra, perché in realtà il popolo è ospite di Dio e la terra appartiene in modo definitivo soltanto a lui. Quest’idea è davvero ben radicata nell’Antico Testamento; chi conosce e prega i Salmi ha in mente quel versetto del Salmo 39 che dice: “ascolta, Signore, la mia preghiera… non essere sordo alle mie lacrime, perché io sono uno straniero, un forestiero come tutti i miei padri” (Sal 39,13).

La vera radice dell’ospitalità sta proprio qui: tu stesso sei straniero, perché tutto ciò che possiedi in realtà non è tuo; è dono di Dio, e tu lo hai ricevuto in prestito. Più volte, nella Bibbia ebraica, emerge la coscienza di un Israele che si sente egli stesso straniero: “mio padre era un arameo errante…”; così comincia, nel libro del Deuteronomio, la professione di fede dell’Israelita (cf. Dt 26); noi siamo stranieri e pellegrini come i nostri padri… Il popolo d’Israele è ben consapevole della propria provvisorietà. Nel codice di leggi più antico, il cosidetto “codice dell’alleanza” (contenuto in Es 20-23) l’attenzione verso lo straniero nasce per gli israeliti proprio dalla coscienza di essere stati a loro volta stranieri: “non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 22,20).

Notate, di passaggio, l’alternanza tra “tu” e “voi”: tu non opprimerai lo straniero perché tutti voi lo siete stati, un tempo; il libro dell’Esodo parla allo stesso tempo ai singoli e alla collettività. E più avanti, in Es 23,9, leggiamo ancora: “non opprimerai lo straniero: voi infatti conoscete il respiro dello straniero, perché siete stati stranieri in terra d’Egitto” (Es 23,9). Voi conoscete il respiro dello straniero; ovvero il suo animo (in ebraico la sua nephesh), la sua aspirazione più profonda, perché voi stessi un tempo lo siete stati. E’ un altro testo splendido: voi conoscete il respiro dello straniero!

La radice dell’accoglienza, dell’ospitalità sta nell’essere intimamente uniti allo straniero perché ne comprendiamo tutta la sofferenza, perché capiamo bene ciò che egli ha nell’animo. Si tratta di raggiungere una “simpatia” con lo straniero, “simpatia” nel senso etimologico del termine; un’attenzione profonda alle sue esigenze e ai suoi bisogni, attenzione che nasce da una esperienza e da una storia già vissuta da noi in passato.

Come corollario a queste suggestioni che ci vengono dal diritto biblico potremmo aggiungere che accogliere l’altro riconoscendone i bisogni è vedere nell’altro un riflesso di noi stessi, anche noi persone fragili e bisognose. E’ appunto amare l’altro come se stesso, come l’intera etica biblica ci chiede.

La legislazione sacerdotale contenuta nel libro del Levitico giunge a dire al riguardo: “amerai lo straniero come te stesso” (Lev 19,34). Si tratta di diventare veramente uomini accogliendo, o meglio riconoscendo l’umanità dell’altro. Il contrario di tutto ciò è, ahimé, il principio della barbarie. Riconoscere il proprio essere stranieri e ospiti è per il diritto di Israele la prima radice dell’ospitalità e, insieme, dell’idea stessa di legalità e di giustizia. Il Deuteronomio dirà qualcosa di più al riguardo; leggiamo infatti in Dt 10,17-19: “Il Signore vostro Dio (…) ama lo straniero e gli da il pane e il vestito. Amate dunque lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”. Il fondamento dell’ospitalità e dell’accoglienza sta in questo testo nel comportamento stesso di Dio che non esclude nessuno dal suo amore, tantomeno lo straniero. Ciò che Dio ha fatto con lo straniero diviene modello di vita per tutto il popolo di Israele. Il passo del Levitico che ho appena ricordato, “amerai lo straniero come te stesso”, continua infatti dicendo “perché io sono il Signore tuo Dio”; è Dio stesso il garante del diritto dello straniero. I cristiani come stranieri e ospiti. L’idea di un popolo di Israele considerato lui stesso come “straniero e ospite” sembra a prima vista contraddire il passo della lettera agli Efesini dal quale siamo partiti e che da il titolo al nostro incontro, “né stranieri né ospiti”.

In realtà ne è il fondamento; torniamo ai testi del Nuovo Testamento per comprendere meglio questo aspetto. Nel popolo di Dio non ci sono più né stranieri né ospiti perché tutti sono in qualche modo stranieri e ospiti. Questo tema emerge in modo particolare nella prima lettera di Pietro, uno scritto della fine del I secolo – forse non dell’apostolo Pietro in persona, ma questo poco importa – dalla chiara impronta battesimale; una lettera che vuole suggerire ai credenti quali sono i fondamenti della vita cristiana. Pietro, in 2,11, definisce i credenti come “stranieri e pellegrini”; quest’ultimo termine indica proprio coloro che non hanno fissa dimora, che vagano di luogo in luogo, che sono di passaggio, così com’è di passaggio il credente in questo mondo; Paolo, nella lettera ai Filippesi (3,20) direbbe piuttosto che “la nostra cittadinanza è nei cieli”; il cristiano non è indifferente, ma è superiore all’idea stessa di patria terrena. A questo proposito dovremmo fermarci a lungo per riflettere sul fatto che il mondo in cui viviamo non concepisce più la vita come un pellegrinaggio – anche se molti iniziano a sentire nostalgia di questa concezione della vita – ma semplicemente come un vagabondaggio da un’esperienza all’altra, una sorta di viaggio turistico con molte occasioni da dover cogliere, frammenti da vivere, senza un progetto preciso, senza una vera identità e, soprattutto, senza più la capacità di vivere positivamente la dimensione del sacrificio. Ma rimando queste tematiche ad altre conferenze! Tornando al testo biblico, il termine usato da Pietro, “pellegrini”, in greco paroikoi, lo abbiamo già incontrato nella lettera agli Efesini; dobbiamo soffermarci un poco di più su di esso. Come già abbiamo accennato, il termine indica lo straniero residente in un paese non suo, ovvero quello straniero che dimora tra di noi, ma che è lontano dalla sua casa nativa, al quale non è riconosciuta la pienezza dei diritti.

