REGOLA MONASTICA DI SANT’AGOSTINO – Angelo Nocent

Regola di S. Agostino vescovo di Ippona e dottore della Chiesa

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Cap. I.

1. Esortiamo voi che formate una comunità religiosa a mettere in pratica i seguenti precetti.

2. Prima di qualsiasi altra cosa, “vivete insieme in armonia tra di voi”, “come un anima sola e un cuore solo” camminando verso Dio. Non è forse per questo motivo che avete deciso di vivere insieme?

3. In mezzo a voi non ci sia alcuna questione di proprietà personale. Al contrario, siate attenti a mettere ogni cosa in comune. Il vostro superiore deve fare in modo che ogni persona sia provvista di cibo e vestiario. Non deve dare esattamente le stesse cose a ciascuno, perché non siete tutti ugualmente forti, ma ognuno deve ricevere ciò di cui personalmente ha bisogno. Infatti questo è quanto si legge negli Atti degli Apostoli: “Qualsiasi cosa possedessero veniva messa in comune e ciascuno riceveva secondo il suo bisogno”

4. Coloro che nel mondo avevano dei beni materiali, dal momento in cui entrano nella vita religiosa devono prontamente acconsentire a che diventino proprietà della comunità.

5. Coloro, invece che non avevano dei beni materiali, non devono cercare nella vita religiosa di avere quanto non potevano ottenere al di fuori di essa. Si deve avere riguardo, però, alla loro fragilità, provvedendo a ciò di cui hanno bisogno, anche qualora fossero stati talmente poveri in precedenza da non poter soddisfare neanche i bisogni fondamentali della vita. Essi, però, non devono considerarsi fortunati solo perché ora ricevono cibo e vestiti che, nel loro stato di vita precedente, non potevano procurarsi coi propri mezzi.

6. Non devono neanche darsi delle arie se ora si trovano in compagnia di persone che in precedenza non avrebbero osato avvicinare. I loro cuori devono cercare le cose più nobili, non le vane apparenze terrene. Se, nella vita religiosa, i ricchi diventassero umili e i poveri superbi, allora i monasteri sembrerebbero utili solo per i ricchi e non per i poveri.

7. D’altro canto, coloro che avrebbero potuto avere una posizione di rilievo nella società non guardino dall’alto in basso i propri fratelli che sono entrati nella comunità religiosa da una condizione di povertà-. Devono apprezzare di più la loro vita vissuta insieme ai fratelli poveri che non lo stato sociale dei loro ricchi genitori. Il fatto di aver messo alcuni dei loro beni materiali a disposizione della comunità no dà loro alcun motivo per avere un alto concetto di se stessi. Altrimenti le persone sarebbero più facilmente preda della superbia nel condividere le loro ricchezze con la comunità che se le avessero godute essi stessi nel mondo. Infatti mentre tutti i vizi si manifestano nel peccare, la superbia si infiltra anche nelle nostre opere buone, cercando perfino di distruggerle. A che serve distribuire i propri beni ai poveri e diventare povero, se l’abbandono delle ricchezze rende una persona più superba di quanto possedeva una fortuna?

8. Perciò, dovete tutti vivere insieme, “come un’anima sola e un cuore solo” e onorare Dio gli uni negli altri, perché “ciascuno di voi è divenuto suo tempio”.

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Cap. II.

1. “Perseverate fedelmente nella preghiera” nelle ore e nei momenti stabiliti.

2. Il luogo della preghiera non deve essere usato per alcun altro scopo a cui è destinato e da cui prende il nome. Perciò se qualcuno vuole recarvisi a pregare fuori dagli orari stabiliti, durante il suo tempo libero, deve essere in grado di poterlo fare senza essere ostacolato da altri che siano lì per tutt’altri motivi.

3. Quando pregate Dio con salmi e cantici, le parole pronunciate con le labbra devono essere vive anche nei vostri cuori.l

4. Quando cantate, attendetevi al testo scritto, e non cantate quanto non è destinato ad essere cantato.

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Cap. III.

1. Per quanto lo permette la vostra salute, tenete sotto controllo il vostro corpo con il digiuno e l’astinenza dal cibo e dalle bevande. Quelli che sono incapaci di digiunare l’intero giorno possono prendere qualche cosa da mangiare prima del pasto principale che ha luogo nel tardo pomeriggio. Possono farlo, però, solo intorno a mezzogiorno. I malati, invece, possono prendere qualcosa da mangiare a qualsiasi ora del giorno.

2. Dall’inizio fino alla fine del pasto ascoltate la consueta lettura senza far rumore o protestare contro le Scritture; perché non dovete solo soddisfare la vostra fame fisica, “ma anche desiderare ardemente la parola di Dio”.

3. Alcuni sono più deboli a causa del loro precedente tenore di vita. Se a tavola per loro viene fatta un’eccezione, quelli che sono più forti, perché provenienti da un diverso tenore di vita, non devono aversene a male né considerare la cosa come ingiusta. Non devono pensare che gli altri siano più fortunati perché ricevono un cibo migliore. Piuttosto siano felici di essere capaci di qualcosa che va al di là della forza degli altri.

4. Alcuni che, prima di entrare nella vita religiosa, erano abituati a vivere agiatamente, ricevono per questo motivo qualcosa di più riguardo al cibo e al vestiario: un letto migliore, forse, e più coperte. Gli altri che sono più forti, e perciò più felici, non ricevono tali cose. Ma prendete in considerazione le precedenti abitudini di vita dei ricchi, e tenete presente di quante cose devono ora fare a meno, sebbene non possano vivere così semplicemente come gli altri che sono fisicamente più forti. Non tutti devono desiderare di avere quel sovrapiù che alcuni ricevono, poiché se ciò avviene non è per privilegio ma per sollecitudine verso la persona. In caso contrario si insinuerebbe nella vita religiosa un disordine deplorevole, per cui i poveri conducono una vita facile mentre i ricchi sono costretti ad ogni sorta di sacrifici.

5. I malati ovviamente devono ricevere cibo adatto: altrimenti la loro malattia diventerà solo peggiore. Una volta che hanno superato la fase più acuta della loro malattia, devono essere ben curati, in modo da recuperare pienamente la salute il più velocemente possibile. E questo resta valido anche per coloro che in precedenza appartenevano alla classe sociale più povera. Durante la loro convalescenza devono ricevere le stesse cose a cui hanno bisogno i ricchi a causa del loro precedente tenore di vita. Però quando si sono completamente ripresi devono tornare a vivere come facevano prima, quando erano più felici perché i loro bisogni erano inferiori. Più uno stile di vita è semplice , più è adatto ai servi di Dio. Quando una persona malata si è rimessa in salute deve stare attenta a non diventare schiava dei propri desideri. Deve rinunciare ai privilegi accordati a causa della sua malattia. Quanti hanno la forza di condurre un’esistenza semplice devono considerare se stessi come le persone più ricche. Infratti è meglio essere capaci di star bene con poco che possedere in abbondanza.

Fatebenefratelli - 134 capitolo provinciale

Cap. IV.

1. Non attirate l’attenzione con il modo di vestire. Cercate di colpire con il vostro stile di vita, non con i vestiti

2. Quando uscite andate insieme a qualcun altro e rimanete insieme quando avete raggiunto la vostra destinazione.

3. Qualsiasi cosa stiate facendo, il vostro comportamento non deve in nessun modo offendere alcuno, ma deve piuttosto essere in armonia con la santità del vostro stile di vita.

4. Quando vedete una donna, non insistete provocatoriamente a guardarla. Naturalmente nessuno può proibire di vedere donne quando uscite, ma è sbagliato desiderare una donna o volere che essa ci desideri. Il desiderio tra l’uomo e la donna, infatti, viene risvegliato non solo da abbracci affettuosi, ma anche dagli sguardi. Non potete dire che il vostro atteggiamento interiore è buono se con i vostri occhi desiderate di possedere una donna, perché l’occhio è il messaggero del cuore. E se le persone permettono alle loro intenzioni impure di apparire, quantunque senza parole ma solo col guardarsi l’un l’altro e trovano piacere nella passione reciproca, benchè non nelle braccia l’uno dell’altro, non possiamo più parlare di vera castità che è precisamente quella del cuore. 5. Inoltre, se una persona non può tenere i suoi occhi lontano da una donna e gioisce nell’attrarre la sua attenzione, non deve credere che gli altri non se ne accorgano. Se ne accorgono sì, e lo notano anche quelle persone che uno non si immaginerebbe neppure. Ma anche se fosse veramente rimasto nascosto, e non visto dagli uomini, non verrà visto da Dio che scruta il cuore di ogni uomo e al quale niente è nascosto? O dobbiamo pensare che “Dio non lo vede”, proprio perché, come la sua sapienza è molto al di là della nostra, così è anche pronto ad essere straordinariamente paziente con noi? Un religioso deve avere paura “di offendere il Dio dell’amore”; per riguardo a questo amore deve essere pronto ad abbandonare un amore peccaminoso per una donna. Chiunque si ricorda che Dio vede tutte le cose non desidererà di guardare una donna con desiderio peccaminoso. Perché, precisamente su questo punto, il testo della Scritture: “Il Signore ha in abominio un occhio avido”, ci invita ad avere timore di lui.

6. Perciò in chiesa o in qualsiasi altro posto vi troviate in compagnia di donne, dovete considerarvi responsabili della castità l’uno dell’altro. Allora “Dio che abita in voi” veglierà su di voi attraverso la vostra reciproca responsabilità.

7. Se notate in un fratello questo sguardo provocante di cui ho parlato, avvisatelo immediatamente in modo che il male, che ha posto le radici, non peggiori, così che possa prontamente migliorare il suo comportamento.

8. Se dopo questa ammonizione lo vedete fare di nuovo la stessa cosa, chiunque se ne accorge deve considerarlo come una persona malata, bisognosa di cure. In tal caso nessuno più è libero di essere silenzioso. Prima informate della situazione uno o altri due in modo che insieme ad altri due o tre possiate essere in grado di convincerlo della sua colpa e richiamarlo all’ordine con la dovuta fermezza. Non pensate di star agendo con malizia nel fare così. Al contrario, sareste colpevoli se con il vostro silenzio permetteste ai vostri fratelli di andare in rovina, quando parlando potreste porli sulla strada giusta. Immaginate, per esempio, che un vostro fratello avesse avuto una ferita fisica che voleva nascondere per paura di sottoporsi ad un trattamento medico. Non saremmo senza cuore se non dicessimo nulla al riguardo? E non sarebbe piuttosto un atto di pietà da parte nostra il farlo sapere? Quanto più grande è, dunque, il nostro obbligo di rendere nota la condizione di un nostro fratello così da impedirle al male di crescere nel suo cuore, il che è di gran lunga peggiore di una ferita fisica!

9. Se non vuole ascoltare il vostro avvertimento, prima avvisate il superiore in modo che lui e il fratello possano parlare del problema privatamente, e in questo modo altri non avranno bisogno di venirne a conoscenza o di essere coinvolti. Se è ancora riluttante ad ascoltare, allora potete chiamare altri per convincerlo della sua colpa. Se persiste ancore nel negare, allora senza che lui lo sappia, bisogna che altri ne siano coinvolti, in modo che ” le sue colpe possano essergli indicate da più di un solo testimone alla presenza di tutti”, poiché la parola di due o tre testimoni è più convincente di quella di uno.

10. Ciò che ho detto circa il guardare una donna libidinosamente vale anche per gli altri peccati. Nello scoprire, respingere, portare alla luce, provare e punire tutte le altre colpe, dovete seguire fedelmente e diligentemente la procedura su esposta, sempre con amore per le persone, ma con avversione per le loro colpe.

11. Se un fratello confessa apertamente di essere andato così lontano nella strada sbagliata da ricevere segretamente lettere o regali da una donna, dobbiamo trattenerlo gentilmente e pregare per lui. Ma se viene scoperto e provato colpevole, deve essere severamente punito secondo il giudizio del sacerdote o del superiore

Sant'Agostino - La regola

Cap.V.

1. I vostri indumenti devono essere curati in comune da uno o più fratelli, che devono provvedere ad arieggiarli e a tenerli liberi dalle tarme. Come il cibo che mangiate viene preparato in una sola cucina, così gli indumenti che indossate devono provenire da un solo guardaroba. E, per quanto possibile, non deve importarvi molto di quali indumenti estivi o invernali riceverete. Non fa alcuna differenza se riavete gli stessi indumenti che avevate consegnato o qualcosa che è stato indossato da un altro, “purché a nessuno venga negato ciò di cui ha bisogno”. Se ciò provoca gelosie o lagnanze, oppure se le persone cominciano a protestare che gli indumenti che ora hanno non sono buoni come quelli che avevano prima, oppure se pensano che non è degno di loro indossare indumenti che siano stati in precedenza indossati da altri, ciò non vi dice nulla? Se il problema esteriore degli indumenti diventa una causa di discordia, ciò non prova forse che interiormente, nell’atteggiamento del vostro cuore, c’è qualcosa che deplorevolmente manca? Ma se siete incapaci di agire così e la vostra debolezza è presa in considerazione in modo che vi venga permesso di ricevere di nuovo gli stessi indumenti che avevate consegnato, anche in tal caso depositateli tutti nell’unico luogo dove saranno curati da coloro che hanno tale compito.