Il cristiano è per Pietro uno “straniero” per due motivi: prima di tutto perché pellegrino e di passaggio in questo mondo, ma in secondo luogo perché “estraneo” alla logica del mondo, in forza della sua vita differente da quella degli altri. La chiesa costituisce infatti, per Pietro, una comunità alternativa al mondo, una comunità in cui vivere una logica di fraternità che rende “estranei”, per forza di cose, alle logiche di questo mondo; per questa ragione, come scrive ancora Pietro in 4,4, gli altri “trovano strano che voi non corriate con loro verso questo torrente di perdizione, e vi oltraggiano”. Tutta la lettera di Pietro descrive la vita di una comunità cristiana basata sulla fraternità e sull’amore verso l’altro – in questo consiste l’estraneità della chiesa. Pochi versetti prima, Pietro aveva usato un termine analogo: “comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio” (1Pt 1,17), ovvero, in greco, “della vostra paroikia”, un termine che si riferisce all’essere pellegrini, o forse meglio all’essere in esilio.

Permettetemi di fare un po’ il professore di Sacra Scrittura: il termine paroikia non è normalmente usato nel greco classico; entra nell’uso greco proprio grazie alle Scritture per indicare prima il popolo di Israele come straniero in terra straniera (vi sono una ventina di attestazioni nell’AT greco, spesso in riferimento all’Egitto al tempo dell’Esodo, oppure in seguito Babilonia), poi la chiesa cristiana, descritta come pellegrina nel mondo. Proprio da qui nasce il termine che ancora oggi usiamo per indicare una comunità cristiana concreta, ovvero la nostra “parrocchia”. Il senso originario del termine, così come lo utilizza la lettera di Pietro, rinvia tuttavia a quella parte del popolo di Dio che, pur vivendo in un determinato luogo, non ha in esso una residenza stabile, perché appartiene a un regno la cui vera sede è in un altro mondo; su questo è solo pellegrino, esule, di passaggio, vive in una situazione di precarietà e allo stesso tempo di differenza, uno stile diverso da quello del mondo che ci circonda.

Forse sono tutte cose che sapevate già; ma è interessante notare come la radice dell’accoglienza e dell’ospitalità stia in fondo nel nome stesso che utilizziamo per indicare la forma più elementare di vita cristiana: la “parrocchia”. Una comunità di persone che non cercano dunque la propria identità in questo mondo, perché sono in marcia verso l’altro e perché vivono una vita differente. Nell’uso che ne facciamo, tuttavia, il termine “parrocchia”, “parrocchiale” ha paradossalmente acquistato un significato diametralmente opposto: con “parrocchiale” si intende infatti molto spesso l’atteggiamento di un piccolo gruppo che difende i propri privilegi, che si isola, appunto, nella propria parrocchia. Dovrebbe essere esattamente il contrario: un piccolo gruppo che si sente parte di un gruppo più vasto; il mondo intero e, ancora più in alto, il regno di Dio.

Alla luce di queste riflessioni sull’idea di un Israele e di una chiesa “stranieri” al mondo, è possibile trarre una prima conclusione. L’identità cristiana consiste prima di tutto nella sua estraneità, nella sua differenza rispetto alle logiche del mondo. Oggi c’è a mio parere troppa voglia di difendere un regime di cristianità, una presunta identità cristiana troppo spesso costruita ideologicamente a tavolino e, ancora più spesso, pericolosamente costruita contro l’altro e non con l’altro.

  1. Il cristiano è capace di ospitalità perché è lui stesso ospite – ospite di Dio nel creato, ospite su questa terra e pellegrino in questa storia.
  2. Il cristiano ospita perché lui per primo è straniero e ospite, è appunto pellegrino in un mondo che è destinato a tutti. Abramo.

Per cercare di scendere più su un terreno concreto, vi propongo adesso un episodio di ospitalità piuttosto celebre, che traggo dall’Antico Testamento; si tratta del racconto relativo ad Abramo che ospita tre uomini nella sua tenda; domani mattina è in programma a Vicenza uno spettacolo per bambini su Abramo che accoglie gli angeli; ma immagino che questo testo della Genesi risuonerà anche altrove nel corso del Festival biblico.