2. La prima preoccupazione è che nessuno cerchi il proprio vantaggio nel suo lavoro. Qualsiasi cosa facciate, dovete farla per il servizio della comunità, e dovete lavorare con più zelo e più entusiasmo che se ogni persona stesse semplicemente lavorando per se stessa e per i propri interessi. Infatti dell’amore è scritto che “non è egoista”; ciò significa che l’amore pone gli interessi della comunità prima del vantaggio personale, e non viceversa. Perciò, il grado con cui siete preoccupati per gli interessi della comunità, piuttosto che per quelli propri, è il criterio con il quale potete giudicare quanto progresso avete fatto. In questo modo in tutte le passeggere necessità della vita umana “qualcosa di sublime, di permanente rivela se stesso, cioè l’amore”.

3. Da quanto detto segue che un religioso che riceve degli indumenti o altri oggetti utili dai suoi genitori o parenti non può tenerseli tranquillamente per sé. Deve metterli a disposizione del superiore. “Una volta che sono diventati proprietà della comunità”, spetta al superiore di vedere che tali oggetti trovino la loro strada “per giungere nelle mani di coloro che ne hanno più bisogno”.

4. Quando volete lavare i vostri indumenti o volete farli pulire in una lavanderia, fatelo consultando il superiore per paura che un desiderio esagerato di indumenti puliti macchi il vostro carattere.

5. Poiché i bagni pubblici possono essere necessari alla buona salute, la possibilità di recarsi ai bagni pubblici non deve essere mai rifiutata. Su questo punto seguite il parere del medico senza brontolare. Anche se una persona è riluttante, deve fare quanto deve essere fatto per il bene della sua salute e, se necessario, su comando del superiore. Ma se qualcuno vuole andare ai bagni pubblici solo perché gli piace, mentre non sono veramente necessari, deve imparare a rinunciare ai suoi desideri. Perché ciò che piace ad una persona potrebbe non essere sempre un bene per lui. Potrebbe anche essere dannoso.

6. In ogni caso, se un fratello dice di non sentirsi bene, anche se non è apertamente malato, gli si creda senza esitazione. Ma se non siete sicuri che il trattamento che desidera avere sarà benefico per lui, consultate un medico.

7. Fate in modo di essere sempre in due o più quando vi recate ai bagni pubblici. Veramente questo vale dovunque andiate. E non tocca a voi scegliere le persone con cui dovrete andare; dovete lasciarlo decidere al superiore.

8. La comunità deve incaricare qualcuno per la cura dei malati. Contemporaneamente questa persona deve prendersi cura dei convalescenti e di quelli che si sentono deboli benché non abbiano la febbre. L’infermiere può prendere dalla cucina qualsiasi cosa giudichi lui stesso necessario.

9. Quelli che sono responsabili del cibo, degli indumenti e dei libri, devono servire i loro fratelli senza borbottare.

10. I libri saranno disponibili ogni giorno all’orario stabilito e non in qualsiasi altro momento.

11. Il responsabile degli indumenti e delle scarpe non deve indugiare nel darli a coloro che ne hanno bisogno.

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Cap. VI.

1. Non litigate. Ma se vi capita, ponetevi fine il più velocemente possibile. Altrimenti un momento isolato di rabbia cresce in odio e “una pagliuzza diventa una trave”, e fate del vostro cuore la tana di un assassino. Infatti leggiamo nelle Scritture: “Chiunque odia suo fratello è un assassino”.

2. Se avete offeso una persona maltrattandola o maledicendola, oppure insultandola volgarmente, siate premurosi nel fare ammenda per il danno che avete fatto, chiedendo scusa alla persona il più velocemente possibile. E colui che è stato offeso deve essere pronto, a sua volta, a perdonarvi senza discutere. Fratelli che si siano offesi l’un l’altro devono “perdonarsi l’un l’altro le offese”; se mancare di fare questo, la vostra preghiera del Padre Nostro diventa una menzogna. Infatti più voi pregate, più la vostre preghiere devono essere sincere. E’ meglio avere a che fare con una persona che, benché facile all’ira, immediatamente cerca la riconciliazione, quando si rende conto di essere stata ingiusta verso un’altra, piuttosto che con una persona meno facile ad inquietarsi, ma anche meno incline a chiedere perdono. Ma per una persona “che non vuole mai chiedere perdono o che manca di farlo col cuore” non può esserci posto in una comunità religiosa, anche se non viene mandata via. Siate cauti con le parole forti. Nel caso vi sfuggissero, non abbiate paura di dire, con la stessa bocca che causò la ferita, la parola che guarisce.

3. Di tanto in tanto la necessità di mantenere l’ordine potrebbe spingervi ad usare parole dure con i giovani, che non hanno ancora raggiunto la maturità dell’adulto, per tenerli in riga. In tal caso non siete obbligati a scusarvi, anche se voi stessi vi rendete conto di aver esagerato. Se, infatti, siete troppo umili e remissivi nella vostra condotta verso questi giovani,allora la vostra autorità, che essi devono essere pronti ad accettare, viene minata. In tali casi infatti dovreste chiedere perdono al Signore di tutti, il quale sa con quale profondo affetto amiate i vostri fratelli, anche quelli che forse vi è accaduto di aver ripreso con eccessiva severità. Non permettete che il vostro amore reciproco rimanga impigliato nell’egoismo; piuttosto, tale amore deve essere guidato dallo Spirito.

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Cap. VII.

1. “Obbedite al vostro superiore” come ad un padre, ma esprimetegli anche il dovuto rispetto in considerazione del suo ufficio, altrimenti in lui offendete Dio. Questo è ancora più vero riguardo al sacerdote che porta la responsabilità di tutti voi.

2. Spetta prima di tutto al superiore fare attenzione che tutto ciò che qui è stato detto sia messo in pratica e che le infrazioni non siano spensieratamente trascurate, ma vengano riprese e corrette. Se qualcosa va oltre la sua competenza e la sua forza, deve rimettere la questione al sacerdote, la cui autorità per certi aspetti è superiore alla sua.

3. Il vostro superiore non deve considerare se stesso fortunato “per il fatto di poter esercitare il dominio su di voi”, ma per “l’amore con cui dovrà servirvi”. A causa della vostra stima nei suoi confronti egli sarà superiore a voi; a causa della sua responsabilità, nei confronti di Dio, egli si renderà conto che è l’ultimo di tutti i fratelli. “Mostri se stesso come esempio a tutti nelle buone opere”; “deve riprendere coloro che trascurano il proprio lavoro, dare coraggio a quelli che sono scoraggiati, sostenere i deboli ad essere paziente con tutti”. Deve osservare lui stesso le norme della comunità e così guidare gli altri a rispettarle. Si sforzi di essere amato da voi piuttosto che temuto, benché sia l’amore che il timore siano entrambi necessari. Deve sempre ricordarsi di “essere responsabile di voi davanti a Dio”.

4. Perciò con la vostra obbedienza pronta e affettuosa voi non solo “mostrate compassione verso voi stessi”, ma anche verso il vostro superiore. Perché vale anche per voi che più è alta la posizione che una persona occupa, tanto più grande è il pericolo in cui si trova.

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Cap. VIII.

1. Possa il Signore concedervi, pieni di “vivo desiderio per la bellezza spirituale”, di osservare amorosamente tutto ciò che qui è stato scritto. Vivete in modo tale da propagare “il profumo di Cristo che dà vita”. “Non siate oppressi come schiavi che si affaticano sotto la legge, ma vivete come uomini liberi sotto la grazia”.

2. Questo libretto vi deve essere letto una volta la settimana. “Come in uno specchio sarete capaci di vedere in esso se c’è qualcosa che state trascurando”. Se scoprite che le vostre azioni si accordano con quanto qui è scritto, ringraziate il Signore che è il datore di ogni bene. Se invece qualcuno si accorge di aver mancato in qualche aspetto, sia dispiaciuto per quanto è accaduto nel passato e stia in guardia per quello che il futuro riserverà. Sia questa la sua preghiera: “Rimettimi i miei debiti e non mi indurre in tentazione“.

San Giovanni di Dio e discepoli

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IL “CONVENTO-OSPEDALE” NATO COME UN AVAMPOSTO MA SU DI UN PRESUPPOSTO – Angelo Nocent

Hospital de San Juan de Dios, Granada Ospedale e Chiesa - 06

IL “CONVENTO-OSPEDALE” NATO COME UN AVAMPOSTO MA SU DI UN PRESUPPOSTO

di Angelo Nocent

Aggiornato di recente1394.jpgE’ un chiodo fisso, me ne rendo conto. E chi non ne ha?  Ma se repetita juvant, perché non insistere? Sono il primo a credere che le idee patiscono l’usura del tempo; ma se a dar man forte è la Parola di Dio, ossia il suo Spirito, ogni spunto può portare a nuove riflessioni e a quel discernimento che produce la trasfigurazione prima di noi stessi e di conseguenza delle opere, frutto del nostro lavoro. E poi, se la casa brucia (rischio di estinzione!), sta bene gridare al fuoco ! ma sembra utile anche portare acqua nel tentativo di contenere la devastazone.

Beti Martiri spagnoli dei FatebenefratelliSono convinto che il paventato pericolo non succederà (anche se è successo ancora), proprio per l’intercessione dei tanti santi e martiri che già sono passati per la prova, lungo i secoli. Ciò non tolglie che stare con le mani in mano ad aspettare la luna piena, è molto rischioso.

Questa notte ho sentito alla radio parlare dei beati martiri Fatebenefratelli di Spagna. Che coraggio! Hanno dato la vita non per un’dea, per quanto bellissima, ma per una Persona: Gesù di Nazareth il Crocifisso-Risorto. Dunque, per amore, solo per amore.

http://laporta.altervista.org/martiri-fatebenefratelli-di-spagna/

Esportazioni2

Una proposta audace. Perfino scoraggiante. Ma ai giovani non ha mai fatto paura perché essi VOGLIONO EROISMO.

Ho ripescato una riflessione di qualche tempo fa, sulla quale ogni tanto ritorno a ragionarci sopra. Nessuna pretesa che venga condivisa ma, pensando a quei MARTIRI…e a quel grande PRO/VOCATORE

FRA LUCA BEATO - DIMENSIONE O18Da religiosi e laici pensanti, per chi ci sta, proviamo a riprendre il cammino sugli impervi sentieri della riflessione. Perché ci sono aspetti dell’hospitalitas originaria che sono rimasti in ombra ed è come mettersi alla ricerca di pepite d’oro depositate nel letto del fiume sorgivo di Granada che bagna ormai, per grazia di Dio, i cinque continenti. Un guardare indietro per meglio proiettarci in avanti e sempre pronti al confronto. Con una  consapevolezza di fondo: che “siamo tutti dei guaritori che possono estendersi per offrire salute e siamo tutti pazienti in costante bisogno di cure”. (Henri J.M.Nouwen).

Nella relazione sui vent’anni di Exodu, il fondatore Don Antonio Mazzi, parlando ai laici suoi collaboratori, per farli corresponsabili, senza tanti preamboli, così esordiva: “Noi siamo nati come un avamposto, non siamo nati come un posto, né come un posto di lavoro, né come un posto dove fermarsi e metter giù le tende. Noi siamo nati per camminare, non siamo nati per stare fermi. Lo dico perché ho l’impressione che qualcuno si sia seduto, o meglio che sia più facile sedersi che camminare.

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Fatebenefratelli - Isola Tiberina 02Alle spalle dei Fatebenefratelli, anch’essi nati come un avamposto, per via di quell’infaticabile e stupefacente “Mendigo de Granada”, ci sono cinque secoli di alti e bassi. I nostri son tempi di magra perché l’ambiguità è in ogni settore: talora si presenta sulla scena in giacca e cravatta ma sa fare le sue comparse anche vestita di saio.

Nello specifico, si tratta di reinterpretare, da sottomessi, il carisma tramandato, in funzione di nuovi bisogni della Chiesa, della Società e di una mutata situazione culturale. Se è vero che un carisma non è dato ma affidatonon appartiene alla persona o al gruppo che lo riceve ma alla Chiesa, cioè al Popolo di Dio tutto intero, trovo anacronistico oggi che ci si  muova in totale autonomia, ad esempio, senza interpellare e far partecipi della ri-fondazione almeno i Vescovi delle Chiese locali in cui si opera. E’ possibile che non abbiano nulla da dire e da dare?

Ancora Don Mazzi: “Noi siamo necessari tanto in quanto apriamo una pista, tanto in quanto apriamo delle suggestioni, tanto in quanto siamo sui problemi al momento giusto. Questa è la nostra caratteristica, la nostra identità. Quando ci fermiamo, ci perdiamo. Quando diventiamo un posto, non siamo più noi stessi. La sua non è che la sintesi verbale dell’operato dei nostri pionieri: Giovanni di Dio, Alfieri, Menni, Magallon, Valdés, Kugler, Pampuri… 

san riccardo pampuri 02Sì, San Riccardo, la figura più attuale ma stranamente surgelata nel  cliché di bravo ragazzo che non ha fatto nulla di speciale, quando invece ha incarnato più vocazioni, lasciando impronte significative in università, sul fronte, nel socio-sanitario di allora, nella Chiesa locale, lavorando tra i giovani, per le missioni, l’Azione Cattolica… e trascinando questo bagaglio di esperienze in convento. Prototipo, non sufficientemente capito, di un nuovo modo di essere frate oggi.