Di passaggio, sottolineo anche il fatto che la figura di Abramo ha un valore simbolico molto forte; come sempre faceva notare Giorgio La Pira, Abramo è una delle radici comuni all’ebraismo, al cristianesimo, all’islam: tutti figli di Abramo. Se davvero teniamo alla radici della nostra civiltà, Abramo è certamente una delle radici più profonde. L’episodio al quale faccio riferimento è narrato in Gen 18,1-16. Cercheremo di ricavarne, seguendo in parte una proposta di Enzo Bianchi nel suo libro Ero straniero e mi avete ospitato, una sorta di “decalogo” dell’ospitalità. Ma prima di tutto ascoltiamo il testo biblico. [Leggere il testo] Una breve premessa è ancora necessaria: molto spesso pensiamo alla Bibbia come a un manuale di precetti da seguire; il più delle volte la Bibbia ci offre, molto più semplicemente, dei racconti.

Di fronte a un racconto non è importante tanto il capire, quanto piuttosto il vivere il racconto stesso, immedesimandoci in esso e soprattutto mettendoci nei panni dei personaggi che il racconto ci offre. Si tratta cioè di vivere il racconto, uscendo dalla voglia di dare a tutti i costi dei messaggi. E’ quello che cerchiamo di fare adesso con la storia di Abramo e i suoi tre ospiti. La Genesi ci narra che Abramo si trova in una località della terra di Canaan, presso le querce di Mambre; il narratore ci avverte fin dall’inizio del racconto che il Signore sta per visitarlo – ma Abramo non lo sa; non sa ancora che Dio stesso sarà suo ospite, in quel giorno.

Abramo ci viene presentato seduto sulla soglia della tenda nell’ora più calda del giorno, quando, dice il testo biblico, “alzò gli occhi ed ecco tre uomini che stavano in piedi presso di lui”. Nell’ora più calda del giorno, in Medio Oriente, non si attendono ospiti; ma essi nondimeno arrivano. L’ospite, infatti, è spesso simile ai tre uomini accolti da Abramo; è qualcosa di inatteso; è cosa ben diversa dall’invitato. L’invitato sappiamo bene a che ora arriva; l’abbiamo scelto noi; gli abbiamo dato un appuntamento spesso molto preciso: Ti aspetto a prazo alle una… L’ospite, invece, non lo abbiamo scelto; arriva alla nostra casa quando meno ce lo aspettiamo. Ma le nostre case non sono più come quella di Abramo, una casa che è in realtà una tenda; la tenda è per sua natura aperta, non ha porte, e il padrone sta seduto sulla soglia; in un luogo intermedio tra l’esterno e l’interno. Già lo spazio fisico della tenda nella quale Abramo si trova prelude all’accoglienza e all’ospitalità; come i chiostri dei monasteri medievali, dove i pellegrini venivano accolti e rifocillati prima ancora di chiedere loro chi fossero e prima di ammetterli in altri luoghi più confortevoli.

La prima regola dell’ospitalità è dunque la porta aperta e una soglia che permetta di incontrare l’altro; oggi è un’utopia, dirà la maggior parte della gente; e lo dico anch’io, perché nonostante sia parroco in un piccolo paese di appena ottocento abitanti, non posso certo uscire lasciando tutto aperto. Impossibile lasciare la porta aperta, se si pensa realisticamente alla porta delle nostre case, porta che nelle nostre città non può più essere lasciata aperta; anzi, dev’essere blindata – e ancora non basta. Ma forse ci sono altri modi per tenere aperte le porte dell’ospitalità, altre “soglie” sulle quali poter accogliere l’ospite che arriva inaspettato.

Il racconto biblico prosegue dicendoci che Abramo vide tre uomini; Abramo si prostra allora fino a terra e dice loro: “mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo!”; tra poco rifletteremo su questo strano uso del singolare subito dopo il plurale. Abramo non sa ancora chi sono questi tre uomini eppure davanti a loro già si sente loro “servo”. L’ospitalità – nota Enzo Bianchi – è davvero autentica soltanto quando chi ospita riesce a farsi servo dell’altro, a riconoscerlo come suo Signore.

Più profondamente, Abramo riconosce nell’ospite un dono, un’opportunità, non tanto un pericolo dal quale difendersi. L’ospite è di passaggio – ma non può passar oltre senza fermarsi, senza essere accolto. Abramo riconosce la grandezza dell’altro proprio in quanto altro e dice a lui: io sono tuo servo. E Abramo insiste ancora su questo aspetto e dice agli ospiti: “prendo un po’ d’acqua, lavatevi i piedi, accomodatevi sotto l’albero; permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo potete proseguire”. L’ospitalità non si apre con grandi azioni, con proposte spesso esageratamente generose, ma con cose spesso piccole e davvero molto semplici. Un’accoglienza cordiale, un po’ d’acqua e di pane, un po’ d’ombra per sedersi, una cosa importante nella calura del medio Oriente e a quell’ora del giorno.

E poi Abramo tace di fronte ai suoi ospiti; l’ospite deve avere infatti i suoi spazi; deve essere accolto e ascoltato per quello che è, senza volerlo subito giudicare e catalogare secondo i nostri schemi. Senza cercare subito di invaderne la vita, in fondo per poterlo meglio controllare. L’ospite non può permettersi di essere invadente, ma ancor meno può permettersi di esserlo chi lo accoglie; c’è tempo per conoscersi e prima del conoscersi viene la capacità di accogliere con gratuità e generosità. Un particolare che certamente sarà venuto in mente a qualcuno di voi ascoltando il racconto della Genesi: il testo biblico parla di tre uomini, ma poi Abramo si rivolge a uno solo di loro; e il testo continua anche in seguito ad alternare il plurale al singolare. I rabbini vedevano in questi tre uomini degli angeli; i padri della chiesa vi vedranno, da cristiani, la Trinità. Più facilmente si può vedere in questa alternanza tra uno e tre un espediente del narratore che fin dall’inizio ci ha detto che in questi uomini è il Signore che visita Abramo; in essi, dunque, il Dio d’Israele allo stesso tempo si svela e si nasconde. E’ come dire che negli ospiti che noi accogliamo nelle nostre tende è Dio stesso che viene a visitarci.

Ma la cosa forse ancora più importante, al di là di questo particolare, è che Abramo dimostra di amare questi ospiti prima ancora di sapere chi sono veramente; lo abbiamo detto: l’ospite non si sceglie, si accetta com’è. E allora si scopre che l’ospite, in qualche modo, è Dio stesso che nell’ospite ci visita. Ma andiamo avanti: Abramo chiama Sara sua moglie, le chiede di impastare la farina migliore; manda poi un servo a prendere un vitello tenero e buono – un’ospitalità che diviene principesca, un vitello intero! Lui stesso, Abramo, offre latte fresco e formaggio e li porge agli ospiti. Non soltanto si muove lui stesso per servire i suoi ospiti, ma addirittura lo fa di corsa, come ci dice il testo biblico, si affretta a preparare il cibo.

Secondo le regole di cortesia orientali Abramo non si siede a tavola con gli ospiti, ma si ferma in piedi mentre essi mangiano. E’ significativo tuttavia, al di là del rispetto delle regole del tempo, che l’ospitalità nasca e si sviluppi attorno alla tavola; mangiare insieme è importante. A tavola, infatti, spariscono le inimicizie, si riconoscono e insieme si accolgono le differenze e si iniziano ad apprezzare come ricchezze da condividere. A tavola l’ospitalità si traduce nel dono più semplice e più naturale: il cibo, appunto, da condividere insieme. Come dice il vangelo: avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere. Mangiare e bere non si negano a nessuno; negare il cibo a chi ha fame, anche se non avesse di che pagare, è in fondo come negare la nostra stessa umanità. Il banchetto offerto da Abramo ai suoi ospiti termina con una sorpresa davvero inaspettata; uno di quegli uomini chiede ad Abramo dov’è adesso Sara sua moglie; un particolare sorprendente per chi ha seguito fin qui il testo biblico, perché Sara si chiamava in realtà Sarai, che significa in ebraico “la mia principessa”; solo Dio ne conosceva il nuovo nome, Sara, “la principessa”, quel nome che lui stesso gli aveva imposto. E solo Dio è in grado di dire a Sara, la sterile, che di lì a un anno essa partorirà un figlio. La grande attesa di Abramo – che è allo stesso tempo il suo maggior cruccio, il suo desiderio più profondo – viene così colmata proprio dall’ospite. Abramo comprende adesso che davvero nell’ospite che egli ha accolto è presente il Signore; accogliere un ospite significa perciò scoprire una ricchezza che, alla fine, è Dio stesso: l’ospite è dono di Dio, è un modo con il quale Dio si rivela. E i tre ripartono dalla tenda di Abramo: l’ospite, proprio perché ospite, è di passaggio, lo abbiamo detto; ma nel suo soggiorno ha arricchito chi lo ha ospitato; gli ha svelato la sua identità più profonda, ha aperto in lui una speranza nuova, ha tracciato vie inattese, ha dato speranza. L’ospite ci ha resi alla fine più umani. Andando oltre il racconto di Abramo, potremmo concludere che l’aver accolto l’ospite ci ha portati a comprendere che non è possibile chiudersi nella propria arroganza, nella propria autosufficienza, nella difesa delle proprie certezze, della propria identità. L’ospite non è più un nemico che ci assale, ma può diventare un amico che ci visita; e talvolta, come nel caso di Abramo, l’ospite ci apre a una speranza davvero inattesa. I discepoli di Emmaus. Per avviarci verso la conclusione di questa nostra riflessione vi propongo ancora un testo celebre del Nuovo Testamento, l’episodio dei due discepoli di Emmaus (Lc 24,23-35). L’episodio lo conoscete tutti: dopo la crocifissione di Gesù due discepoli ritornano da Gerusalemme alla loro casa di Emmaus, delusi per le speranze che avevano riposto in Gesù e ancora increduli sull’annunzio che le donne avevano loro dato: Gesù sarebbe risorto e in ogni caso la tomba è vuota. In quel momento Gesù stesso si presenta accanto a loro, lungo la strada, ma loro non lo riconoscono. E quando Gesù chiede ai due perché sono così tristi, essi rispondono bruscamente: “tu solo sei così forestiero a Gerusalemme da non sapere che cosa è accaduto in questi giorni?”. In questo racconto Gesù stesso si rivela come un viandante, un forestiero che cammina accanto agli uomini condividendone il cammino. E’ come fosse uno sconosciuto che Gesù irrompe nella vita degli uomini e li spiazza, li provoca, li induce a riflettere. A questo punto è necessario fermarsi un poco: per chi ben conosce il testo dei vangeli è molto familiare l’immagine di un Gesù che, mentre è vicino a tutti gli uomini che incontra, allo stesso tempo prende le distanze dalla sua famiglia, dalla sua patria, dalle autorità politiche e religiose del suo tempo, da quei gruppi che, come i farisei o gli zeloti, più difendevano l’identità di Israele nei confronti dei pagani. Un Gesù pellegrino, che, come dicono ancora i vangeli, mentre le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi egli “non ha dove posare il capo” (Mt 8,20; Lc 9,58).