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La domanda che da tempo mi ronza nel cervello è questa: a quanti degli operatori sanitari laici interessa davvero la svolta ormai compiuta dal Capitolo Generale straordinario tenutosi a Guadalajara nel Novembre 2009 ed orientato verso la Famiglia Ospedaliera? Un anticipo di risposta  viene da “L’isola della salute”, bimestrale della Curia Generalizia. Nel  numero di dicembre 2009 è stata intervistata Rina Monteverdi, Coordinatrice della Pastorale della Salute della Provincia religiosa Lombardo-Veneta e Consigliera Generale di lingua italiana.

Rina MonteverdiAlla domanda: “Come vede il futuro dei laici nella missione ospedaliera dei Fatebenefratelli?, ha fornito con piena onestà una risposta non sorprendente ma amara:

“Anche noi laici siamo in una fase di riflessione: in questi ultimi 30 anni siamo stati coinvolti nella missione dell’Ordine più che altro a livello ideale, affettivo; adesso, invece, mi sembra di cogliere una richiesta ulteriore: che noi laici diventiamo sempre più attivi, operativi e responsabili nella condivisione della missione ospedaliera all’interno delle opere dei Fatebenefratelli”. Il suo dire mi rimanda a una sorprendente pagina del Vangelo: Verso le cinque, quando ormai l’ora del tramonto è vicina, il padrone passa un’ultima volta per la piazza e trova ancora degli uomini che se ne stanno lì, delusi e scoraggiati: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”.

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Mi hanno colpito molto le parole Del Card. Francesco Montenegro rivolte ai laici. Leggo su FATEBENEFRATELLI (Aprile/Giugno 2017): “In una realtà come quella della Provincia Lombardo-Veneta dove sono presenti 39 religiosi (meno 1 deceduto di recente) e 2200 dipendenti diventa ancora più importante parlare al LAICATO. Se la laicità è una ricchezza – scrive il Card. Francesco Montenegro – siete il respiro di Dio come sosteneva Giovanni Paolo II. Siete MAGGIORANZA. Quando si farà il passaggio da collaboratori a CORRESPONSABILI” ?

Montengro ha ribadito che la PASTORALE DELLA SALUTE NON PUO’ NON INTEGRARSI CON IL TERRITORIO.

Sapete quante famiglie arrabbiate con Dio per la malattia non entrano mai in chiesa ma vi incontrano nella quotidianità? IL TERRITORIO E’ LA SFIDA. Se c’è una cosa che non si può delegare è l’amore.

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Il servizio ai POVERI si può fare, si deve fare. Le periferie dei nostri FRATELLI A LETTO sono segni Pasquali. E se la Chiesa non si accorge di questo…VOI SIETE UNA RICCHEZZA NELLA CHIESA: sperimentate la bellezza di vivere una liturgia dove l’uomo è al centro senza chiedere il permesso.

Probabilmente anche i laici in questione non sono stati presi in seria considerazione. Gesù taglia corto:Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna.” (Mt 20, 1-16). Ciò significa che per lavorare nella Vigna del Signore non è mai troppo tardi. Epperò servirebbe un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie che potrebbero celare anche una forte resistenza al coinvolgimento, indubbiamente impegnativo.

Fatebenefratelli - Isola Tiberina - San giovanni Calibita 02Mi chiedo se oggi sia realisticamente possibile pensare di colmare un trentennio di letargico torpore (presente anche nei convegni) proponendo  un elenco di quesiti elaborati durante il Consiglio Generale Allargato, come si è prospettata di fare la Coordinatrice Pastorale intervistata. Sarebbero operazioni di facciata.

Forse bisognerebbe trovare il coraggio di parlare il linguaggio di Don Mazzi, non più giovanotto, ma da sempre in prima linea, che è posizione scomoda:

SANREMO: MORGAN, NON SONO MOSTRO CHE FA APOLOGIA DROGANon ha senso andare negli avamposti come dei pazzi o degli svampiti. Se vogliamo essere persone di avamposto, persone sui bisogni, dobbiamo riflettere, leggere, istruirci. Ho invece l’impressione che alcuni di noi siano analfabeti, non abbiano mai preso in mano un libro…Non possiamo rischiare di essere in frontiera, se non abbiamo dietro una batteria culturale e contemplativa sufficiente per camminare. E la contemplazione è qualcosa in più della cultura…

Mi pare, ad esempio, che proprio in nome dell’avamposto c’è bisogno di riqualificare alcune nostre strutture, di inventarne delle altre, ma soprattutto c’è bisogno che ci riqualifichimo noi… ”.

Con la sua  diagnosi spietata, il prete di Exodus, che sa dire amorevolmente ai suoi cose sgradevoli, indirettamente ci fa la carità di metterci con le spalle al muro, giacché, per un verso o per l’altro, non possiamo non sentirci toccati sul vivo dal suo argomentare. Spero che nessuno si senta particolarmente offeso o risentito ma almeno provocato, questo sì. Vorrebbe dire che è in azione la Grazia.

Quando è uscito il saggio di Pierre Riches “Note di catechismo per ignonati colti” (Mondadori 1982), con il suo parlar dimesso, mite, ma a tratti subitamente inquietante, l’Autore ha aiutato molti credenti e non, a chiarirsi le idee, a costruirsi una “visione del mondo”. Perché di questo c’è bisogno.  La sera prima del suo battesimo (aveva 23 anni), il suo padrino gli chiese: “Ma ci credi davvero?” Rispose: “Se non è vero, è così ben trovato…”. E negli anni successivi aggiunse: “Fino ad oggi non saprei dire se è vero, ma non ho trovato nulla di “meglio trovato”, neanche in Buddha”.

A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che la ripetuta convocazione dei fedeli laici anche da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Questa situazione va superata. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per nome. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa.

Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari. “Attivi, operativi, responsabili…” Sono pii desideri. Ma se non si prende coscienza che è lo Spirito a suggerire i percorsi e le scelte, attraverso la Parola instancabilmente interpellata, si finisce nel vicolo cieco. Per stare insieme bisogna credere. Forse ha ragione Oscar Wilde: “l’uomo può credere all’impossibile, non crederà mai all’improbabile”. Dunque, fede e ragione.

Il binomio inseparabile

Fatebenefratelli - Isola Tiberina 011-Melograno 12La neonata “FMIGLIA OSPEDALIERA” in realtà ha origini remote. Dal primo melograno fiorito a Granada, sinonimo da millenni della fertilità per tutte le culture che si sono lasciate sedurre dai suoi frutti, ricchi di semi di accattivante colore rosso, espressione dell’esuberanza della vita, la “piantumazione” non si è mai arrestata, sconfinando in tutti i continenti. L’ultima, ormai costituita in Provincia, è quella Africana – erezione canonica 17 Agosto 2007 – guidata da Fra’ Roberth Chakana e posta sotto la protezione di Sant’Agostino, l’africano vescovo d’Ippona, città oggi in Algeria.

Una scelta ovvia, naturalmente. Ma forse si va dimenticando che la Chiesa, sapientemente e non a caso, ha dato al nascente Ordine ospedaliero dei Fratelli di San Giovanni di Dio quel sostegno che lo ha tenuto in vita fino ai giorni nostri e che essi hanno affettuosamente sempre chiamato “Regola del nostro santo padre Agostino, vescovo d’Ippona e dottore della Chiesa”. Di questa consegna preziosa, sentita come paternità, ogni convento-ospedale ha mantenuto per secoli anche un impegno formale: leggerla a pranzo e a cena il venerdì di ogni settimana.

Fatebenefratelli - Approvazione Ordine

A guardar bene, Giovanni di Dio e Agostino sono il presupposto per essere un avamposto.  Con la Bolla Licet ex debito del 1 gennaio 1572 il Sommo Pontefice San Pio V non intendeva tanto e solo sottoporre il nuovo Ordine religioso alla Regola, intesa quale codice di norme comportamentali,  quanto piuttosto innestarvi in esso il cuore del padre della Chiesa più caro ed attuale che l’aveva elaborata e vissuta attingendo alle Sacre Scritture, suo nutrimento quotidiano, pane spezzato e da lui  condiviso con i monaci dell’Oratorium suoi fratelli. A colui che nell’atto della professione religiosa ne prometteva osservanza, è come se il Papa di Roma in persona dicesse: “In SAN GIOVANNI DI DIO vedi la carità con gli occhi; in SANT’AGOSTINO la senti con la mente ed il cuore. Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

Questo inscindibile binomio, oggi mi pare intaccato. Si punta sul FARE di San Giovanni di Dio, fede incarnata, concreta, tattile e meno sull’ESSEREche è un farsi attraverso quella Parola che non solo viene dall’Alto ma è calibrata per ciascuno. Agostino è propedeutico all’azione. Benedetto XVI ha detto che “ la conoscenza esatta e affettuosa della vita di S. Agostino, suscita la sete di Dio, il fascino di Cristo, l’amore alla sapienza e alla verità, il bisogno della grazia, della preghiera, della virtù, della carità fraterna, l’anelito dell’eternità beata”. Ed ha ricordato anche suoi altri grandi meriti da tesorizzare: “S. Agostino insegna a cercare con coraggio, con fatica, con perseveranza, la verità. Bisogna cercarla con umiltà, disinteresse, diligenza, superare le difficoltà, sciogliere i dubbi, andare a fondo, perché la verità divina apre il cuore, apre la mente, illumina l’uomo”. Ed il Card. Martini,  mandato dal Papa a portare questo suo messaggio sulla sua tomba a Pavia, alla domanda “Ma cosa vuol dire per noi questa ricerca della verità?”, risponde che vuol dire innanzitutto sapere che di questa ricerca della verità siamo ancora molto indietro, conosciamo poco la dottrina di Cristo, conosciamo poco la Sacra Scrittura, abbiamo bisogno di catechesi, ossia di una conoscenza ragionata e approfondita della verità di Dio. Il motivo è che essa ci fa conoscere profondamente la verità di noi stessi.

Ripetendo la dottrina di S. Agostino, Papa Benedetto afferma che l’uomo non si capisce, non intende se stesso, se non in ordine a Dio. Ma l’uomo capisce Dio, lo intuisce, lo comprende, impara a rientrare in se stesso, nel silenzio, nei momenti di meditazione. Così l’uomo sempre più intuisce la luce di Dio che è dentro di lui, capisce Dio e comprende sé stesso. Ecco spiegato il senso del Convento-Ospedale, realtà attualissima di cui anche i laici devono rendersene conto, appropriandosi di questa ricchezza tramandata dalla tradizione. Guai se la sentissero come un ballzello di cui sbarazzarsene.

In una sola riga del prologo della  Regola, Agostino sintetizzata la spiritualità che sarà di Giovanni di Dio e dei suoi discepoli, religiosi o laici: ”Fratelli carissimi, si ami anzitutto Dio e quindi il prossimo, perché sono questi i precetti che ci vennero dati come fondamentali”.

Il Convento-Ospedale regge su questi muri maestri che il Vescovo d’Ippona , uomo di preghiera, dottore della Grazia, della Libertà, della Carità, dell’Umiltà, ha posto a fondamento del vivere, non da uomo astratto, sognatore, ma da credente e pensante. Egli giunge alla fede dopo un lungo travaglio. Non un’astrazione filosofica lo ha cambiato, non un ragionamento o un sillogismo. Ha creduto  nella “carne” del Figlio dell’Eterno Amore che, nel Suo infinito, potendo dirSi totalmente, si è detto nel Logos, in quel suo Verbo donato e perciò stesso uguale al Donatore, dunque “della stessa sostanza del Padre”, come noi crediamo.

“Perché avete paura ?”

Agostino nella sua predicazione non si stancherà di ripetere le parole di Gesù; ma a partire da un fatto: “Questa è la fede dei cristiani, la resurrezione di Cristo” (Ps 120,6). E il suo convincimento lo spiega appassionatamente in tanti modi:“Perdidit enim Christum fructum passionis, si non est veritas risurrectionis / Se Cristo non è veramente risorto, non ha alcuna efficacia la sua passione, la sua croce”. In un’omelia del mercoledì della settimana dopo Pasqua, nel suo argomentare sul brano del vangelo di Luca 24, 44-49, il vescovo ci fornisce la chiave interpretativa per capire san Giovanni di Dio. In aperta polemica con gli gnostici, dopo aver detto che anche i discepoli non riconobbero che Gesù era proprio Lui ma credettero che fosse spirito, al suo uditorio spiega: “Dominum audi; / Ascolta invece cosa dice il Signore: / Quid turbati estis et quare cogitationes ascendunt in cor vestrum?” / Perchè avete paura, e perché sorgono questi pensieri dal vostro cuore?”.

Croce - cuoreNel suo discorso che qui ho dovuto frammentare, Agostino evidenzia che la fede non nasce da noi, la fede non sorge come un pensiero che proviene dalla mente. “…In cor vestrum descendit fides/..Nel vostro cuore è discesa la fede”. Come dire che il cuore, l’uomo interiore, è essenziale alla fede, ma la fede non è prodotta dal cuore. La fede è accolta dal cuore, è riconosciuta dal cuore, ma non proviene dal cuore umano. Altrimenti sarebbe un’illusione, non fede.

La fede discende dal cuore “quia desuper est / perché [la fede] viene dall’alto”. Ma il Pastore non si tira indietro e risponde alla domanda su come la fede discenda dall’alto nel cuore: “Videte manus meas et pedes meos”. / “Guardate le mie mani a i miei piedi”.

san-giovanni-di-dio-e-il-crocifisso-ovaleIn quel videte c’è un incontro dal quale nasce la fede. E poiché capisce le resistenze umane, aggiunge: “Si parum est videre, / E se vi sembra poco vedere, / palpate; / toccate; / non credite oculis, credite manibus / Non credete agli occhi? Credete alle mani”. Più concreto di così, si muore. Più reale di così, più capace di valorizzare i sensi di così, non saprei!