Un Gesù, potremmo dire, senza fissa dimora che da un lato dimostra come nessuno possa dirsi stabile in questo mondo, dall’altro esprime la propria totale fiducia nella provvidenza divina. Nella condanna di Gesù alla crocifissione prende corpo, in modo definitivo e drammatico, questa estraneità di Gesù, rifiutato dagli uomini che egli ha invece accolto. Come scrive Giovanni nel prologo del suo vangelo, “egli venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto”. Del resto, è proprio nel vangelo di Giovanni che Gesù si rivela come lo “straniero” per eccellenza; un Gesù che viene dall’alto, del quale si ignora la reale provenienza, il cui regno non è di questo mondo; “di dove sei?”, come gli chiede Pilato nel contesto della passione. E quel “di dove sei?” è una delle domande che percorrono tutto il quarto vangelo. In un certo senso nella nella croce di Gesù si incarna il rifiuto dell’ospitalità dell’altro; mi permetto di notare come sia tristemente ironico il fatto che oggi troppo spesso accade che i più accaniti difensori del crocifisso siano proprio coloro che più tendono a rifiutare all’altro ospitalità e accoglienza. Qui si comprende un fatto davvero importante: che lo straniero – Gesù in questo caso – è davvero un segno di contraddizione, così come nei vangeli è detto dello stesso Gesù. Potremmo dire di più: di fronte all’altro che chiede di essere nostro ospite, al modo in cui ci comportiamo nei suoi confronti, si svela qual è il nostro livello di umanità.

Ma torniamo ai due discepoli di Emmaus; quali sono i passi attraverso i quali quello straniero, Gesù, diventa ospite? Prima di tutto, attraverso un cammino condiviso nel quale lo straniero dialoga con i due di Emmaus. La strada fatta assieme animata dalla parola, dal dialogo, è uno dei più grandi strumenti dell’ospitalità. Il dialogo nel quale l’altro è accolto nella sua diversità e la sua parola non è rifiutata a priori ma è ascoltata, anche quando è parola che provoca e che interroga. Nel caso dei due di Emmaus in questo dialogo si scopre che l’altro è addirittura portatore della Parola di Dio.

Uno dei primi gradini dell’ospitalità, che si aggiungono a quelli che abbiamo già scoperto all’interno del racconto di Abramo, è la capacità di condividere il cammino dell’altro e di ascoltarne la parola lasciandoci provocare e interrogare da lui. Ma perché i due di Emmaus si accorgano davvero che quello straniero è Gesù, occorre, come tutti già sapete, un secondo gesto che proprio lo straniero compie, un gesto che in realtà abbiamo già visto a proposito di Abramo: la condivisione del pane, la mensa. E’ proprio allora che i due di Emmaus, nella familiarità della tavola condivisa, si ricordano di un’altra esperienza da loro vissuta a tavola: la cena pasquale, Gesù che dona se stesso nel segno del pane e del vino. Ed è proprio allora che essi riconoscono il Signore Gesù nel loro ospite.

L’ospitalità nella chiesa delle origini. L’episodio dei due discepoli di Emmaus ci ricorda ancora come il valore dell’ospitalità fosse una delle priorità del mondo antico; nella cultura greco-romana, in quella ebraica e, con motivazioni nuove, nel cristianesimo delle origini. Nel mondo greco l’ospitalità nei confronti dello straniero è sacra, e già Omero conosce la figura di Zeus Xenios, Giove che protegge lo straniero; Giove ospitale che vendica gli ospiti (Od. IX, 270), come dice Ulisse rivolgendosi a Polifemo, presentato proprio come esempio di ospitalità non vissuta e dunque punita dagli dèi, una gravissima mancanza verso una divinità vendicativa, come scrive Platone nelle Leggi.

Nell’etica ellenistica l’ospitalità si colora dei tratti di quella virtù sempre più lodata che è la filantropia; dunque si accoglie l’ospite perché è protetto dagli dèi, ma anche perché l’amore verso gli uomini è virtù suprema che rivela la propria profonda umanità e la distanza con il barbaro, ritenuto incapace di ospitalità. Nel Nuovo Testamento la virtù dell’ospitalità è ricordata più volte, come uno dei doveri del credente; per esempio in Rm 12,13; in 1Pt 4,9 si invitano i credenti a “praticare l’ospitalità gli uni verso gli altri senza mormorare”, segno che in realtà l’ospitalità non era cosa facile; presentava difficoltà e rischi e andava perciò incoraggiata.

La novità del Nuovo Testamento è tuttavia, come già abbiamo visto nell’episodio dei due di Emmaus, il fatto che Gesù stesso è presentato come ospite; tutta l’attività pubblica di Gesù è costellata di personaggi che, come Marta, Maria e Lazzaro, lo ospitano nelle loro case. E non poche parabole di Gesù presentano il regno di Dio sotto l’immagine di un banchetto ospitale al quale non sono tanto invitati i ricchi, quanto piuttosto i poveri: come abbiamo già notato, l’ospite è diverso dall’invitato, non si sceglie, ma si accoglie.

Può essere utile indagare quali sono le ragioni dell’ospitalità, secondo il Nuovo Testamento.