Ma Agostino si fa ancora più incalzante ed aggiunge: non solo si è fatto vedere, non solo si è lasciato toccare, ma ha mangiato con loro: “[…] Manducavit, et ipse erat. / […] Mangiò ed era proprio Lui”. “Ipse erat / Era lui stesso”:  nel suo corpo trasfigurato dalla potenza della resurrezione, senza la debolezza di prima; “Ipse qui visus est et suspensus / Lo stesso che fu visto sospeso alla croce”.

Il santo Vescovo non intende eludere la seconda domanda che legge negli occhi degli uditori e la introduce lui stesso. Loro hanno visto, loro hanno toccato, loro hanno mangiato con il Signore dopo la risurrezione. E noi che non abbiamo visto il Signore risorto? Noi che non abbiamo avuto la fortuna di toccare le sue piaghe gloriose come Tommaso? Noi che non abbiamo mangiato e bevuto con lui, come attesta san Pietro? Così, già nel primo accenno di risposta, ancora una volta non esclude il vedere: “[…] Audi et vide / […] Ascolta e guarda”. E’ il corrispettivo di “Fides ex auditu” di cui scrive Paolo in Rom 10, 17. Per noi la fede nasce dall’ascoltare. Per Paolo l’ascoltare non è disgiunto dal guardare: la fede nasce da un incontro con chi già vive della grazia della fede e ne ascolta la sua testimonianza: “ex auditu”.

Sant'Agostino - La regolaL’infuocato Agostino attinge a tutte le sue risorse di mente e di cuore per farsi capire: “Audi predica, vide completa / Ascolta ciò che è stato promesso,  guarda quello che è già attuato / […] caput Ecclesiae erat, quod se vivum, verum, integrum, certum persuadebat / […] era il capo della Chiesa colui che persuadeva i suoi di essere vivo, reale, integro, certo / et ad finem credentium perducebat / e così [facendosi vedere e toccare] li conduceva alla fede di coloro che credono”. Ed amorevolmente aggiunge: tu che non hai visto il Signore risorto, tu che non hai toccato il Signore risorto, tu “[…] audi verba, cerne facta / […] ascolta le parole [ascolta la Tradizione della Chiesa che ti dice che è risorto], guarda con intelligenza i fatti. Guarda quello che Lui risorto opera nel presente. Il guardare con intelligenza è essenziale alla fede. Quella del cristiano non è una fede cieca. E’ pienamente ragionevole e pienamente libera. Ascolta la sua promessa, guarda il suo compiersi: “veritas plena, fides certa / la promessa è stata verificata completamente, la fede è certa”.

Poi Agostino finisce per domandarsi che cosa distingua coloro che credono da coloro che non credono e così risponde anche alle inquietudini delle donne e degli uomini del nostro tempo: “[…] Gratia Domini fecit separationem / […] La grazia del Signore ha fatto la distinzione”. La cosa che ti distingue è l’aver ricevuto, senza alcun merito, un dono gratuito che l’altro non ha ricevuto: la grazia del Signore.

Il discorso non finisce qui. Mi limito a dire che dimenticare Agostino è come perdere una staffa: si fatica a pedalare, si procede in affanno e da ultimo si crolla esausti.

Si può essere faro sulla città solo se ri-generati dalla Parola. Sul portone d’ingresso di ogni istituto vedrei bene questa puntualizzazione: “Qui i votati all’Ospitalità sono donne e uomini che si lasciano soccorrere e curare dalle Scritture nelle quali Dio si fa prossimo.” Sarebbe come esibire la carta d’identità a chi vi accede. Un gesto rassicurante: ci permettiamo di curare, assistere, ospitare,  perché per primi accettiamo  di essere curati, assistiti, ospitati da Colui che il vescovo Ambrogio considera il Medico per eccellenza: “Cristo è tutto per noi: se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento”.

Il Convento-Ospedale evoca il concetto che lì, in quella struttura socio-sanitaria c’è un “angolo monastico”, dove il primato è dichiaratamente di Dio e vi si respira la divina umanità di Cristo che si svela proprio nella fase critica di un disagio fisico o psichico. Presenza che si può avvertire per il Suo “darsi” proprio in  appuntamenti inconsueti: la malattia, la morte: ”Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Un contesto in cui si avverte il tempo di Dio, l’ora che si manifesta, metabánein, il passago dalla morte alla vita, lo Spirito che si s-vela, cioè l’amore che ri-genera, fa ri-nascere, ri-vivere.

Messa - Ecco l'Agnello di DioCosì concepito, il Convento-Ospedale è un faro che lampeggia per richiamare la Comunità territoriale all’esperienza della Presenza di Dio nelle situazioni in fibrillazione. E la comunità terapeutica, con i supporti tecnico-scientifici, ha il ruolo di farla percepire ogni volta che accosta i disagi o ne è interpellata. Non ci si bada. Ma quel “sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea”, forse consunto dalla ripetitività quotidiana, è momento terapeutico per eccellenza. E quel “dic verbo” ablativo e non “verbum”, accusativo, non è a caso. E’ usato in funzione di complemento di mezzo e potrebbe tradursi con “fa con una parola”.

E’ la sottolineatura che anche la semplice parola di Gesù diventa veicolo potente della Grazia-ri-generatrice-divinizzante. Tale percezione in Mt 8,16, viene ribadita: “et eiciebat spiritus verbo“, “ed egli scacciò gli spiriti con la parola“. L’evangelista, che avrebbe potuto anche non precisare, sottolinea l’azione: Gesù libera non “a parole”, “parlando”, ma con la forza che è nella Parola, ossia in Lui che è Verbo incarnato, la sola capace di raggiungere le ferite profonde del mistero uomo.

Sappiamo tutti che il cammino verso la vita piena è difficoltoso e l’attitudine paziente verso le avversità spesso scarseggia anche nei più audaci e nei potenti. Peggio ancora se veniamo crocifissi da un male.  Il Convento-Ospedale lo vedrei non  soltanto come sede di cura, ma anche pedagogico luogo di prevenzione; o rifugio per quando c’è la paura di ciò che sta accadendo. Perché tra quelle mura la Parola dell’Apocalisse è  o dovrebbe essere di casa e per nulla terrorizzante ma consolatoria:

  • “...sulla terra angoscia di popoli in ansia…”
  • … risollevatevi e alzate il capo…”
  • …State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita…
  • … che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso…”
  • … Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere…)
  • Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

Come non vedere la mano dello Spirito di Gesù, Presenza energica, che la porge  proprio “nell’angoscia di popoli in ansia” (Lc 21,25-28.34-36).

Allora il Convento-Ospedale, più che di un luogo, dovrebbe suscitare l’idea di una comunità educante perché condividente. Una realtà che non è solo di professionisti della salute ma anche di contemplativi, persone che partecipano al dolore della città sofferente, che si fanno dichiaratamente carico dei destini degli uomini, cui sta a cuore la guarigione integrale: “risollèvati e alza il capo”.

Pedagoghi del valore di “un’attesa vigilante” di cui le Scritture sono pervase. Straordinariamente valido il consiglio sul silenzio interiore che Don Giuseppe Dossetti ha dettato nella Piccola Regola ai suoi monaci più di mezzo secolo fa ma che fa bene anche ai laici: un “progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni programma, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal dovere immediato”.

E’ l’entrare in tensione spirituale per fare spazio al sogno di Dio. La gente deve sapere che in quel silenzio vigilano le sentinelle del mattino che “pre-vedono” l’alba e la fanno pre-sagire a  coloro che sono nel pieno della notte popolata di fantasmi. Penso a Giovanni di Dio che sul letto di morte, lui, la vigile sentinella di Granada che ha sempre dato, ha potuto ritrovare la serenità solo dopo aver messo il suo grande cruccio, il libro dei debiti, nelle mani del Vescovo che se li è accollati. Mirabile scambio di dolore e consolazione. Proprio nell’ora del Viatico.

Nel Sermone 229/J,2-5  dice sostanzialmente questo: Cristo persuadeva i suoi di essere vivo e così li conduceva alla fede.

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Un faro sulla città solo se ri-generati dalla Parola

Se è vero che i FBF sono nati come un avamposto nella Chiesa, devono farsi promotori di un lavoro preventivo di rieducazione di massa che dovrebbe vedere alleati in un progetto comune il Convento-Ospedale, solidale ed ospitale per vocazione, con le Parrocchie,  i tanti Istituti Religiosi, i Movimenti, senza esclusione degli Operatori in ospedali pubblici. Lo vedrei anche come la seconda casa del Vescovo, sistematicamente presente per ammaestrare e consolare questa forma di diaconia. Si sente fortemente il bisogno di “avventurieri illuminati”, avamposti con il DNA del Fondatore Giovanni di Dio, per nuove frontiere.

Farneticazione? Forse. Epperò “vi è un’intelligenza del cuore che sa leggere le parole che la mente non capisce” (Primo Mazzolari, 4 nov.1935).          

Segue…

San Giovanni di Dio e discepoli

Infermieri2

“Giovani, Fede, Malattia” – AIPaS – Angelo Nocent

Risultati della ricerca per aipas

Il Convegno è in corso; questo è quanto ho potuto raccogliere.
Da “Avvenire”: Giovani e malattia, la sfida di comprendere e accompagnare 10/10/2017

Paolo Viana Inviato ad Assisi

Risultati della ricerca per aipas-001I giovani sono fragili, ma lo sono anche gli adulti, perché nessuno è più in grado di confrontarsi con i problemi della malattia e della morte. Li si rimuove. Magari, per proteggere i figli. Tuttavia, «la negazione, lungi dall’essere una protezione, crea un anestetico alla vita, illudendo i giovani che si possa vivere senza difficoltà, momenti difficili o grandi sofferenze che, invece, potrebbero aiutare a crescere» osserva don Massimo Angelelli, cappellano del Policlinico Tor Vergata e nuovo direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della salute. Ieri, ha aperto il XXXIII convegno dell’Associazione italiana per la pastorale della salute analizzando lo scenario giovanile – focus del convegno su   che si concluderà giovedì a Santa Maria degli Angeli di Assisi – e avanzando delle proposte concrete. Come quella di lavorare a livello diocesano su «comunità familiari resilienti in cui gli adolescenti, dall’esempio dei genitori, imparino ad affrontare le sfide che dovranno sostenere». Malattia e morte comprese.

La società italiana considera ormai la sofferenza «un errore di sistema, un bug che limita la capacità relazionale», ha osservato don Angelelli, sottolineando come non tutte le risposte “moderne” siano negative. La Chiesa, ad esempio, è favorevole all’utilizzo dei social network per combattere l’isolamento indotto dalla malattia – «può essere raccontata, condividerla ha un effetto dopaminico» – come pure alla Medicina Narrativa, ma indica nella “disconnessione” indotta dalla malattia anche un nuovo modo di relazionarsi e di crescere, seppur in modo drammatico, come nel caso di Caterina Falciola, la blogger che ha raccontato sui social la sua battaglia contro il cancro.

Esiste da un lato, dunque, una questione educativa e dall’altro una questione pastorale. «Comprendere e accompagnare – ha detto il presidente Aipas Giovanni Cervellera – sono le parole chiave di questo convegno, perché la “presa in carico’ del giovane malato passa attraverso la capacità di comunicare con lui e l’unico modo efficace è farsi compagni di strada, condividerne la condizione senza attardarsi in prediche».

Ma esiste anche, ha puntualizzato don Angelelli, una questione sociale che si riverbera sul piano educativo: «la crisi economica ha inciso profondamente sul senso di responsabilità dei genitori, sul livello di autostima». Le conseguenze sono spesso irreversibili: i giovani si chiudono in universi inaccessibili stile Hikikomori – gli adolescenti giapponesi che si barricano nelle loro stanze ipertecnologiche – e gli adulti regrediscono alla fase giovanilistica, deresponsabilizzandosi. Per questo, si lavora su comunità familiari resilienti. Per questo, a Tor Vergata, Angelelli s’intraprende il percorso Build my life, dove si insegna ai giovani a «sopportare la fatica del costruire».

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Per questo, secondo don Angelelli, la pastorale della salute deve riempire un vuoto. «Noi andiamo dove non vuole andare nessuno: assicuriamo presenza, ascolto ma anche comunione e perdono. Per la Chiesa, è una reale opportunità di conversione pastorale». Nulla cambia sul piano dottrinario, giacché «la pastorale della salute potrà essere un baluardo a difesa della persona all’inizio e nel suo fine vita. Si può immaginare – ha sottolineato però – una Chiesa, con sacerdoti e laici, che sia sempre più una comunità sanante, che si raccolga interno ai suoi membri più deboli, per accompagnarli e difenderli ».

© RIPRODUZIONE RISERVATA (AVVENIRE)

Aggiornato di recente1390

A Santa Maria degli Angeli il Convegno AIPaS. Angelelli: anche i social possono essere utili per combattere l’isolamento del malato. Cervellera: farsi compagni di strada il solo modo efficace di comunicare CHIESA

Se la Chiesa, come dice Francesco dev’essere un ospedale da campo, loro vogliono essere «il campo di quell’ospedale». E non è solo un gioco di parole, perché la Piccola Opera Charitas di Giulianova, come ha spiegato Federica De Lucia introducendo le testimonianze al convegno Aipas su “Giovani, Fede, Malattia” che si concluderà domani a Santa Maria degli Angeli in Assisi. La volontaria ha raccontato lo stupore di un’esperienza che fa un giovane scegliendo di dedicare il proprio tempo in una realtà sanitaria cattolica (oggi un centro di riabilitazione che eroga 31.000 prestazioni residenziali, 24mila semiresidenziali, 7250 ambulatoriali e 2200 domiciliari) al servizio delle disabilità psichiche.