  1. La prima ragione è senz’altro dettata dall’amore; l’ospitalità è uno dei modi concreti con i quali si manifesta l’amore. Amare il prossimo come se stessi, secondo un precetto che prima di essere evangelico è già nella Bibbia d’Israele, significa amare il prossimo come se esso fosse te stesso, mettendosi cioè nei suoi panni. La celebre parabola del buon samaritano ci fa comprendere come per Gesù il problema non è tanto quello di amare il prossimo, ma di farsi prossimo, di considerare cioè il prossimo come un altro se stesso.
  2. Una seconda ragione dell’ospitalità l’abbiamo già vista e non ci ritorniamo sopra; è la coscienza di essere noi stessi stranieri e ospiti.
  3. Una terza ragione l’abbiamo anch’essa già vista: “ero straniero e mi avete ospitato”; si ospita l’altro accogliendo in lui – chiunque egli sia – la persona stessa di Cristo.
  4. Una quarta ragione riguarda quel tipo di ospitalità che la chiesa primitiva praticava verso i missionari, ovvero verso quei cristiani che percorrevano le vie romane annunciando il vangelo. Una forma di ospitalità intraecclesiale che per il Nuovo Testamento è particolarmente importante; si possono così comprendere alcuni ammonimenti rivolti in negativo a non accogliere falsi missionari che in realtà demoliscono la comunità che li ospita. Una piccola spia che anche nella chiesa delle origini l’ospitalità non era certo mai facile. Un progetto per il futuro. Ho proposto stasera diversi testi biblici relativi all’ospitalità, senza naturalmente aver neppure scalfito la ricchezza di questo tema.

Ci dobbiamo chiedere, a questo punto, come mai un messaggio biblico così ricco non ha in realtà inciso realmente sulla nostra società, dopo secoli di cristianesimo, tanto da trasformarla in una società realmente ospitale. E non dico questo in riferimento al problema recentissimo dell’immigrazione, ma all’atteggiamento che la nostra società mostra in generale di tenere nei confronti dell’altro. Nei tempi biblici, è vero, non si conoscevano certo i fenomeni drammatici dell’attuale emigrazione di massa con tutti i problemi che essa comporta. Le ragioni di questa carenza possono essere di ordini molto diversi tra loro; la Bibbia stessa non nasconde infatti le difficoltà dell’ospitalità e oscilla non di rado, come già si è visto, tra accoglienza e rifiuto. E tuttavia la Bibbia, la parola di Dio per chi la crede tale, non è un manuale di ricette infallibili, ma un testo dove il dialogo tra Dio e l’uomo ci spinge sempre verso un futuro che non è mai pienamente realizzato.

Le pagine della Bibbia, in entrambi i Testamenti, ci proiettano tuttavia verso un progetto di una comunità ospitale, la chiesa, in cui l’altro da straniero diviene appunto ospite, pur se tensioni e problemi non vengono mai completamente risolti. La chiesa è in ogni caso anche una società umana, analoga a tante altre società; e ogni società tende per sua stessa natura a definire se stessa tracciando dei confini: chi appartiene alla nostra società, e chi non vi appartiene.

La chiesa vive ogni giorno questo paradosso: da un lato, la parola del Vangelo la spinge ad aprirsi, ad essere accogliente e ospitale; dall’altro, la chiesa è tentata di contraddire sempre ciò che afferma, ponendo barriere e limitazioni, chiusure e tentativi di difendere la propria identità. Così i “buoni” sono quelli dentro, i “cattivi” quelli fuori; e allora nascono gli eretici, gli oppositori della chiesa, i nemici della fede…

La storia dimostra molto bene che la vita della chiesa oscilla anch’essa, come quella di ogni uomo, tra accoglienza e chiusura, tra fedeltà al Vangelo e difesa della propria identità. Eppure la Bibbia, in quanto Parola di Dio per i credenti, ci spinge verso una prassi di ospitalità che possa fare della chiesa quella comunità realmente alternativa al mondo nel quale viviamo. L’ospite, l’altro che arriva inatteso, chiunque esso sia, come avviene con lo stesso Gesù con i due discepoli di Emmaus, è quella presenza inquietante che spinge sempre la chiesa a una maggiore fedeltà al vangelo e dunque alla sua stessa vocazione e che la rende, per il mondo, segno di una mentalità nuova, segno della possibilità di passare dalla paura all’accoglienza.

La chiesa può così riconoscere in chi ci visita il Signore stesso, come avviene nella celebre parabola di Matteo 25: “ero straniero, e mi avete ospitato”. E’ in fondo la radice più profonda della fede cristiana: tre persone distinte ospiti in un solo Dio; un Dio radicalmente diverso dagli uomini che ospita in se stesso l’umanità. Così il forestiero, il pellegrino, l’ospite che cammina sulla nostra strada è Dio stesso che ci apre porte inattese – o che, al contrario, giudica le nostre porte troppo spesso rigorosamente chiuse. Io credo che sia questa la missione che attende la chiesa che rischia oggi di apparire sempre più estranea al mondo e sempre più tentata di difendere se stessa, di ridursi all’autopromozione e all’autoconservazione. La missione di essere una comunità che, con la sua capacità di apertura, di accoglienza, di ospitalità gratuita, seppure esercitata in modo intelligente e umano e senza falsi buonismi, senza ipocriti buoni sentimenti, ha da secoli creato nel mondo cristiano una rete di solidarietà molto concreta che pian piano frantuma la logica di chi vorrebbe dominare sugli altri facendo leva sulle nostre paure. Una chiesa che offre un cristianesimo dal volto umano, proprio perché è questo il volto di Cristo. Ho spesso fatto allusione, ricordando i testi biblici, all’ospitalità intesa come accoglienza fisica dell’altro; ma ho anche cercato di far comprendere come l’ospitalità è forse – e per molti aspetti lo è prima di tutto – accoglienza dell’altro con tutto il suo carico di problemi e sofferenze; l’altro che nella comunità cristiana trova quella filadelfia, quell’amore fraterno di cui parla la lettera agli Ebrei (13,1) che è poi il senso della nostra ospitalità. Ospitare non è così in ogni caso una perdita, ma un guadagno; senz’altro un guadagno in umanità.

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Mare . profughi

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ALLA POLITICA SI CHIEDE

UN PIANO MARSHAL PER L’AFRICA

 

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Benedetto XVI.jpegLa sua Africa. Il magistero di Papa Benedetto XVI sull’Africa e il viaggio in Camerun e in Angola

http://alleanzacattolica.org/la-sua-africa-il-magistero-di-papa-benedetto-xvi-sull%C2%92africa-e-il-viaggio-in-camerun-e-in-angola/

 

UN FIUME DI PAROLE

SUL MONDO PASSA E VA…

 

Studiare teologia: perché? – Angelo Nocent

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Studiare teologia: perché?

Le voci degli studenti

Gli studenti della Facoltà teologica del Triveneto, degli Istituti superiori di scienze religiose e degli Istituti teologici in rete raccontano che cosa li spinge a studiare teologia e scienze religiose e che cosa si attendono per il loro futuro.
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Studiare teologia per me significa lasciarmi provocare e chiamare da un Dio vivo che si è fatto carne, da un mistero che mi chiama all’adesione non solo con la fede ma anche con la ragione, con tutto me stesso; significa rispondere al fascino di poter dire Dio (teo-logia) proprio perché e nella misura in cui Egli ha voluto dirsi a noi rivelandosi nel Figlio (cf. Gv 1,18). Questo studio mi sta formando non solo in ambito intellettuale, ma oserei direintegrale: è conoscenza che si completa nell’amore, altrimenti rimane sterile. In futuro mi piacerebbe spendere questa laurea a livello pastorale, o nell’insegnamento dell’Irc… chissà, magari continuerò gli studi!
Dario Zambrini
ciclo istituzionale di teologia
Tutto cominciò con la crisi di un’adolescente. Stancavo tutti con le mie domande su Dio e la fede ma solo dopo mesi ho ottenuto qualche risposta da una persona disponibile ma soprattutto molto preparata. Volevo studiare teologia per dare un fondamento alla mia fede e ho trovato molto di più: uno stile di vita. Dopo la laurea per tre anni ho insegnato religione in Polonia, il mio paese. Lo studio allarga le mie conoscenze e accresce lo stupore. Non risponde a tutte le domande ma dà gli strumenti per cercare. Voglio tornare a insegnare anche in Italia per essere vicino ai ragazzi quando porranno le loro domande.
Ela Rafalowska
biennio di specializzazione in teologia pastorale
Studiare scienze religiose oggi è, secondo me, una scelta che va controcorrente perché presuppone l’uscire da logiche economiche per tornare a investire nella persona e nella costruzione del mondo dal “di dentro”. Lo studio della teologia mi sta donando non solo un approfondimento della ricchezza della fede cristiana, ma anche una maggior comprensione dell’umano nelle sue molteplici sfaccettature. Spero che l’insegnamento diventi la mia professione e che tale formazione sfoci in un modo d’essere e di guardare al mondo che mi dia la possibilità di diventare una piccola risorsa per la comunità in cui vivo.
Michela Forlin
Issr di Belluno
Studiare all’Istituto di scienze religiose mi aiuta a vedere con occhi nuovi i contenuti della fede che professo e che cerco di trasmettere ai miei studenti. Studiare e insegnare (sono supplente): è un’esperienza faticosa ma molto gratificante che mi riempie di gioia, soprattutto quando i bambini mi dicono: «Maestro, religione è la nostra materia preferita!!». Oggi la nostra società è sempre meno religiosa, più interessata al benessere materiale rispetto a quello spirituale. Far comprendere il disegno d’amore che ci unisce è una sfida molto impegnativa che ogni cristiano dovrebbe testimoniare con la propria vita.
Andrea Zanotto
Issr di Vicenza
Perché è interessante occuparsi di teologia? Credo che la risposta possa essere data riprendendo una celebre massima di Socrate – una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta – che ben esprime l’attitudine umana a innamorarsi di ciò che tiene aperto l’orizzonte della vita e delle sue richieste più significative. Ed è proprio questo ciò che il Cssr si propone di fare: fornire gli strumenti adatti affinché l’uomo contemporaneo impari a conoscere e tradurre l’insegnamento biblico nel concreto dell’oggi. Studiare teologia, oltre a consentire una possibilità d’accesso all’insegnamento irc nelle scuole, contribuisce a far maturare la scienza umana in sapienza.
Eleonora Casagranda
Cssr di Trento
Nel leggere queste righe, gli amici iscritti ai primi anni potrebbero citarmi Gv 16,21: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza». Eppure, senza retorica alcuna, sento di poter definire i sei anni trascorsi come studenteun’esperienza d’amore! Siamo sinceri: inizialmente rimettersi sui banchi di scuola dopo la laurea non è stato facile. Progressivamente però ho avuto la consapevolezza della straordinaria e irripetibile possibilità che la Provvidenza mi offriva: lo studio della teologia mi ha fatto innamorare ancora di più del mio Signore, al quale il 24 maggio consacrerò la mia vita come presbitero e, ancora, mi ha fatto amare già da ora le persone alle quali il vescovo mi manderà come pastore, per le quali ho cercato di vivere con intensità la formazione. Sì, lasciarsi amare ed amare è possibile anche attraverso le pagine di un libro.
don Matteo Malosto
Studio teologico “San Zeno” di Verona
Sono una pubblicitaria e da diversi anni svolgo questa professione con mio marito. Il nostro mondo lavorativo ha una sua bellezza se osservato dal punto di vista artistico. Creazioni di manifesti, storie surreali o umoristiche che entrano poi a far parte della storia dei costumi. Però è anche un mondo illusorio, perché le esigenze di vendita propongono tecniche di persuasione che suscitano bisogni e inducono a soddisfarli. Questo percorso di studi mi ha stimolato a una visione pubblicitaria che vede mente e cuore strettamente connessi. Ecco, allora, che le idee creative perdono l’ipocrisia, acquisiscono un fondamento. Il pensiero si fa umile, quindi più diretto e incisivo. Se solo penso a quante frasi nel Vangelo potrebbero essere utilizzate come headline…!
Giovanna Azzola
Issr di Treviso-Vittorio Veneto
Per me studiare scienze religiose, materia spesso considerata astratta e avulsa dalla realtà, non solo si è rivelato utile a una comprensione meno superficiale della vita, ma mi ha fornito gli strumenti indispensabili, oggi più che mai, per orientarminei contesti più svariati del sapere e del saper vivere, dove non sempre è facile cogliere la Verità che, in un mondo sempre più laicista, spesso viene eclissata e in taluni casi sovvertita. Così, dal campo dell’educazionea quello bioetico, dalle scelte personali a quelle politiche civiche, le competenze che sto acquisendo, in relazione con il contesto storico-culturale-economico e politico, si sono rivelate la base indispensabile sulla quale costruire la mia vita alla luce della fede.
Leonardo Obbiso
Issr di Trieste
Scuola di teologia per laici