Papa Francesco

Questo ‘tuffo’ nell’accoglienza proposto sia ai giovani del servizio civile che a chi intraprende un percorso personale di volontariato sociale rappresenta anche un ritorno alle radici bibliche del cristianesimo, come ha ricordato Rosanna Virgili. «Dio è medico, anzi questo è il primo aggettivo assegnato a Dio dopo la liberazione dall’Egitto – ha spiegato la biblista – ma l’opera di cura del Signore non è una ‘prestazione’ bensì una vera alleanza, che presuppone un atto di fedeltà, in base al quale mi prendo cura di te».

Aipas giovani 2017Il secondo giorno del convegno nazionale è entrato quindi nel tema del Sinodo dei giovani con l’intervento di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, il quale ha messo in guardia tutti da un equivoco: «Non pensiamo che, scritto il documento preparatorio, il Sinodo sia finito e neanche che nel documento si debbano trovare tutte le risposte a tutti i problemi dei giovani, perché, al contrario, siamo all’inizio di un percorso impegnativo».

Il Sinodo, ovviamente, declinerà anche il tema della sofferenza, centrale nell’esperienza di crescita dei giovani, che pure «vivono soprattutto una fragilità psicologica e spirituale, sottoposti come sono alle intemperie della crescita, e molto meno la fragilità fisica; quando però vengono a contatto con la malattia e con la morte rivelano il loro grande bisogno di una guida, di adulti che sappiano con coraggio accompagnarli nella scoperta di queste difficoltà. E purtroppo, spesso, questi adulti sono impreparati » ha commentato don Falabretti.

Aggiornato di recente1389

Per sovvenire a quest’esigenza, la Chiesa deve continuamente aggiornare la propria pastorale, come spiega don Carmine Arice, che ha lasciato la direzione dell’Ufficio Cei dopo l’elezione a superiore generale della Società dei sacerdoti di San Giuseppe Cottolengo e domani interverrà a conclusione del XXXIII convegno: «La pastorale della salute deve stare nella realtà e il Sinodo rappresenta un’ulteriore sfida a rispondere alle domande che la società esprime, anche se le tre grandi emergenze che la pastorale della salute deve affrontare in questo tempo e in questo Paese restano sicuramente la condizione dell’anziano, la salute mentale e le sfide bioetiche».

Oggi il convegno approfondirà i temi della ricerca di senso, con don Paolo Fini dell’arcidiocesi di Torino, e del rapporto tra disabilità e vocazione, con don Francesco Rebuli della diocesi di Vittorio Veneto.

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FONDAZIONE PICCOLA OPERA CARITAS

Oggi al Convegno di Assisi la testimonianza di Federica De Lucia che ha presentato l’esperienza della Piccola Opera Charitas.
Grazie, Federica, ci hai commosso tutti un pò.

Aggiornato di recente1391

 

Ultimo giorno al Convegno nazionale di Assisi.
Bella esperienza di comunione i quattro giorni trascorsi assieme fra noi e con oltre trecento operatori sanitari di tutte le principali realtà ospedaliere ed assistenziali d’Italia. Torniamo a casa un pò stanchi ma certamente arricchiti e forse anche più motivati di prima.

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1587: PRIME COSTITUZIONI ODINE OSPEDALIERO DI S. GIOVANNI DI DIO – Angelo Nocent

Correva l’anno 1587. Esattamente 430 anni fa.
Il primo Capitolo Generale dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio si è tenuto a Roma dal 20 al 24 giugno. In tale circostanza sono state approvate le COSTITUZIONI, ispirate a quelle per l’Ospedale di Granada che sono di due anni prima, ossia del 1585.

Gli aderenti a questo nuovo Ordine Religioso si votavano a Dio con questa formula tradotta ad litteram dall’originario testo spagnolo:
“[Io…] faccio professione, et prometto a Dio onnipotente et alla gloriosa Vergine Maria, et a tutti i santi della Corte del Cielo, et a voi padre [Fra…] chesiete presente in nome del nostro padre Generale […] OBEDIENTIA, POVERTA’, CASTITA’, et particularmente PERPETUA HOSPITALITA’, servendo s gli poveri infermi, et osservando le costituzioni dell’ordine nostro di Giovanni di Dio sotto la regola di S. Agostino”.
Come è noto, le Costituzioni formano il codice ascetico.legislativo nel quale vengono prescritte le norme per la vita, il governo, l’apostolato dell’Ordine, e specificano il fine peculiare che lo caratterizza e lo distingue dagli altri Ordini religiosi. Redatte ed approvate dai Capitoli generali dell’Ordine, vengono sancite dalla Santa Sede, divenendo così la voce autentica sia dell’Ordine che della Chiesa.

In merito alla ricerca svolta dal Padre Gabriele Russotto e pubblicata nel 1978, dalle Costituzioni del menzionato Ospedale di Granada (1585), si hanno le seguenti preziose indicazioni:

– L’ospedale era molto grande, accoglieva poveri, sia uomini cche donne, affetti da diverse infermità, ls msggiot parte dei quali venivano mantenuti con le elemosine dei fedeli; aveva bisogno di molto personale, sia Fratelli per raccogliere l’elmosina, che altri ufficiali per il governo della casa, l’amministrazione, la cura e l’assistenza dei malati Tit. 5, cost.1).

  • L’ospedale, oltre il Fratello maggiore, ossia il priore, aveva una donna, che stava a capo delle sale in cui venivano assistite le donne, della “Madre y Prefecta” (Tit. 5, cost. 3).

Sacramentum Hospitalitatis4

  • Il cappellano doveva avere la masima cura di amministrare i Sacramenti agli infermi e di non far morire nessuno senza averli ricevuti (Tit. 6, cost. 1).

  •  Nei giorni festivi dossa veva celebrarsi la santa a Messa nelle sale degli uomini e in quella delle donne (Tit, 6,ost.6).

  • Essendo il fine  principale dell’ospedale la cura e l’assistenza dei poveri infermi, il Fratello maggiore doveva essere mite, pio e caritatevole verso di loro, compenetrarsi molto nelle lormità e sofferenzeo inferenze, non annoiarsi delle loro importunità ed assisterli e confortarli con parole amorevoli ed opere caritatevoli. (Tit. 7, cost.9).

  • Alle malate., alle convalescenti e alle inservienti delle sale delle donne, era proibito di andare nelle   sale degli uomini (Tit 7. cost. 18).

  • sanchezQuando i Fratelli andavano a chiedere l’elemosina per la città, dovevano chiederla ad alta voce dicendo: “Fate bene per voi stessi!”, Haced bien para vos otros mismos, senza predicare (Tit. 8, cost.12).

  • Allorché l’infermo, ricevuti i Sacramenti, entrava in agonia, un Fratello doveva assisterlo amorevolmente ed aiutarlo a ben morire, dicendo più volte il Credo, aspergendo la sala con l’acqua benedetta e suggerendogli delle orazioni (Tut. 9, cost.8).

  • I Fratelli infermieri dovevano dormire nelle sale dei malati per accudire a tutte le loro necessità, e vegliare aturno durante la notte per essere pronti ad ogni evenienza (Tit. 9, cost, 8).

  • In tutte le sale, dato il segnale della preghiera. l’infermiere maggiore doveva avvisare o far avvisare  che si recitassero tre Ave Maria per la salute del corpo e dell’anima, e èpi recitare o far recitare la dottrina cristiana (Tit.9, coat.16).

  • Lo speziale della farmacia dell’ospedale – che era solo per l’interno – possibilmente doveva essere un Fratello, e gli si doveva dare un confratello capace, perché lo aiutasse e imparasse l’arte (Tit. 12, cost.1)

    Risultati della ricerca per san giovanni di dio22-001

  PRIME COSTITUZIONI PER TUTTO L’ORDINE, 1587

Hanno un ampio respiro internazionale ed in diversi punti interpretano il voto di ospitalità  e il modo di praticarlo nell’attività caritativo-assistenziale della pratica quotidiana.

In dette Costituzioni si legge una preziosa avvertenza di grande valore ascetico ed apostolico: “Esortiamo ed avvertiamo i nostri  Fratelli di porre la loro principale premura e dilienza negli esercizi spirituali, perché da questi riceveranno animo e forza per sopportare le fatiche corporali proprie della nostra professione” (cap.7).

Ci sono  poi altra sottolineature:

  • “Nei nostri ospedali si deve procurare che il servizio, che si rende al Signore nei suoi poveri, gli sia gradito, e perciò si seguirà quest’ordine: che per dare la salute al corpo, si cerchi prima la salute dell’anima” (cap. 17).

  • Nelle infermerie i Fratelli devono “fare la guardia di notte e di giorno per attendere più facilmente alle necessità dei malati” (cap.19)

Le prime Costituzioni della Congregazione d’Italia sono del 1596. Al (p. 58) si legge: “Venendo li poveri infermi nei nostri hospitali, l’Infermiero li riceverà con oogni amorevolezza et charitate, facendoli, avvaanti che entrino a letto, lavare i piedi. Et avertisca l’Infermiero che per dare la salute al corpo s’ha da procurare prima quella dell’anima; perciò con ogni amorevolezza esorti l’infermo che si apparecchi alla confessione” (p.58).

Le prime Costituzioni della Congregazione di Spagna  sono del 1616.

Lo zelo caritativo dei religiosi viene stimolato con questa prescrizione: “Qualunque Fratello che userà parole aspre verso gli infermi, o dimostri negligenza o non compia quanto viene ordinato dal medico o quant’altro deve farsi per l’assistenza degli infermi, sia castigato per esempio degli altri” (p. 175). Aparte la forma negativa e punitiva, la prescrizione indica quanto fosse la premura perché i malati venissero assistiti e curati bene.

Le seconde rime Costituzioni della Congregazione d’Italia sono stampate nel 1691

Non ci sono reali cambiamenti rispetto alle precedenti. Degno di attenzione è il capitolo dedicato all’ospitalità e al trattamento da dare ai “Forestieri“: ” A ricevere, e servire Forestieri, si ha da mettere un Fratello, il quale sia di buoni costumi, pronto in ogni sorte di ossequio, e che sappia con prudenza conformarsi agl’altri costumi, e servire tutti cortesemente, al quale siano dati uno o più Compagni, quando per la moltitudine, e diversità de’ Forestieri, lui solo non basterà.
Strage innicent - siria-profughi-isis

[...I Forestieri] s’accettino con allegrezza di cuore, e di volto, con ogni carità, e divotione, secondo le possibilità del Monastero, perché Cristo Signore Nostro, in cui persona sono questi tali ricevuti, dirà nel giorno del Giudizio universale: Sono stato forestiero, e mi avete alloggiato, che se i medesimi Forastieri verranno da qualche luogo lontano, o per qualsivoglia causa erano stanchi, li lavino con carità li piedi, se saranno Religiosi […] quel tale che li laverà, dica Miserre o De profundis, con il Gloria Patri, Kyrie, rPater noster“. Seguono i versetti e l’orazione in latino (I ediz, p.77); II ediz. pp 91-92).

1-DSC01564E c’è la diciannovesima ordinazione: “Se alcuno de’ nostri Fratelli haverà ardire di introdurre fra noi nuovo modo di vivere, il quale sia contro il Voto dell’Hospitalità, il quale professiamo, sia subito privato dell’habito, e mandato in Galera per cinque anni” (I ediz. p.91; II ediz. p. 107).

Collage64Non è tutto, perché lungo i secoli le Costituzioni sono state più rivedute ma è quanto basta per dire che L’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio non è un’associazione filantropica non governativa ma una Fraternità di gente “scriteriata ed eccessiva” come il Fondatore, che ha creduto e continua a credere all’amore: credidimus caritati” – “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.” (1 Giov 4,16).

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Di tutto questo glorioso passato cos’è rimasto? Per saperlo non resta che consultare l’ultima revisione. Il testo dell’ultima Costituzione è stato approvato nel 1984:

http://www.ohsjd.org/Objects/Pagina.asp?ID=333

Akiko Ito en concert au Centre médico-social Lecourbe – Fondation Saint Jean de Dieu
 

A SUOLA DI OSPITALITA’ BIBLICA – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1382

Quale rapporto c’è tra l’appartenenza cristiana e quel cammino che ci rende maggiormente capaci di umanità? Nel Vangelo non vi è un codice religioso, bensì una fede, il cui orientamento di fondo è una prassi umanizzata.

L’umanesimo evangelico − che trova la sua più alta espressione nell’amore del prossimo, fino all’amore per il nemico − oltrepassa la semplice prospettiva morale e si basa sul modello di Gesù che nella propria vita ha manifestato l’umanità di Dio: ciò che Gesù ha di eccezionale non è di ordine religioso, ma umano. La salvezza, infatti, è nel cammino di umanizzazione dell’uomo e Gesù ne ha dato l’impulso, insegnandoci a guardare a Dio come al Padre di tutti.

IL DOVERE DELL’OSPITALITÀ

INTRODUZIONE

L’ospitalità o l’invito rivolto ad altri per mangiare e stare insieme, faceva parte integrante della cultura medio orientale già negli antichi periodi narrati dalla Sacra Scrittura. Questa particolare disponibilità ad ospitare e a rendersi singolarmente ospitali, molto probabilmente trova le sue radici nell’esperienza della vita nomade, alla quale gran parte delle popolazioni di quella zona della Terra, sono abituate da secoli. Anche Abramo, Lot, Isacco, Esaù da cui provennero gli Arabi; Giacobbe ed i suoi figli, antichi antenati degli Ebrei, sono stati in definitiva nomadi.

Il popolo nomade conosceva la solitudine del deserto e la difficoltà di trovarvi cibo; conseguentemente questo popolo era sempre pronto ad accogliere, nutrire, alloggiare e proteggere ogni viaggiatore che si fermava davanti alle sue tende o alle sue case.

Era un peccato mangiare da soli Giobbe 31:17: “…se ho mangiato da solo il mio pezzo di pane senza che l’orfano ne mangiasse la sua parte”).

Era peccato rifiutare di partecipare il proprio cibo con i bisognosi ed i poveri Isaia 58:7: “Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne”?

Infatti, la legge mosaica raccomandava l’ospitalità, che anche presso i greci era un dovere religioso Levitico 19:34: “Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

L’attuale maniera di fare degli arabi richiama più da vicino l’antica ospitalità ebraica. Un viandante può sedersi all’uscio di un uomo a lui completamente sconosciuto, finché il padrone di casa non lo inviti a cenare insieme a lui. Se prolunga un pò di tempo il suo soggiorno, nessuno gli porrà domande sulle sue intenzioni; dopo potrà andarsene senz’altro risarcimento che l’augurio: – che Dio sia con voi!

Le visite angeliche

Erano molti i giudei che credevano alla possibilità di essere visitati da angeli, i quali si presentavano sotto spoglie umane; sapevano che ciò era già accaduto ad Abramo e a Gedeone (Genesi 18; Giudici 6:17-22). Dio avrebbe mandato questi angeli per provare la loro ubbidienza alla legge dell’ospitalità. Questo concetto è riportato anche nel Nuovo Testamento espresso dallo scrittore agli ebrei al capitolo tredici, laddove esorta i fratelli a

esercitare l’ospitalità; “…perché, praticandola, alcuni, senza saperlo, hanno albergati degli angeli” (v.2).

L’Ospitalità esposta nel Nuovo Testamento

Per i cristiani tale ospitalità era essenziale Galati 6:10: “Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede”. 1Pietro 4:9: “Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare”.

Il Nuovo Testamento insegna come deve essere l’ospitalità cristiana. In greco la parola ospitale è “filoxenos” che interpretato vuol dire: “Amico degli stranieri“, termine questo che si trova in Tito 1:8: “Infatti bisogna che il vescovo sia irreprensibile, come amministratore di Dio; non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma ospitale”.

Invece ospitalità è la parola greca “filoxneia” che significa: “amore per gli stranieri” (Romani 12:13; Ebrei 13:2). Questo dovere è d’altronde più gradevole in quanto porta con sé una meravigliosa promessa: “Chi riceve voi riceve Me; e chi riceve Me riceve Colui che Mi ha mandato” (Matteo10:40-42).

L’ospitalità era particolarmente importante per i predicatori che avevano rinunciato alle loro attività di sostentamento per proclamare l’Evangelo (3Giovanni 5,8). Si doveva dare l’ospitalità per diversi giorni e poi incoraggiarli per proseguire il loro cammino. In tale senso operò quella donna, negoziante di porpora, della città di Tiatiri, di nome Lidia, nei confronti di Paolo e Sila, quando furono da lei ospitati in casa sua: “…se mi avete giudicata fedele al Signore, entrate in casa mia e dimoratevi. E ci fece forza” (Atti 16:15).

Le persone che dimostravano ospitalità ed erano accoglienti, potevano essere riconosciute nel ruolo di capi e conduttori ecclesiastici. Quest’attitudine di ospitalità era tanto forte che anche un nemico non doveva essere lasciato morire di fame. Noi pure siamo esortati dall’apostolo Paolo, quando scrive ai Romani al capitolo dodici versetto venti Rom 12,20): “Anzi, se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare”.

I Saluti

All’epoca esistevano tre principali tipi di saluto. Il primo consisteva in quello verbale, le cui parole più usate erano: “Rallegrati” o “Salute a voi” (Matteo 28:9) ed altre volte “Pace a voi” (Giovanni 20:21). “Pace a questa casa”, era il primo saluto che davano i settanta discepoli mandati dal Signore giungendo alla casa di uno sconosciuto (Luca 10:5). Altre volte questo primo tipo di saluto poteva essere fatto anche con un gesto della mano; quest’usanza era spesso senza parole e senza contatto fisico.

Il secondo tipo di saluto era quello del bacio, che era dato ad un amico o ad un ospite. Il saluto consisteva nell’appoggiare le mani sulle spalle l’uno dell’altro; poi avvicinandosi ci si scambiava il bacio, prima sulla guancia destra e poi su quella sinistra. Abbiamo degli esempi riguardo a ciò nella Bibbia:

  • Samuele baciò Saul quando l’unse re (1Samuele 10:1);

  • Simone il fariseo fu biasimato perché non salutò Gesù in questo modo quando l’ospitò in casa sua (Luca 7:45).

  • Paolo scrisse: “Salutatevi gli uni gli altri, con un santo bacio” (Romani 16:16).

Nel Nuovo Testamento appare questa forma di bacio proprio nell’episodio del tradimento di Gesù, poiché sembra sia stato questo il tipo di bacio che Giuda dette a Gesù quando lo tradiva. I termini greci indicano che Giuda baciò ripetutamente Gesù, e questo modo di salutare Gli fece sorgere la domanda descritta in Luca 22:48: “Gesù gli disse: Giuda tradisci tu il Figlio dell’uomo con un bacio”?

Un’altra forma di saluto era l’inchino che si faceva agli ospiti degni di particolare rispetto ed onore (Genesi 18:2,3;23:12). L’inchino poteva essere fatto semplicemente con la flessione in avanti del capo oppure flettendo con esso anche il busto. Alcuni addirittura si prostravano ai piedi dell’ospite (Matteo 18:26). Questo gesto però poteva essere frainteso e scambiato anche come un gesto d’adorazione, seppure fatto unicamente per mostrare un senso d’omaggio e di riverenza in riconoscimento del valore dell’ospite. Un fatto simile è bene evidenziato nel libro degli Atti: Cornelio si fa incontro a Pietro gettandosi ai piedi e adorandolo; ma interviene in questo caso lo stesso Pietro che lo rialza e gli dice: “Levati, anch’io sono uomo” (Atti 10:25,26). Frase questa molto bella, che dimostra che l’adorazione spetta solo a Dio e non agli uomini.

Alloggiamento e sistemazione degli ospiti

All’epoca dell’Antico e del Nuovo Testamento si viaggiava poco ed i motivi erano in gran parte attribuibili ai pericoli costituiti dagli assalti improvvisi dei briganti che sfruttavano la possibilità di nascondersi dietro le rocce o nelle prossimità di strade solitarie, irte od aspre (in modo da non consentire una possibile fuga), per poi depredare, ed come in alcuni casi, malmenare o uccidere i malcapitati (Luca 10:30).

Le stazioni di posta per i viandanti non si svilupparono fino ai tempi dei persiani e spesso erano dei luoghi equivoci. La locanda o “Khan” o “Caravanserraglio” era costruita attorno ad un cortile centrale. Le stalle per gli animali erano a livello del cortile, mentre il resto degli alloggiamenti erano al piano superiore. Era l’equivalente antico dell’odierno “Motel”.

L’albergo orientale non rassomiglia per nulla a quello dei paesi occidentali. Nell’antichità l’industria alberghiera non era tanto necessaria come ai giorni nostri. Si considerava l’ospitalità come un dovere e si accoglievano volentieri i viaggiatori (Esodo 2:20; Giudici 19:15-21; Atti 28:7).

L’albergo pubblico era solo un riparo destinato allo stesso tempo agli uomini ed alle bestie. Non vi erano mobili. Il viaggiatore stendeva al suolo la sua stuoia e si avvolgeva con il mantello, che gli serviva da materasso e da coperta. Si procurava egli stesso il nutrimento per sé e per il suo bestiame.

La presenza di un albergatore era cosa molta rara in tali luoghi. Nei tempi antichi, relativi all’Antico Testamento, non si fa menzione che di un “luogo dove pernottare” (Genesi 42:27; 43;21; Esodo 4:24), oppure di un “rifugio da viandanti” (Geremia 9:2).

La prima allusione ad una casa più o meno organizzata sembra trovarsi in Geremia 41:17:“..e si fermarono a Geruth-Kimham...”.

Nel vangelo di Luca al capitolo due, vediamo Giuseppe e Maria in cerca di un posto in un albergo. L’albergo nel quale non c’era posto per Maria e Giuseppe non era il “Khan”, innanzi citato. Il termine greco usato da Luca è “Katàlyma”, che significa “rifugio temporaneo”. I romani avevano costruito questi padiglioni come riparo da usare quando non vi era possibilità di alloggio per la gente, ed occorreva un rifugio. Dato che non si trovò posto nell’albergo per Giuseppe e Mafia, è possibile formulare l’ipotesi che Gesù sia nato nella grotta di un pastore, usata anche come stalla.

L’invito ad un pasto

Ai tempi del Nuovo Testamento esisteva una procedura fissa: erano dati due inviti. Il primo invito doveva essere declinato: “Non è assolutamente possibile che io venga; non sono degno”. Dopo questo declinato, l’ospite riceveva un altro invito, questa volta più insistente, fino a che l’invitato, lasciatosi convincere avrebbe accettato.

Anche Gesù ricevette questo stesso tipo d’invito. Il testo che ce lo riporta è Luca 7:36: “Or uno dei farisei lo pregò di mangiare da lui“. Vi era anche un messaggio che avvisava l’ospite del fatto che il pranzo era pronto; così come lo notiamo nel libro di Ester nei testi 5:8 e 6:14. Gli eunuchi del re condussero Aman al pranzo preparato dalla regina avvisandolo che questo era già pronto. Questo in seguito al secondo invito.

L’Accoglienza dell’Ospite

Dopo il saluto, uno schiavo toglieva i sandali all’ospite. In Esodo 3:5, Dio dice a Mosé di togliersi i calzari dai piedi come un segno di rispetto e riverenza per la presenza di Dio. Quando si entrava in una casa era uso comune togliersi i sandali perché altrimenti lo sporco delle strade entrava nelle case. Se i pavimenti erano ricoperti con tappeti, questi sarebbero stati rovinati. Togliersi i sandali era quindi un segno di rispetto e di considerazione; ciò si collega anche nei confronti di Dio.

Nei luoghi di culto musulmani questa pratica continua anche nella società contemporanea. Dopo che i sandali erano tolti, i servi lavavano i piedi degli ospiti; un servo vi versava sopra dell’acqua; li massaggiava; quindi li asciugava prontamente con un asciugatoio. Abigail qui dimostrò proprio questa attitudine verso Davide, volendo lavargli i piedi come segno di umiltà e di gratitudine (1Samuele 25:41).

In seguito l’ospite era unto con olio d’oliva, ed infine gli era offerta acqua da bere. Questo gesto era fatto per dimostrare che l’ospite sarebbe stato accolto in pace. Domandare acqua da bere, in circostanze simili, significava chiedere di essere accolti. Gesù, quando domandò acqua da bere alla donna samaritana, voleva dimostrare proprio questo (Giovanni 4:9).

In Luca 7, è descritta la cena che Gesù passò nella casa di Simeone, la quale fu un esempio di mancanza di ospitalità. Simeone non tolse i sandali di Gesù, né lavò Lui i piedi, né unse il suo capo, ed infine non Gli offerse acqua da bere.

L’ospitalità oggi!

I tempi sono cambiati, le distanze accorciate, ma l’ospitalità continua ad essere praticata nella Chiesa del Signore. Questa però deve essere fatta con oculatezza. Potrebbe accadere che “falsi fratelli” si intrufolino nelle nostre Chiese, approfittando del nostro amore e della nostra disponibilità (vedi esperienza Corsini/Caito). Pertanto l’ospitalità va sempre concordata con il pastore, onde evitare spiacevoli sorprese e dolorose esperienze. Lettere di accompagnamento, telefonate, ci permettono di evitare spiacevoli avvenimenti. Anche la generosità deve essere sempre concordata con il pastore evitando situazioni di sfruttamento. Una volta ricevute opportune garanzie, l’ospitalità va praticata.

Quante volte capita che un fratello visiti la nostra comunità? Ospitarlo per un pranzo, una cena, una colazione è sempre fonte di benedizione per chi pratica l’ospitalità. Quando si ha un ospite a casa, si realizza:

1. Un’intima comunione con i fratelli e con Dio. Un pasto d’amore produce una comunione più intima Genesi 18:1-8: “Il Signore apparve ad Abraamo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della sua tenda nell’ora più calda del giorno. Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano davanti a lui. Come li ebbe visti, corse loro incontro dall’ingresso della tenda, si prostrò fino a terra e disse: «Ti prego, mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo! Lasciate che si porti un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e riposatevi sotto quest’albero. Io andrò a prendere del pane e vi ristorerete; poi continuerete il vostro cammino; poiché è per questo che siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».