MEDICO – MALATTIA – MEDICINE – LUTTO – SALMI – Angelo Nocent

SIRACIDE – Capitolo 38

Medico e medicine

1 Onora il medico che ti ha preso in cura: la sua presenza è un dono che il Signore ti fa.

2 È Dio che dà al medico la capacità di guarire e perfino il re gli dà i suoi doni.

3 Il medico può anche essere fiero della sua scienza: anche i grandi lo ammirano.

4 Dalla terra il Signore fa spuntare erbe medicinali e chi ha buon senso non le rifiuta.

5 Dobbiamo riconoscere questa forza medicinale ricordando che un bastone ha reso dolce l’acqua del deserto.

6 Dio stesso ha dato l’intelligenza agli uomini perché gli diano gloria per le meraviglie che ha fatto:

7 con le erbe il medico cura e calma il dolore e il farmacista prepara le medicine;

8 così le opere di Dio non hanno mai fine e da lui gli uomini ricevono la salute.

La malattia

9 Figlio mio, se ti ammali non scoraggiarti, prega il Signore e ti guarirà;

10 evita il male e agisci in modo giusto e libera il tuo cuore da ogni peccato;

11 offri a Dio profumi e fior di farina perché si ricordi di te e fa’ un’offerta generosa, secondo le tue possibilità.

12 Poi chiama il medico, perché è un dono del Signore, tienlo vicino finché hai bisogno di lui.

13 In certi casi la tua guarigione è nelle mani dei medici:

14 anch’essi pregheranno il Signore che li aiuti ad alleviare il dolore, a guarirti e così salvarti la vita.

15 Ma chi rifiuta Dio, il suo Creatore, cadrà nelle mani del medico.

Il lutto

16 Figlio mio, se è morto qualcuno, piangi, mettiti a lutto e sfoga il tuo dolore; dagli sepoltura secondo le sue volontà e occupati anche della tua tomba.

17 Esprimi tutta la tua amarezza e il tuo intenso dolore, conserva il lutto come si conviene almeno un giorno o due per evitare critiche. Ma cerca di essere forte nel tuo dolore

18 Un lungo dolore provoca affanno e una profonda tristezza toglie le forze.

19 Ma anche la miseria provoca un lungo dolore, e una vita di stenti è addirittura insopportabile.

20 Tu però non abbandonarti alla tristezza, cerca di vincerla pensando al destino degli uomini

21 per non rovinare te stesso senza giovare a chi è morto: non dimenticare che dalla morte non si torna indietro.

22 Ricorda: «Il mio destino è uguale al tuo; oggi a me, domani a te».

23 Come il morto riposa, anche tu vivi tranquillo il suo ricordo; ora che il suo spirito è partito, trova conforto pensando a lui.

Davide sapeva che Dio lo avrebbe aiutato. Prese cinque pietre, prese la sua fionda e andò a combattere contro Golia.