Allora Abraamo andò in fretta nella tenda da Sara e le disse: «Prendi subito tre misure di fior di farina, impastala e fa’ delle focacce». Poi Abraamo corse alla mandria, prese un vitello tenero e buono e lo diede a un suo servo, il quale si affrettò a prepararlo. Prese del burro, del latte e il vitello che era stato preparato, e li pose davanti a loro. Egli se ne stette in piedi presso di loro, sotto l’albero, e quelli mangiarono”.

2. Una più ampia visione dell’opera di Dio. Ascoltare un fratello che viene da un altra regione o da un altro stato, ci fa comprendere che l’opera di Dio si diffonde in ogni parte del mondo e Dio dovunque opera segni, prodigi e miracoli Atti 10:34,35: “Allora Pietro, cominciando a parlare, disse: «In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali; ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito”.

3. Una maggiore fede. Quando un fratello entra a casa nostra, le nostre argomentazioni ruotano attorno a ciò che Dio ha fatto. Ascoltando tali esperienze, il cuore si apre e realizza una maggiore fiducia nell’opera del Signore Salmi 66:16: “Venite e ascoltate, voi tutti che temete Dio! Io vi racconterò quel che ha fatto per l’anima mia”.

4. Un’intensa preghiera. Con l’ospite in casa, si vivono momenti di preghiera che a volte sono intensi. Talvolta la comunione è così intima che non di rado si confidano situazioni intime che diventano immediatamente oggetto di preghiera Colossesi 1:9: “Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale”.

5. Un ricordo che rimane nel tempo. Passano i giorni, le settimane ed a volte anche i mesi, ma in casa resta quasi il “profumo” dell’ospite. Si ricordano i momenti vissuti insieme in allegria ed in santa conversazione 2Timoteo 1:5: “Ricordo infatti la fede sincera che è in te, la quale abitò prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice, e, sono convinto, abita pure in te”.

6. La nascita di nuove amicizie cristiane. Taluni credenti, ospitati nelle nostre case, lasciano il segno, infatti, non è difficile il nascere di nuove amicizie che perdurano nel tempo.

7. Nuove opportunità. Potrebbe accadere di trovarsi nella stessa città del fratello ospitato e trovarsi in difficoltà (Ospedale, visita specialistica, esami universitari ecc.). Grazie a quei pochi momenti vissuti insieme, le porte si spalancano davanti a noi e realizziamo: “Che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:38).

Conclusione

Non dimentichiamoci che l’essere ospitali è un nostro preciso dovere, in quanto l’esercizio dell’ospitalità è una delle meravigliose ed importanti cose contemplate nel piano eterno, insindacabile ed inviolabile della “volontà di Dio per tutti gli uomini”.

Anche oggi l’ospitalità presso il credente può essere un veicolo con il quale possiamo mostrare amore e interesse verso gli altri, contribuendo allo stesso tempo al proprio sviluppo etico, morale e spirituale.

Giovanni Villari – Siracusa

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DIACONATO: IL MINISTERO DEL FUTURO – Angelo Nocent

DAggiornato di recente1378-001IACONATO: IL MINISTERO DEL FUTURO

Dieci anni fa il Card. Carlo Maria Martini, celebrando a Venegono il ventesimo di rifondazione del DIACONATO PERMANENTE in Diocesi ha avuto l’opportunità di dire una parola sapiente sull’argomento.

Tutto è cominciato timidamente con infinite discussioni, molti interrogativi, dubbi, incertezze, creando dal nulla qualcosa di molto promettente.

1-Downloads98Oggi, mentre negli ospedali frati e suore, con motivazioni poco convincenti, sono praticamente spariti dal letto dei malati, inaspettatamente, proprio dalla cattedrale di Cefalù vene dai diaconi permanenti, sposati, la richiesta di essere essere collocati al letto dei malati e dei morenti, nei cenri assistenziali e nei percorsi post degenza, pesso le abitazioni, ormai ospedali a cielo aperto. Magnifico: sull’esempio di San Giuseppe, vorrebbero stare tra la strada e il tempio ed essere i custodi delle debolezze.

Diaconato permanente Card.-Martini-con-diacono-Oggioni-e-famiglia

Seminario di Venegono Inferiore – 1 ottobre 2007

UN LUOGO RICCO DI RICORDI

Non si poteva dire di no alla domanda gentilissima del rettore, il carissimo don Peppino, di venire a celebrare con voi questo anniversario, perché troppe erano le memorie, le emozioni, i ricordi di questi vent’anni e quindi li sentivo un po’ anche pesare su di me e avevo il desiderio di poterli sciogliere nella comunione con voi. Naturalmente, oltre a questo motivo, per rispondere sì alla domanda del rettore, c’era anche il desiderio di rivedere questo luogo, ricco di tante memorie, ripensare a tante persone incontrate qui, a tanti docenti, seminaristi e persone che qui hanno vissuto e operato.

Ricordo solo qualcuno: monsignor Luigi Serenthà, padre Zanoni, don Pino Colombo e tanti, tanti altri. E quindi ritrovare un poco quell’atmosfera di fede, di speranza, di amore, di ricerca, di serenità che ho vissuto in questi luoghi. E poi il desiderio di ringraziare di cuore tutti coloro che in questi anni si sono dedicati a forgiare, per così dire, la figura del diacono, del ministero ordinato diaconale e quindi tutti coloro che si sono succeduti come incaricati del vescovo, fino alla nomina recente. Vorrei anche ringraziare tutti i diaconi, perché con molta pazienza hanno creato dal nulla qualcosa che promette molto.

ALCUNI MOMENTI DI QUESTO CAMMINO

Ricordo che quando venni come Arcivescovo a Milano c’era come un veto. La Conferenza Episcopale Lombarda, alcuni anni prima, sotto la presidenza dell’eminentissimo Giovanni Colombo, aveva deciso che non era il caso per la Lombardia di applicare il diaconato permanente. Quindi io mi trovai un po’ bloccato, un po’ impedito nell’esprimere questo mio desiderio. Poi successe questo fatto: che a Brescia fecero un Sinodo in cui posero il tema del diaconato permanente e quando chiedemmo al Vescovo di Brescia: «Come mai lei ha permesso questo, se c’era questa decisione?», lui ci rispose: «Mah, mi sono dimenticato». Ecco, così è nata l’apertura al diaconato permanente. Perciò c’è stata fin d’allora la possibilità di pensarci e quindi abbiamo iniziato a farlo seriamente a partire da un certo tempo, come è stato ricordato.

Ricordo quelle lunghe discussioni, in Consiglio dei Decani, in Consiglio Episcopale, in Consiglio Presbiterale. Bisognava rispondere a due domande fondamentalmente: «È bene o non è bene introdurre la figura del diacono permanente?». Secondo: «Se la si introduce, quali sono le sue aratteristiche?». E lì discussioni senza fine, soprattutto sul primo tema: ci vuole davvero il diaconato permanente? Mi ricordo che queste discussioni ricalcavano un po’ quelle del Concilio. Io avevo un po’ una risposta simile a quella della storiella raccontata da monsignor Marco Ferrari, famoso perché era solito narrare storielle durante le nostre riunioni dei vescovi lombardi. Lui raccontava di un predicatore, di un noto padre spirituale q Madonna era apparsa a Lourdes per tre motivi. Diceva il primo motivo, lo spiegava bene, poi spiegava il secondo e poi il terzo non gli veniva più, allora concludeva: «…e la Madonna avrà avuto lei i suoi motivi per apparire a Lourdes!». E anch’io rispondevo un po’ così: «Se Gesù l’ha istituito, ci sarà stato qualche motivo. Se c’è nella Chiesa vuol dire che qualche motivo ci deve essere, magari non sappiamo esprimerlo bene».

Però prendiamo anzitutto la decisione che Gesù ha preso, che la Chiesa ha preso per ispirazione di Gesù e che ha continuato nei secoli e che il Vaticano II ha preso.

LA MOTIVAZIONE CRISTOLOGICA ED ECCLESIALE

Quindi abbiamo direi superato facilmente questo tema della pertinenza, della decisione e ci siamo dedicati molto alla riflessione su come dovevano essere questi diaconi, su come dovevano essere formati e quale doveva essere il loro impegno nella Chiesa. E potrei dire, cerco di fare un po’ di sintesi, che sono tre o quattro le caratteristiche che ci hanno maggiormente colpito. Anzitutto, quella che ho già accennato, una caratteristica che chiamiamo cristologica:

  1. Gesù li ha voluti, quindi vuol dire che ci vogliono, perché è la sua volontà.

  2. Poi c’è una seconda caratteristica che chiamerei ecclesiologica, ecclesiale. Questa seconda caratteristica è espressa molto bene nelle lunghe riflessioni di un libretto del perito del Concilio, don Giuseppe Dossetti. Egli scrisse un articolo che mi impressionò molto, perché lui sosteneva che il diaconato era una presenza della Chiesa in mezzo al popolo. Diceva che in una società che si stava secolarizzando, noi dovevamo assicurare presenze sacramentali in mezzo alla gente. E il diaconato, che si presentava fin dall’inizio come diaconato celibe e diaconato uxorato, quindi anche con persone con un proprio mestiere o con dei figli, poteva essere un’ottima occasione per l’entrata dell’aspetto sacramentale nell’ambito del popolo di Dio.

Certamente questo non si fa facilmente e richiede una certa maturazione di tempo, però è un aspetto molto vero. La Chiesa di Dio con la sua realtà concreta, presente in persone che sono segnate da un sacramento, si fa parte della vita quotidiana della gente e quindi entra a costituire quello che è il

modo di vivere, l’orizzonte abituale di pensare e questo fatto è molto importante perché contrasta con tutti i cosiddetti idòla fori, idòla tribus, idòla theatri, cioè tutte quelle mode, quelle forme di vivere e di pensare che invece la televisione o il parlare corrente introducono in mezzo alla gente.

Quindi il diaconato era un andare contro corrente semplice, forte, che non c’era bisogno di inventare, perché l’aveva inventato Gesù e che avrebbe col tempo costituito dei nuclei forti di cristianesimo, vissuto in mezzo ad una società magari anche un po’ più pagana. Questa seconda visione ecclesiale almeno io l’avevo dentro, ma era qualcosa del futuro, bisognava tenerla presente perché importante.

LA MOTIVAZIONE EVANGELICA

3 ) -Una terza ragione della presenza del diaconato potremmo chiamarla di tipo evangelico. Il diaconato porta nel cuore delle comunità quello che è il fiore all’occhiello del Vangelo, quello che ne è la sintesi, cioè la gratuità. «Ciò che avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente». Per questo ho insistito molto su questo punto, in tante occasioni del mio servizio episcopale, convinto che la Chiesa sta in piedi o cade con la gratuità del servizio ministeriale.

Avevamo un esempio concreto e negativo nelle diocesi del nord Europa che, ricche di mezzi pecuniari, potevano assicurare carriere anche buone e prestigiose per persone che facessero un servizio ecclesiale. Mi colpì molto la lettera di un ex vescovo di Basilea, che lessi in un Consiglio Presbiterale. Diceva, avendo vissuto questa realtà della grande diocesi di Basilea, ricca, dove il numero degli assistenti pastorali praticamente stava per superare il numero dei preti: «Mi sono accorto che ad un certo punto veniva meno il senso della gratuità».

Questo non vuol dire che non ci sia una giusta ricompensa, un giusto rimborso di spese, ma il ministero come tale è gratuito, è puro dono e tutta la Chiesa si basa su questa retorica, potremmo dire appunto “del dono”. Il donare gratuitamente, liberamente, senza aspettare nulla in ambio è tipico di Gesù; il donarsi fino in fondo è tipico di Dio. Gesù ha amato i suoi fino alla fine, quindi la Chiesa resterà e crescerà quando crescerà in essa il senso del dono gratuito. Al contrario, i periodi più neri della storia della Chiesa, i periodi più bassi potremmo dire, sono quelli in cui ha preso potere l’idea del successo anche economico, invece il diacono, con la sua dedicazione voluta, che non corrisponde a desiderio di carriera o di successo, perché altrimenti avrebbe seguito altre vie, è un segno mirabile di questa gratuità della Chiesa e lo porta in mezzo alla gente.

Questo mi pareva un elemento molto, molto importante, anche se come il precedente non poteva realizzarsi subito, tuttavia aveva un fondamento notevolissimo nel Nuovo Testamento, rappresentava il mistero di Dio reso concreto e sensibile in mezzo alla gente. Certo anche il presbitero, a fortiori, rappresenta questo dono e questa dedizione totale, ma qui si trattava di coniugarla e declinarla in mezzo al popolo di Dio, quindi farla diventare una percezione quotidiana e normale della gente.

diaconato - 2

LA MOTIVAZIONE MINISTERIALE

Dunque, abbiamo visto queste motivazioni di carattere cristologico, ecclesiale ed evangelico; poi certamente c’è la motivazione che diviene spiegazione più precisa, di carattere ministeriale, dove maggiori sono le discussioni. «Che cosa fa il diacono che non possa fare un laico in circostanze particolari?». Ma credo che anche così non si va molto avanti. Bisogna invece domandarsi: «Che cosa durante i secoli, nell’Occidente, il prete ha preso per sé, mentre invece era dovuto al diacono?»

E allora restituire questa forma di Chiesa più antica dove il diacono ha tanti servizi, tanti ministeri, tante responsabilità e crearne anche di nuove. Tutto questo avviene faticosamente e lentamente, voi ne siete certamente testimoni e quindi siete anche da ringraziare particolarmente, perché siete appunto i primi, i pionieri, i rifondatori di questo tipo di servizio. Perciò vorrei incoraggiarvi a non spaventarvi delle difficoltà. Certamente noi ci siamo imposti fin dall’inizio di promuovere, per così dire, di far accedere al diaconato permanente soltanto persone che avessero un certo livello di cultura, di studio, di vita cristiana, che dessero garanzie molto forti. Quindi i nostri incaricati sono stati un pochino rigidi nell’accettare, hanno piuttosto setacciato le numerose domande e questo era giusto fin dall’inizio, perché se si fosse impostato un diaconato molto alla buona, un diaconato quasi premio per un buon sacrestano, si sarebbe arrivati a delle conclusioni sbagliate, a cui sono

arrivate certe diocesi che devono oggi fare marcia indietro. Invece mi pare che a Milano si é proceduto con molto rigore, sia nelle richieste morali, spirituali, etiche, sia nelle richieste di studio.

Può darsi che in avvenire si possa anche allargare i criteri, ma tuttavia era bene cominciare così. E questo fa sì che il processo sia un po’ più lento, perché voi siete un certo numero ma, rispetto alla grandezza della diocesi, iete ancora molto pochi. Quindi vi auguro davvero di crescere e di precisare sempre di più il vostro tipo di servizio senza ideologie.

LA PERPETUITÀ

È soltanto la carità? È soltanto la liturgia? Non credo che bisogna lasciarsi prendere da queste ideologie, ma domandarci di che cosa la Chiesa ha bisogno come servizio ministeriale, gratuito, permanente, stabile, dedicato e allora rispondervi. E per questo anche i nostri incaricati hanno avuto la cura di non ordinare un diacono senza che gli fosse previsto e assegnato un luogo ministeriale preciso, forse non subito indovinato, ma almeno con questa intenzione. Così bisogna procedere, perché così si allargherà anche il campo. Per cui io credo che questo ministero è del futuro. Non è l’unica forma in cui si svilupperà la Chiesa, ci saranno certamente altre novità, altre forme strutturali, che verranno ad arricchire il volto di Chiesa, ci sarà un qualche libero campo all’immaginazione. Anche qui non è così male che un po’ di immaginazione entri in questo esame o ricerca in questa Chiesa del futuro, ma certamente il vostro ministero costituirà una spina dorsale, un riferimento, un punto di sicurezza per tutti gli altri sviluppi che dovessero poi giungere e portare avanti la Chiesa di Dio. Quindi nella memoria di tutti coloro che già hanno raggiunto la gloria eterna, dei diaconi permanenti defunti, nella memoria di tutti coloro che hanno operato per questo, io desidero davvero augurarvi di crescere nella precisione, nella fedeltà, nel servizio gratuito, nell’incisività del vostro ministero.

E potremmo dire, per concludere, un’ultima caratteristica del servizio diaconale, essendo un servizio ministeriale ed ecclesiale: la perpetuità. Questo in qualche maniera fa difficoltà, perché sarebbe più facile come in una fabbrica, a un certo punto, mettere in cassa integrazione e chiudere certi servizi dopo un certo numero di anni. Però non è così, nella Chiesa questo servizio è fino alla fine. Gesù avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Quindi bisogna trovare una forma di servizio che duri tutto il tempo della vita. E questo non è normale oggi, è controcorrente, perché tutte le scelte, persino quelle che una volta erano sacrosante, come il matrimonio, si fanno ad tempus, finché andiamo bene, finché andiamo d’accordo, finché ci vogliamo bene, finché c’è soddisfazione reciproca, mentre Gesù ci insegna che l’uomo si salva quando mette la sua vita a repentaglio totale fino in fondo, si decide per qualcosa da cui non torna indietro. Questa è la salvezza della vita dell’uomo, questo è il modo con cui Dio si è dato a noi, con cui la Trinità vive nel suo misterioso fuoco interiore, è il modo con cui Gesù si è dato all’umanità per essere per sempre uomo come noi e quindi nostro capo e nostro servitore ed è perciò in questo senso che anche il servizio diaconale deve rimanere immagine di quella dedizione senza fine che porta fino alla morte e oltre la morte, perché penetra così nel regno di Dio.

E con questo ringrazio ancora una volta tutti coloro che vi hanno guidato e che vi guidano, ringrazio voi per la vostra, non solo attenzione, ma intelligenza creativa per vivere questo ministero e vi auguro davvero che abbia successo, che illumini la nostra Chiesa e tutta la Santa Chiesa di Dio.

Carlo Maria card. Martini

 

FBF – CAPITOLO PROVINCIALE 2017 – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1376

SOTTO LA CENERE

C’E’ ANCORA IL FUOCO

Dalle recenti foto sulla preparazione al Capitolo Provinciale, si constata una presenza massiccia di laici che non vi prenderanno parte e di cui probabilmente sanno ben poco; poi c’è anche qualche religioso qua e là. E’ una constatazione. Ma a me cosa può importare? E invece no:

  • I CARE
  • MI STA A CUORE,
  • MI IMPORTA DELL’ALTRO,
  • E’ PARTE DI ME…
    3127-Don Milani - I care
  1. Il CAPITOLO è tante cose. Assomiglia a un Consiglio Comunale, ma non lo è.
  2. E’ convocato per rinnovare la classe dirigente (Provinciale, Priori…), per fare i punto sulla situazione (economica, spirituale, vocazionale…).
  3. E’ fatto anche di aspetti molto umani: Trepidazione – Aspirazioni (chiacchericci – pronostici) – Voglia di lasciare la carica (quasi mai) – Nomine ( applausi e delusioni).
  4. Ma è (o dovrebbe essere) sopratutto un EVENTO ECCLESIALE: non solo dei consacrati ma anche dei christifideles laici che a diverso titolo ne sono direttamente o indirettamente coinvolti. E’ lo Spirito che passa, sprona, sollecita, suscita, ammonisce… per affrontare le sfide che il momento presenta.

25. Giunti a questo punto, raccogliamo dalle nostre riflessioni due dati essenziali:

a) L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro. La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza [17].

b) La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane come criterio di misura, impone l’universalità dell’amore che si volge verso il bisognoso incontrato « per caso » (cfr Lc 10, 31), chiunque egli sia. Ferma restando questa universalità del comandamento dell’amore, vi è però anche un’esigenza specificamente ecclesiale — quella appunto che nella Chiesa stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno. In questo senso vale la parola della Lettera ai Galati: « Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede » (6, 10).( Enc. DEUS CARITAS EST – Benedetto XVI)

Capitolo Provinciale FBF 2014-Consiglio

LA BRACE SOTTO LA CENERE

Una vecchia rilessione che torna sempre d’attualità

Martin-WerlenNon sono il solo a sostenerlo, lo hanno detto e scritto anche quelli più sapienti di me, prima e dopo di me. Recentemente, l‘abate Martin Werlen, benedettino svizzero di 50 anni anni, membro della conferenza episcopale svizzera, studi in teologia in Svizzera e negli Stati Uniti e in psicologia a Roma, ha scritto una lettera  in occasione della celebrazione dei 50 anni dall’apertura del Concilio presso il suo monastero di Einsieldeln.

Solo che, quella che doveva essere niente di più che un documento di lavoro, ha cominciato a circolare, e a far discutere.

In essa non c’è nulla di scandaloso. Ha semplicemente intonato un’antifona che era già nota nella mente di molti e che lui ha rimesso in circolazione. Quando scrive che bisogna “scoprire insieme la brace sotto la cenere”, non fa che esprimere qualcosa di simile a quell’espressione del card. Martini che riprende Rahner (nella Chiesa di oggi vedo tanta cenere sopra la brace …”).

Capitolo Provinciale 3

Ribadisco che nel post-Concilio si è badato più al “rinnovamento”, inteso come ”aggiornamento” che alla “conversione”, che sono due concetti molto diversi, e si vedono i risultati: per stare nel nostro seminato, un ordine religioso così, come espresso nelle nuove Costituzioni e Statuti a chi interessa? Stando ai numeri, non interessa a nessuno. Almeno dalle nostre parti. La delusione più amara la si legge sui volti dei religiosi anziani, sopravvissuti a cinquant’anni di travaglio e di slogan illusionistici che mi duole ripetere, per via di quelli che si offendono.

Perché sono i contenuti a costituire il vero interesse, tanto che Martin Kopp, vicario della diocesi di Coira, li ha fatti propri. “Non potrebbe essere la memoria del Concilio l’occasione buona per vincere la nostalgia, l’amarezza e anche l’ingiustificato dolore, perché possiamo di nuovo sperimentare la freschezza del Vangelo?, sintetizza così nella prefazione, dove invoca la freschezza di Francesco nel Medioevo che trovava la gioia nel Signore facendosi prossimo ai poveri. E noi, a buon diritto, noi possiamo aggiungere Giovanni di Dio che, sul versante ispano, più francescano di lui non si può, per concludere che “dovremmo di nuovo spalancare le finestre e lasciare aperte tutte le porte”.

 Capitolo Provinciale

Le riflessioni della Lettera, a detta dell’Autore, costituiscono “una provocazione” nel senso letterale del termine: una chiamata in senso positivo perché intendono smuovere e incoraggiare affinché il fuoco possa di nuovo divampare. Un po’ come invitava san Benedetto nella Regola: le critiche potrebbero essere un dono del Signore e chi le fa tacere, spiega Werlen, rischia di distruggere la Chiesa piuttosto che aiutare a costruirla.

Quelli non più giovani ricordano bene che Giovanni XXIII aveva probabilmente trovato un mucchio di cenere quando è stato eletto papa nel lontano ’58, tuttavia rimise in moto la Chiesa con il Vaticano II. 50 anni dopo la situazione è drammatica per tutti, perché manca il fuoco e “non basta gingillarsi con i numeri delle vocazioni o la situazione dei continenti”, occorre guardare in faccia la realtà. I conservatori cercano di salvare il salvabile, i progressisti si dirigono verso gli uomini, ma la polarizzazione impedisce di riattivare la brace. Il passo da compiere è l’atteggiamento di chi, radicato nella fede, non si chiude al mondo. Con l’aiuto dello Spirito Santo, s’intende, ossia con l’ascolto delle diverse voci e il discernimento.

San Giovanni di Dio -21

Lo aveva capito il Padre Piles, quando scriveva ai confratelli: “LASCIATEVI GUIDARE DALLO SPIRITO”. Perché solo le persone spirituali possono intendere le cose dello Spirito, la ragione arriva sino ad un certo punto, mentre la parte spirituale dell’uomo può introdurci nei segreti di Dio.

ESSERE PER FARE

Lo Spirito, infatti, scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio:Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio”, dice S. Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi 2,11. Ecco l’importanza di agganciarci alle cose dello Spirito e di mettere in atto la parte spirituale che è in noi. S. Paolo ci dice ancora:Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto “. E’ proprio ciò che chiedevano i Padri del Vaticano II.

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Prima che sia troppo tardi, anche i Fatebenefratelli dovrebbero prendere sul serio le critiche perché è successo ancora: “la disobbedienza così deplorata dai responsabili dell’istituzione spesso è solo la conseguenza della disobbedienza dei responsabili stessi”, che semplicemente stanno fermi. E anche chiamare la cenere per nome: perché “non sia la Chiesa stessa (che procede con il freno a mano tirato) ad impedire di trovare la brace”. E, quando si dice Chiesa, si è tutti interpellati in prima persona

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Nessuno può dormire sonni tranquilli neanche in casa sua. Proprio da alcuni laici della nuova “Famiglia Ospedaliera” potrebbero giungere dei fulmini a ciel sereno. Il “San Raffaele” di Milano docet.

Ma, a prescindere, forse bisognerebbe cominciare da qui, entrare nella logica incoraggiata da tutti i Papi, da Giovanni XXIII in avanti e, con rinnovato entusiasmo, anche da Papa Francesco allo stadio di Roma: Non risparmiate la vostra gioventù, andate avanti…”. Perché Rinnovamento nello Spirito non è ballare la samba, gesticolare da esaltati  fanatici ma sciogliere il cuore che l’abitudinarietà tende a pietrificare.

RnS - Papa Francesco

https://youtu.be/jTYMF3lNrOA

papa Francesco _rns

https://youtu.be/0zgHZb5Ncdg

ORIGINI DEL RINNOVAMENTO NELLO SPIRITO – vedi video

https://gloria.tv/video/37VvH9PMxMLcDjpNHbo8rHCju

Capitolo Provinciale 5Pampuri 7

San Giovanni di Dio -023

Scrive Papa BenedettoXVI nella sua prima enciclica: “(25) Giunti a questo punto, raccogliamo dalle nostre riflessioni due dati essenziali:

L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito:

  1. annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria),
  2. celebrazione dei Sacramenti (leiturgia),
  3. servizio della carità (diakonia).

Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro. La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza [17].

b) La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane come criterio di misura, impone l’universalità dell’amore che si volge verso il bisognoso incontrato « per caso » (cfr Lc 10, 31), chiunque egli sia. Ferma restando questa universalità del comandamento dell’amore, vi è però anche un’esigenza specificamente ecclesiale — quella appunto che nella Chiesa stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno. In questo senso vale la parola della Lettera ai Galati: « Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede » (6, 10).( Enc. DEUS CARITAS EST – Benedetto XVI)

Aggiornato di recente1367